Silvia mamma discriminata ai colloqui di lavoro, il racconto che divide

Silvia mamma discriminata ai colloqui di lavoro, il racconto che divide

26 Gennaio 2026

Silvia Munarin, rifiutata ai colloqui di lavoro perché mamma: «Mi sono sentita sbagliata. Dopo aver raccontato la mia storia tantissime donne mi hanno scritto, molte altre invece mi hanno colpevolizzata»

Colloqui che escludono

Silvia Munarin, 38 anni, informatica con oltre quindici anni di esperienza e madre di due bambini piccoli, si è vista ripetere più volte la stessa domanda velata: “Ha dei figli?”. Nei colloqui sostenuti a partire da settembre, la sua vita privata è stata indagata in modo sistematico ben prima delle competenze tecniche, nonostante la normativa italiana vieti esplicitamente questo tipo di domande discriminatorie.

Il punto di rottura arriva quando si rende conto che la sua condizione di madre pesa più di una lunga carriera nello stesso settore, trasformando la maternità in un ostacolo concreto al rientro nel mercato del lavoro. Nel 90% degli incontri, le domande su figli, gestione domestica e disponibilità oraria arrivano in apertura di conversazione, segnalando una cultura aziendale che mette al centro il “carico familiare” anziché il merito professionale.

Il colloquio, che dovrebbe essere un momento di valutazione reciproca tra candidato e azienda, diventa così uno spazio sbilanciato, dove chi si presenta è costretto a giustificare la propria organizzazione familiare invece di illustrare risultati, progetti, certificazioni. In questo schema, chi è madre viene letta come “rischio”, più che come risorsa.

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Pregiudizi di genere e maternità

Nel racconto di Silvia emerge una disparità netta tra il trattamento riservato alle madri e quello ai padri. Dopo aver pubblicato i video dei colloqui su TikTok, molti uomini le hanno scritto per confermare di non aver mai ricevuto domande sulla gestione dei figli, pur avendo una famiglia numerosa. La genitorialità, in Italia, resta dunque asimmetrica: la paternità non viene letta come limite, la maternità sì.

Alle testimonianze di padri si aggiungono migliaia di messaggi di donne: madri single disoccupate, lavoratrici costrette ad accettare part-time involontari, professioniste messe da parte dopo il congedo. Molte raccontano contratti non rinnovati, avanzamenti di carriera bloccati, richieste implicite di “non restare incinte”. Parallelamente, Silvia è stata travolta da critiche e colpevolizzazioni, spesso da altre donne, accusata di pretendere troppo o di non essere abbastanza “flessibile”.

Questo doppio binario – solidarietà e odio – mostra come il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia resti divisivo e scarsamente compreso. Si continua a scaricare sulle singole madri il peso di un problema strutturale: l’assenza di politiche aziendali inclusive, di welfare diffuso e di una reale condivisione domestica.

Età, competenze e “gestibilità”

Oltre alla maternità, per Silvia pesa anche l’età anagrafica: a 38 anni si sente dire di essere “troppo vecchia” per ripartire, come se l’esperienza accumulata in oltre quindici anni nel settore informatico fosse un fattore secondario rispetto alla sua “gestibilità”. La priorità non è l’aggiornamento tecnico, ma la disponibilità a essere sempre reperibile, senza vincoli familiari.

Si afferma così un modello di lavoratore ideale giovane, senza figli, pronto ad adattarsi a orari imprevedibili e a spostamenti continui. In questo schema, le competenze hard e soft vengono oscurate da criteri impliciti: assenza di carichi di cura, totale elasticità, minima “complessità” personale. L’età diventa una colpa, la famiglia un fattore di rischio, la professionalità un elemento secondario.

Il racconto di Silvia fotografa un mercato che fatica a valorizzare il capitale umano maturo, soprattutto se femminile, e che confonde controllo con efficienza. Chi ha figli viene spesso valutato non per i risultati che può portare, ma per la presunta difficoltà a essere disponibile “h24”. Una logica che ostacola l’inclusione, penalizza le carriere femminili e indebolisce la competitività delle imprese.

FAQ

D: Chi è Silvia Munarin?
R: Silvia Munarin è una professionista informatica con oltre quindici anni di esperienza e madre di due bambini, che ha denunciato pubblicamente discriminazioni subite ai colloqui di lavoro.

D: Qual è la discriminazione principale che ha raccontato?
R: Ha denunciato di essere stata scartata o penalizzata perché madre, con domande insistenti su figli e gestione familiare poste prima della valutazione delle sue competenze.

D: Perché la sua testimonianza ha fatto discutere?
R: Perché ha mostrato come la maternità venga ancora percepita come un ostacolo professionale, scatenando sia grande solidarietà sia forti critiche, soprattutto online.

D: Qual è stato il ruolo di TikTok nella vicenda?
R: Silvia ha pubblicato su TikTok resoconti dei colloqui, rendendo virale il problema della discriminazione verso le madri nel mondo del lavoro.

D: Che differenze ha evidenziato tra madri e padri ai colloqui?
R: Molti padri le hanno scritto confermando che a loro non vengono quasi mai fatte domande su figli e gestione familiare, a differenza delle donne.

D: Che tipo di reazioni ha ricevuto da altre donne?
R: Ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno e condivisione di esperienze simili, ma anche commenti di colpevolizzazione e minimizzazione del problema.

D: In che modo l’età ha influito sulla sua ricerca di lavoro?
R: A 38 anni le è stato detto di essere “troppo vecchia” per ripartire, come se l’esperienza fosse meno importante della sua presunta difficoltà a essere “gestibile”.

D: Qual è la fonte giornalistica che ha raccolto la sua storia?
R: La testimonianza di Silvia Munarin è stata raccontata e approfondita in un servizio pubblicato da Fanpage, che ha dato spazio al suo caso e alle reazioni suscitate.


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