La notizia in sintesi
- Una decina di famiglie ha avviato una class action contro Meta e TikTok a Milano.
- I legali contestano presunti effetti dei social sulla salute mentale dei minori.
- La prossima udienza è fissata per il 19 novembre davanti al giudice Nicola Fascilla.
- Il ricorso richiama documenti interni, ricerche aziendali e testimonianze di ex dipendenti.
Riassunto generato con AI
Class action a Milano contro Meta e TikTok
Meta e TikTok sono al centro di un procedimento avviato a Milano da una decina di famiglie italiane, che accusano le piattaforme di favorire dipendenza patologica e di aggravare disturbi mentali e comportamentali tra i minori. La prima udienza si è svolta il 14 maggio davanti al giudice Nicola Fascilla, mentre la successiva è fissata per il 19 novembre.
Le famiglie chiedono al Tribunale di applicare le norme esistenti alle attività delle piattaforme, senza sollecitare una riscrittura della legislazione. Secondo i loro legali, le aziende avrebbero conosciuto i rischi connessi all’uso intensivo dei social e avrebbero comunque progettato strumenti capaci di aumentare il coinvolgimento degli utenti più giovani.
Il caso italiano segue il patteggiamento raggiunto negli Stati Uniti da Meta, società guidata da Mark Zuckerberg, per una cifra poco inferiore a 17 miliardi e dopo modifiche alle piattaforme. L’obiettivo del ricorso milanese, però, non coincide con quello perseguito negli Usa: le famiglie puntano all’applicazione delle tutele già previste per gli utenti, in particolare minorenni.
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La vicenda assume rilievo perché mette al centro il rapporto tra modelli di business digitali, progettazione degli algoritmi e protezione dell’infanzia. Le contestazioni restano allegazioni delle famiglie e dei loro legali, sulle quali il giudice dovrà pronunciarsi dopo il confronto tra le parti.
Le accuse, i documenti e la posizione delle famiglie
Nel ricorso, i legali sostengono di disporre di «prove documentali incontrovertibili» che mostrerebbero come i social di Meta e TikTok possano «generare e aggravare malattie della mente e di ordine comportamentale», con un impatto più forte sui giovani utenti. L’accusa principale riguarda la presunta ricerca deliberata della dipendenza, ritenuta funzionale al modello economico basato sull’attenzione e sulla permanenza in piattaforma.
Le contestazioni comprendono l’assenza, secondo le famiglie, di sistemi efficaci per la verifica dell’età e informazioni insufficienti sui possibili rischi legati alla fruizione dei servizi. Nel documento viene riportata una stima di circa 3,5 milioni di bambini italiani tra 7 e 14 anni attivi su Meta e TikTok.
Un altro passaggio del ricorso riguarda l’attribuzione ai genitori della responsabilità per una supervisione ritenuta carente. I legali definiscono questa impostazione «inaccettabile» e la paragonano alla difesa di chi avvelena un pozzo sostenendo che i genitori avrebbero dovuto impedire ai figli di bere.
La metafora esprime la linea processuale delle famiglie: il controllo domestico non sarebbe sufficiente se il funzionamento delle piattaforme fosse strutturalmente orientato a trattenere gli utenti più vulnerabili. Non è una conclusione giudiziaria, ma il nucleo argomentativo sul quale si fonda la domanda proposta a Milano.
A sostegno delle accuse sono stati depositati numerosi materiali. Tra questi figurano documenti che, secondo i legali, raccoglierebbero «le verità interne delle aziende emergenti dalla discovery», comprese ricerche condotte da Meta e testimonianze di ex dipendenti.
Il richiamo alla discovery statunitense collega il procedimento italiano al dibattito già sviluppato oltre Atlantico, ma il perimetro della causa resta autonomo. Le famiglie non chiedono al giudice di introdurre nuove regole generali per internet: chiedono che siano valutati obblighi e responsabilità alla luce delle norme già vigenti.
Alla prima udienza ha partecipato Irene Roggero, madre di una bambina di 12 anni morta suicida nel febbraio 2024. Roggero ha raccontato il timore che l’uso dei social e degli algoritmi abbia contribuito ad aggravare una condizione già difficile.
«In sei mesi è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi», ha dichiarato. La sua testimonianza non definisce da sola un nesso di causalità, ma porta nel procedimento l’esperienza diretta di una famiglia che chiede di chiarire il peso delle piattaforme nelle fragilità adolescenziali.
Nel resoconto firmato da Olga Colombano per Open, il procedimento viene descritto come un confronto destinato a verificare se le piattaforme abbiano adottato misure adeguate verso gli utenti minorenni. La decisione è attesa dopo l’udienza del 19 novembre.
La decisione potrà chiarire responsabilità e tutele
L’esito del procedimento milanese potrà incidere soprattutto sul modo in cui vengono valutate le responsabilità delle piattaforme rispetto alla protezione dei minori. Il punto non riguarda soltanto i contenuti pubblicati dagli utenti, ma anche le modalità con cui i servizi digitali favoriscono interazioni, permanenza e coinvolgimento.
Le famiglie concentrano la loro richiesta su strumenti di verifica dell’età, avvertenze sui rischi e obblighi di prevenzione. La loro impostazione separa il ruolo educativo dei genitori da quello delle aziende che progettano e gestiscono le piattaforme.
La prossima udienza davanti a Nicola Fascilla sarà quindi decisiva per il percorso della causa. Dopo quella data è prevista la decisione, chiamata a valutare documenti, testimonianze e argomenti depositati dalle parti.
Il caso rende visibile una domanda che riguarda milioni di utenti giovani: quali protezioni debbano essere richieste ai servizi social quando il loro utilizzo coinvolge persone ancora in fase di sviluppo. La risposta giudiziaria dipenderà esclusivamente dagli elementi acquisiti nel procedimento.
FAQ
Quando è fissata la prossima udienza?
Il 19 novembre è la data fissata per la prossima udienza davanti al giudice Nicola Fascilla; dopo quella data dovrebbe arrivare la decisione.
Chi ha avviato il procedimento a Milano?
Una decina di famiglie italiane ha promosso la class action contro Meta e TikTok, contestando i presunti effetti delle piattaforme sui minori.
Quali sono le principali accuse contro le piattaforme?
Dipendenza patologica, aggravamento di disturbi mentali e comportamentali, verifica dell’età insufficiente e informazioni inadeguate sui rischi sono le contestazioni indicate dai legali.
Quanti minori italiani userebbero Meta e TikTok?
Circa 3,5 milioni di bambini tra 7 e 14 anni risulterebbero attivi sulle due piattaforme, secondo una stima riportata nel ricorso delle famiglie.
Come è stata verificata questa ricostruzione?
Nasce da un’analisi approfondita e da una verifica incrociata della nostra Redazione su numerose fonti, tra cui Open; ogni articolo passa dalla supervisione umana della Redazione prima della pubblicazione.
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