virtual racism

Brasile, la campagna Virtual racism contro il cyberbullismo

1 Dicembre 2015

Avvicinare il mondo reale a quello virtuale: ci è riuscita la campagna Virtual racism, real consequences, campagna che si batte contro il razzismo online in modo geniale e messa in piedi da Criola, un’organizzazione per i diritti civili guidata da donne afrobrasiliane.

 

Il funzionamento è semplice: con un monitoraggio dei social network il gruppo ha raccolto commenti e post razzisti legati a uno specifico avvenimento, che raccontiamo sotto.
Poi, laddove disponibili, ha utilizzato le informazioni di geolocalizzazione per capire con la massima precisione possibile da dove fossero stati pubblicati.
Alla fine, grazie a un accordo con i gestori degli spazi pubblicitari pubblici, quelli dei famosi 6×3, ha affisso manifesti con il contenuto riprodotto (si spera) non troppo distante dall’abitazione del responsabile.

Unica accortezza di Virtual racism è stata per la privacy: volto e account sono stati pixelati, ma il messaggio è fin troppo chiaro, come del resto l’obiettivo dell’iniziativa: incoraggiare le persone ad alzare la voce.

Specialmente in un Paese, come il Brasile, con quasi l’8% di cittadini di colore e il 43% di etnia mista, i cosiddetti pardo, con parenti o antenati di colore.

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Chi pubblica interventi di quel tipo su internet “crede di potersene stare tranquillo nel conforto delle proprie case e fare ciò che vuole sulla rete – ha raccontato alla Bbc Jurema Werneck, fondatrice di Criola – non lasceremo che accada. Possono nascondersi ma li troveremo”.

L’idea della campagna, al di là del generale clima di razzismo e delle leggi contro gli abusi che non funzionano, è venuta dopo che una popolare giornalista di colore e conduttrice del meteo del telegiornale di Rede Globo, Maria Julia Coutinho, è stata bersagliata da insulti e infamie razziste fra i commenti di una foto pubblicata sulla pagina Facebook del programma lo scorso 3 luglio.

Ironia della sorte, proprio nel corso della giornata contro le discriminazioni razziali.

Così, i commenti e i tweet affissi nelle città brasiliane sono appunto quelli che si riferiscono a quell’aggressivo e inqualificabile flame della scorsa estate.

La campagna Virtual racism non è gigantesca, è evidente, e ha anche un lato digitale, visto che è possibile vedere in quali città siano stati affissi i cartelli e dunque da dove provenissero gli insulti.

L’aspetto più rilevante è infatti il dibattito che si è innescato, a partire dai mesi scorsi,  ma forse è proprio questo l’anello su cui insistere, in Brasile come altrove: le conseguenze tangibili.

Tutti i dibattiti sui diritti di internet, il cyberbullismo, il cyberrazzismo e la cyberguerra dovrebbero iniziare da un presupposto: far fuori quel prefisso cyber.

Perché ormai le dimensioni sono intrecciate, anzi sono sovrapposte, e campagne come quelle di Criola contribuiscono, anche simbolicamente, ad abbattere quella divisione fra reale e virtuale che ormai è (quasi) solo teorica.

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