La notizia in sintesi
- INPS: in Italia si esce dal lavoro sempre più tardi.
- L’età effettiva di pensionamento dei dipendenti ha raggiunto 64,7 anni nel 2025.
- Le pensioni di vecchiaia sono ormai vicine ai 67 anni per uomini e donne.
- Resta forte il divario di genere: assegni femminili medi inferiori del 34%.
(Riassunto generato con AI)
Lavoro più lungo, pensione più tardi
Il Rapporto annuale INPS segnala che in Italia l’uscita effettiva dal mercato del lavoro continua a spostarsi in avanti, con effetti diretti su pensioni, età media degli occupati e differenze tra uomini e donne. Nel 2025, secondo i dati riportati, l’età effettiva di pensionamento dei lavoratori dipendenti è salita a 64,7 anni, in aumento rispetto ai 64,5 del 2024 e ai 61,7 del 2012.
Il fenomeno riguarda sia il settore pubblico sia quello privato e fotografa un mercato del lavoro in progressivo invecchiamento. Il perché è legato all’allungamento delle carriere, alla necessità di maturare requisiti previdenziali più robusti e, in molti casi, al tentativo di migliorare l’assegno finale. Ma il quadro non è uniforme: mentre le pensioni di vecchiaia si sono ormai allineate ai requisiti ordinari, il vantaggio di restare al lavoro più a lungo non produce automaticamente pensioni più alte, soprattutto per chi ha avuto percorsi lavorativi fragili o discontinui.
I dati INPS e il nodo del divario di genere
Il rapporto indica che nel 2025 i dipendenti in Italia sono oltre 21 milioni, con una crescita dell’1,2% sull’anno precedente, accompagnata però da un aumento molto contenuto delle giornate retribuite medie, pari allo 0,2%. Sul fronte previdenziale, i pensionati sono 16,4 milioni: 8 milioni uomini e 8,4 milioni donne.
La tendenza di lungo periodo è netta. Per il totale delle pensioni, nei dipendenti privati si è passati dai 57 anni e 7 mesi del 1995 ai 64 anni e 10 mesi del 2025. Per l’insieme dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, l’età media di accesso ha raggiunto 64 anni e 7 mesi. Le pensioni di vecchiaia risultano ormai stabilizzate intorno ai 67 anni: nel 2025 circa 67,1 anni per gli uomini e 67,3 per le donne.
Il punto più critico resta il divario di genere. Gli assegni pensionistici degli uomini risultano mediamente superiori del 34% rispetto a quelli delle donne: 2.166 euro contro 1.619 euro. L’INPS collega questa distanza a carriere più discontinue per molte lavoratrici, alla maggiore incidenza del part time, a salari medi inferiori e a una più forte presenza femminile in comparti meno retribuiti. In un sistema contributivo, versamenti più bassi lungo la vita lavorativa si traducono in pensioni mediamente più leggere.
Un altro segnale dell’allungamento delle carriere arriva dalle pensioni anticipate: le settimane contributive medie sono salite da 1.830 nel 1995 a oltre 2.220 nel 2025, confermando che l’uscita anticipata richiede percorsi lavorativi sempre più lunghi e solidi.
Che cosa può cambiare ora
Il dato più rilevante non è solo che si va in pensione più tardi, ma che il ritardo nell’uscita non corregge da solo le disuguaglianze maturate prima. Se gli ultimi anni di lavoro sono segnati da retribuzioni basse, orari ridotti o contratti discontinui, l’effetto sull’assegno resta limitato.
Per questo il rapporto suggerisce una lettura strutturale: il nodo pensionistico nasce molto prima del pensionamento e coincide con qualità dell’occupazione, continuità contributiva e differenze salariali. È su questi fattori, più che sull’età anagrafica in sé, che si gioca la sostenibilità sociale del sistema previdenziale.
FAQ
Qual è l’età effettiva di pensionamento nel 2025?
Sì, per i lavoratori dipendenti è arrivata a 64,7 anni nel 2025, in aumento rispetto ai 64,5 del 2024 e ai 61,7 del 2012.
A che età si va in pensione di vecchiaia?
Sì, le pensioni di vecchiaia sono ormai intorno ai 67 anni: circa 67,1 anni per gli uomini e 67,3 per le donne nel 2025.
Quanti sono i pensionati in Italia?
Sì, secondo i dati riportati sono 16,4 milioni: 8 milioni uomini e 8,4 milioni donne.
Perché le donne ricevono pensioni più basse?
Sì, perché hanno più spesso carriere discontinue, part time, salari medi inferiori e minori contributi versati; l’assegno medio è inferiore del 34%.
Da quali fonti è verificata questa analisi?
Sì, il contenuto nasce da verifica incrociata della nostra Redazione su più fonti: Blitz quotidiano e QuiFinanza, entrambe analizzate in modo approfondito.




