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Polizia stradale vs Waze: aiutare i criminali a spiare le mosse delle forze dell’ordine

10 Febbraio 2015

Vorreste guadagnare punti segnalando traffico, strade interrotte, incidenti o velocità media? Avete mai sentito parlare dell’app Waze? Sviluppata dall’omonima startup israeliana, vanta oltre 34 milioni di utenti. Ha fatto così successo da convincere Google, nel 2013, a pagare più di un miliardo di euro per acquistarla. Ultimamente, però, c’è qualcosa che non va.

La polizia statunitense, infatti, sta facendo pressioni su Google perché disattivi una delle funzionalità che hanno decretato il successo del navigatore: la segnalazione della posizione dei posti di blocco delle forze dell’ordine. Questo, rischia di far diventare il software, secondo lo sceriffo californiano Sergio Kopelev, uno “strumento di stalking” contro la polizia stessa, perché mette a disposizione dei criminali informazioni sensibili e preziose.

Potenziali terroristi, dice Kopelef, potrebbero usare Waze per ricostruire tattiche e movimenti delle forze dell’ordine, agevolando la propria fuga. O, peggio, potrebbe permettere loro di capire come assaltare i posti di blocco.

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Il quotidiano britannico Guardian, dichiara che finora “non ci sono collegamenti noti tra attacchi alla polizia e uso di Waze”, ma “potrebbe essere solo questione di tempo”. Dal canto loro, gli sviluppatori dell’app sottolineano che la sicurezza è in cima alle priorità dell’azienda e che da tempo lavorano a stretto contatto con il dipartimento di polizia di New York: “Le nostre relazioni con le forze dell’ordine”, spiega Julie Mossler, portavoce di Waze, “migliorano la sicurezza dei cittadini, per esempio velocizzando le risposte alle richieste di soccorso stradale, e aiutano ad alleviare le congestioni del traffico”.

Da Google non è ancora arrivata nessuna risposta, nonostante l’azienda sia stata chiamata direttamente in causa da Mike Brown, direttore del comitato tecnologico dell’associazione degli sceriffi statunitensi: “Le forze di polizia devono coordinare i propri sforzi affinché Google, proprietaria di Waze, rimuova immediatamente questa funzionalità dal software, ancor prima che si intraprenda qualsiasi azione legale”.

C’è però anche chi la pensa diversamente. Nuala O’Connor, per esempio, a capo del Centro per la democrazia e la tecnologia, un’associazione che si occupa di diritti civili, ritiene “illegittima” la richiesta delle forze di polizia. I problemi di Waze, spiega, sono ben altri, e hanno a che fare soprattutto con la privacy: “Waze e Google dovrebbero chiarire quante informazioni condividono con le forze dell’ordine, dal momento che il software monitora momento per momento la posizione degli utenti”.

In ogni caso, non è la prima volta che vengono sollevate questioni di questo tipo, almeno negli Stati Uniti. Già nel 2011, quattro senatori chiesero ad Apple di rimuovere dallo store tutte le applicazioni che avvisavano gli utenti della presenza di posti di blocco della polizia. Nello stesso anno, sulla scia dell’azienda di Cupertino, anche Nokia cancellò tutte le segnalazioni di posizioni della polizia dalla sua app Trapster, pur riconoscendo che si trattava di un “deterrente positivo” per migliorare la sicurezza stradale.

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