La notizia in sintesi
- The Power of Data racconta le infrastrutture digitali con immagini generate, senza riprese dal vero né archivio.
- Midjourney, Runway, Udio ed ElevenLabs forniscono i materiali; Milone realizza montaggio, animazione e colore in DaVinci Resolve.
- Il film collega sorveglianza, attacchi informatici e concentrazione del potere, da ARPANET alla blockchain.
- Dopo il circuito festivaliero 2026–2027 sono previste proiezioni non commerciali gratuite e la diffusione libera online.
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Perché le macchine imparano. L’eleganza della matematica dietro all’AI
(Riassunto generato con AI)
Immagini prodotte con Midjourney, tre sequenze animate con Runway, musica generata con Udio e una voce sintetica ottenuta con ElevenLabs: The Power of Data usa l’intelligenza artificiale per esaminare il potere delle infrastrutture digitali. Il documentario-saggio di Marco Milone, della durata di 19 minuti, ha avuto la prima proiezione festivaliera il 15 ottobre 2026 all’International Experimental Film Festival di Atene. Il suo processo produttivo distingue la generazione dei materiali dalla costruzione del film, affidata al regista.
Milone ha curato montaggio, animazione, composizione e colore in DaVinci Resolve, lavorando anche in Fusion; la musica è stata elaborata in Fairlight. Sceneggiatura, selezione delle immagini, ritmo e progettazione sonora sono rimasti sotto il suo controllo. Realizzato da una sola persona con meno di 1.000 euro, il cortometraggio non contiene riprese dal vero, interviste o immagini d’archivio.
Immagini generate, ma senza fotorealismo
La scelta visiva non punta a imitare una macchina da presa. Diagrammi, scritte, geometrie animate e illustrazioni quasi immobili descrivono strutture che non si possono documentare semplicemente filmando un luogo. Anche la figura umana ricorrente è ridotta a una sagoma piatta, senza caratterizzazione individuale.
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Marco Milone, regista, produttore e montatore del film, spiega così il lavoro sui materiali generati:
«Gran parte del lavoro con gli strumenti generativi è consistito nel sottrarre: niente profondità di campo, niente luci volumetriche, niente fotorealismo, caratteristiche che questi sistemi tendono a privilegiare. Volevo immagini piatte, schematiche, dichiaratamente costruite, in cui la semplicità fosse una scelta e non un limite.»
Su questa grammatica si innesta un percorso storico che parte da ARPANET e arriva all’Internet delle cose. Il mainframe introduce un racconto nel quale la crescita delle connessioni viene osservata attraverso le architetture, le loro vulnerabilità e la distribuzione del controllo, anziché attraverso protagonisti e interviste.

Dalle password di fabbrica alle immagini manipolate
Uno degli episodi riguarda l’attacco del 2016 che coinvolse circa mezzo milione di dispositivi connessi, in gran parte videocamere di sorveglianza. Le password di fabbrica, mai cambiate, permisero di arruolarli in una botnet che mise fuori uso Twitter, Spotify e PayPal.
Il caso porta il tema dell’Internet delle cose sul terreno delle conseguenze concrete: apparecchi installati per sorvegliare diventano strumenti di un attacco informatico. Il film lo affianca ad altri passaggi della storia digitale per mostrare come l’impiego effettivo di una tecnologia possa allontanarsi dalla funzione per cui era stata adottata.

La storia della compressione delle immagini passa invece per Lenna, una fotografia pubblicata su Playboy nel 1972 e utilizzata per decenni come riferimento dagli algoritmi. È un esempio di come un singolo contenuto visivo possa entrare nei processi tecnici e restarvi molto oltre il contesto originario.
La manipolazione dei ritratti precede poi gli strumenti generativi: il documentario ricorda i fotografi che nell’Ottocento montavano il volto dell’imperatrice Elisabetta sui corpi di altre donne, vendendo quelle composizioni come autentiche. Il confronto sposta l’attenzione dalla sola novità degli algoritmi alla storia della credibilità delle immagini.

Un altro passaggio collega il programma Darwin degli anni Ottanta, nel quale gli algoritmi si combattevano, si riproducevano e si eliminavano, ai successivi ransomware. La sezione sulla blockchain segue invece la distanza tra la promessa di decentralizzazione e la concentrazione in pochi mining pool, con gli stessi fondi di venture capital presenti sui diversi fronti.
L’ambivalenza delle infrastrutture emerge anche nell’onion routing: il racconto accosta la protezione delle comunicazioni di Narges Mohammadi da un carcere iraniano ai mercati illeciti che vendono identità complete per meno di mille dollari. La struttura tecnica è la stessa, mentre gli scopi sono opposti.

L’anonimato di chi legge e quello di chi pubblica
Il documentario separa due questioni spesso riunite sotto la parola privacy: la protezione di chi consulta informazioni e quella di chi le mette in circolazione. Non propone una risposta unica, ma distingue posizioni che comportano rapporti diversi fra libertà, responsabilità e controllo.
Milone chiarisce questa distinzione:
«C’è poi la privacy, che spesso confondiamo con la necessità di nascondere qualcosa. Per me significa soprattutto conservare la possibilità di decidere quali informazioni rivelare, a chi e per quali scopi. E c’è una distinzione che mi interessa particolarmente: quella fra l’anonimato di chi naviga, legge e cerca informazioni e quello di chi le pubblica e le diffonde. Sono situazioni che pongono problemi diversi di libertà, responsabilità e controllo, ma che spesso riconduciamo a un’unica questione di privacy.»
Per Milone è l’esordio alla regia dopo l’attività di produttore, che comprende Revengeance e La mafia non è più quella di una volta. Ad Atene il film è stato presentato nella serata inaugurale della quarta edizione del festival, al BIOS Urban Culture Center, in una selezione di 68 opere provenienti da 32 paesi. Ha inoltre ottenuto una Honorable Mention alla settima edizione del Luminous Frames Film Festival.

La costruzione sonora accompagna il ragionamento senza cercare un crescendo continuo. Tre pause tipografiche interrompono la narrazione; nell’ultima, più lunga, la sagoma resta immobile mentre la rete rallenta e scompare. Il finale evita una soluzione narrativa rassicurante e lascia al centro la comprensione del meccanismo.

La distribuzione seguirà tre passaggi: permanenza offline durante il circuito festivaliero fino al 2027, disponibilità gratuita per proiezioni non commerciali di organizzazioni e istituzioni, quindi pubblicazione libera sul web. Sono esclusi paywall e DRM: la circolazione successiva ai festival sarà orientata anche all’impiego del film come occasione di discussione sui diritti digitali.
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