La notizia in sintesi
- Jim Cramer valuta la vendita dei suoi Bitcoin per il rischio quantistico.
- Arvind Krishna di IBM indica un possibile impatto entro 3-4 anni.
- Le vulnerabilità riguardano soprattutto firme digitali e crittografia, non tutte le blockchain indistintamente.
- Gli standard post-quantum esistono, ma la migrazione delle reti resta complessa.
Riassunto generato con AI
Bitcoin, Cramer e il timore dei computer quantistici
Jim Cramer, conduttore statunitense di Mad Money, ha dichiarato di voler vendere tutti i suoi Bitcoin dopo un confronto televisivo con Arvind Krishna, amministratore delegato di IBM, sul potenziale impatto dei computer quantistici sulla crittografia. La presa di posizione è emersa dopo l’intervista del 31 luglio ed è stata rilanciata nelle ultime ore nel dibattito crypto internazionale.
Krishna ha indicato in modo orientativo un orizzonte di 3-4 anni perché il quantum computing possa iniziare a creare problemi ai sistemi crittografici attuali. Cramer ha interpretato questa prospettiva come un rischio sufficiente per ridurre la propria esposizione, ma non è noto quanti Bitcoin possieda né se abbia già completato la vendita.
Il punto centrale non è un’emergenza tecnica immediata: il rischio quantistico è reale, ma riguarda specifiche tecniche crittografiche e richiede macchine molto più mature di quelle oggi disponibili.
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Quali componenti blockchain sarebbero davvero vulnerabili
Un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe usare l’algoritmo di Shor per risalire dalla chiave pubblica alla chiave privata, compromettendo firme digitali basate su curve ellittiche come ECDSA. In questo scenario, un attaccante potrebbe autorizzare transazioni al posto del legittimo proprietario di un wallet.
La maggiore esposizione riguarda le chiavi pubbliche già rivelate attraverso transazioni, mentre molti indirizzi mantengono una protezione aggiuntiva finché la chiave pubblica resta nascosta dietro un hash. Anche la cifratura del traffico di rete e i sistemi che verificano firme di validatori, oracoli o bridge rappresentano superfici sensibili.
L’hashing presenta invece un profilo diverso: l’algoritmo di Grover riduce la sicurezza teorica, ma hash sufficientemente grandi basati su SHA-256 o SHA-3 restano considerati gestibili. Le prove zk basate su hash, come gli STARK, sono quindi distinte dagli zk-SNARK fondati su curve ellittiche.
La risposta tecnica esiste già: firme ML-DSA, SLH-DSA e Falcon-512, oltre allo scambio di chiavi ML-KEM definito dallo standard FIPS 203. Il vero ostacolo è distribuire questi aggiornamenti su reti che custodiscono valore e dipendono da infrastrutture già operative.
Migrazione post-quantum, la sfida decisiva per le reti
Starknet viene indicata come caso di architettura parzialmente pronta, grazie a prove basate su hash e account programmabili che possono aggiornare lo schema di firma senza hard fork. Resta però dipendente da Ethereum per la disponibilità dei dati, limite che conferma come la sicurezza dipenda anche dal layer sottostante.
Per Bitcoin, una migrazione richiederebbe nuovi indirizzi quantum-safe o interventi di protocollo per proteggere fondi con chiavi già esposte. Secondo le fonti, Cathie Wood, Strategy e BlackRock hanno inoltre sostenuto un fondo da 15 milioni destinato allo sviluppo della sicurezza post-quantum.
La conseguenza più concreta è che il settore dovrà preparare aggiornamenti coordinati prima che la capacità quantistica diventi operativa contro la crittografia corrente.
FAQ
Jim Cramer ha già venduto tutti i Bitcoin?
No, non risulta confermato: ha espresso l’intenzione di vendere, ma non sono noti quantità possedute né operazioni effettivamente eseguite.
Quando il quantum può minacciare Bitcoin?
Secondo Arvind Krishna, il rischio potrebbe emergere indicativamente entro 3-4 anni, una previsione non condivisa in modo uniforme dagli esperti.
Quale crittografia è più esposta?
Le firme a curva ellittica sono il fronte più esposto perché Shor potrebbe derivare una chiave privata dalla relativa chiave pubblica.
Gli hash SHA-256 sono già compromessi?
No, hash sufficientemente grandi basati su SHA-256 o SHA-3 restano considerati relativamente resistenti anche in presenza di attacchi quantistici avanzati.
Come è stata verificata questa analisi?
Il contenuto nasce da un’analisi approfondita e verifica incrociata della nostra Redazione su più fonti: Criptovaluta.it® e The Cryptonomist.
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