Il diavolo veste Prada 2 recensione critica del sequel attesissimo
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Il Diavolo veste Prada 2 trasforma Miranda e racconta la crisi dei media
Il 29 aprile 2026 arriva nelle sale Il Diavolo veste Prada 2, sequel del cult del 2006, riportando al centro Miranda Priestly e Andy Sachs. Sullo sfondo di New York e della redazione di Runway, il film mostra cosa resta dell’editoria di lusso nell’era dei social e dei colossi digitali. Il nuovo conflitto non è più tra direttrice tirannica e assistente inesperta, ma tra un sistema editoriale in declino e un modello di business che non regge più. Vent’anni dopo, il film risponde a una domanda cruciale: che fine fanno i sogni, i giornali e chi ci lavora quando la carta crolla e l’algoritmo decide tutto?
In sintesi:
- Il Diavolo veste Prada 2 arriva vent’anni dopo, con un taglio più industriale che glamour.
- Miranda Priestly non è più il villain assoluto: la vera antagonista è la crisi dei media.
- Runway affonda tra tagli, inserzionisti aggressivi e dominio delle piattaforme digitali.
- Andy Sachs torna in redazione e compie una scelta adulta, non più ingenua.
Runway in crisi, Miranda vittima di un sistema che crolla
Il sequel rompe subito l’immaginario costruito nel primo film: la glaciale Miranda Priestly vola in economy, non ha più un esercito di assistenti e si appende il cappotto da sola dopo l’ennesimo reclamo alle Risorse umane.
Lo status divino dell’editor in chief viene ridimensionato da tagli brutali, budget ridotti, inserzionisti che dettano l’agenda editoriale e big tech che drenano ricavi pubblicitari. Runway, nata per far sognare lusso e bellezza, ora lotta per sopravvivere.
Andy Sachs, che aveva abbandonato quel mondo gettando il telefono in una fontana parigina, scopre che neppure il giornalismo d’inchiesta è al riparo dalla crisi. Licenziata, si trova davanti a un’offerta che la riporta proprio a Runway.
Accetta non per vendere l’anima, ma per compiere una scelta adulta in un contesto in cui anche i giornalisti premiati producono “contenuti che la gente scrolla mentre fa pipì”. Il film mostra così lo scontro tra vocazione professionale, dignità del lavoro e algoritmi dell’attenzione, restituendo una fotografia lucida dell’editoria contemporanea.
Perché oggi tifiamo per Miranda e rimpiangiamo quell’impero
Nel 2006 le angherie di Miranda Priestly suscitavano indignazione: era cinica, eccessiva, apparentemente crudele senza motivo. Oggi lo stesso comportamento viene letto dentro un contesto diverso: una leader esausta che difende un ecosistema in via di estinzione.
Il film ci fa paradossalmente tifare per lei, mentre il suo impero si sgretola. Rimpiangiamo perfino il cappotto sbattuto sulla scrivania, perché almeno esistevano una scrivania, un ufficio, un organico, una filiera di competenze. Il Diavolo veste Prada 2 ha il merito di raccontare, con ironia ma senza nostalgia consolatoria, il passaggio da un’industria strutturata a un presente dominato da precarietà, metriche istantanee e contenuti usa e getta, aprendo una riflessione scomoda sul valore del lavoro editoriale nell’era digitale.
FAQ
Quando esce Il Diavolo veste Prada 2 e dove è ambientato?
Il film esce nel 2026 ed è ambientato principalmente a New York, tra la redazione di Runway e il nuovo ecosistema digitale.
Qual è il tema centrale del sequel rispetto al primo film?
Il tema centrale è la crisi strutturale dell’editoria e dei magazine di lusso, non più solo il rapporto tossico tra capo e assistente.
Come viene rappresentata la carriera di Andy Sachs nel nuovo film?
Andy è una giornalista d’inchiesta licenziata, costretta a rientrare a Runway e a confrontarsi con scelte professionali più mature.
Perché nel sequel si finisce per tifare per Miranda Priestly?
Si tifa per Miranda perché appare vittima di un sistema in declino, impegnata a salvare lavoro, standard e identità di Runway.
Quali sono le fonti di riferimento per l’elaborazione dell’articolo?
L’articolo deriva da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla Redazione.



