La notizia in sintesi:
- Nuova testimonianza di un ex poliziotto riapre il caso della banda della Uno Bianca.
- Il racconto indica un presunto legame tra Roberto Savi e apparati di sicurezza statali.
- Al centro delle indagini il presunto covo dei Servizi in via Lame a Bologna.
- I legali delle vittime chiedono identificazione agenti “Gattel srl” e riconoscimento fotografico.
(Riassunto generato con AI).
Nuove ombre sulla Uno Bianca e i presunti legami coi Servizi
Un ex agente di polizia, ascoltato più volte dalla Procura di Bologna, ha fornito una nuova, dettagliata testimonianza che rimette al centro il caso della banda della Uno Bianca.
Secondo il racconto, il capo del gruppo, Roberto Savi, avrebbe avuto contatti diretti con strutture riconducibili agli apparati di sicurezza dello Stato, in particolare nell’area di via Lame, già nota per la presenza di una società-schermo dei Servizi.
Le dichiarazioni, risalenti a fatti avvenuti nel 1990, sono state raccolte e formalizzate in una nota difensiva depositata dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, legali dei familiari delle vittime della Uno Bianca, che chiedono oggi nuovi accertamenti urgenti.
L’indagine si concentra a Bologna, nell’arco temporale 1989‑1994, per chiarire perché – e per mano di chi – la banda sarebbe stata, secondo lo stesso Savi, “scoperta e usata” dai Servizi, riaprendo un capitolo rimasto finora solo parzialmente esplorato.
Via Lame, società-schermo e la pista che porta al caso Moro
Il cuore investigativo della nuova istanza è il perimetro urbano di via Lame, a Bologna.
Già nel 1996, Roberto Savi aveva accennato all’esistenza, in quella zona, di uffici dei Servizi Segreti. All’epoca, inchieste giornalistiche avevano individuato sui citofoni la sigla “Gattel srl”, poi interpretata come copertura operativa del Sisde, l’ex servizio segreto civile.
L’ex poliziotto oggi ascoltato dai magistrati racconta di essere stato condotto da Savi, nel 1990, proprio in un appartamento dell’area di Porta Lame, con l’obiettivo di essere reclutato per “operazioni clandestine”. All’interno, avrebbe notato numerose armi disposte su tavolo e mobili.
Alla base dell’incontro, un dialogo rimasto inciso nei verbali: il giovane agente aveva espresso la volontà di arruolarsi nella Legione Straniera per “fare la guerra”, ricevendo da Savi la risposta: “Se vuoi fare la guerra, puoi farla anche a Bologna, in modo diverso”.
Savi, nelle confessioni del 1996, aveva inoltre descritto un appartamento al quarto piano all’inizio di via Lame, dotato di terminali informatici identici a quelli della Questura, sostenendo che la banda fosse stata “scoperta e usata per i propri crimini” dai Servizi già nel 1989.
Nella memoria depositata, i legali Gamberini e Moser richiamano studi sulle strutture parallele di intelligence che segnalano coincidenze tra nominativi e ruoli dei soggetti collegati a società-schermo come la “Gattel srl” e la “Gradoli spa”. Quest’ultima è storicamente associata al covo delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, alimentando il sospetto di una continuità di metodi e coperture nel cuore dell’apparato di sicurezza.
Nuove verifiche, silenzio di Savi e possibili sviluppi futuri
Alla luce delle nuove circostanze, gli avvocati Gamberini e Moser hanno chiesto alla Procura di Bologna di identificare tutti gli agenti operativi collegati alla “Gattel srl” tra il 1989 e il 1994.
L’obiettivo è procedere a un riconoscimento fotografico da parte dell’ex poliziotto, per verificare se tra quei profili compaia l’uomo di mezza età, robusto, incontrato in zona Porta Lame e descritto come snodo del presunto reclutamento clandestino.
I magistrati hanno intanto tentato di interrogare Roberto Savi nel carcere di Bollate sui nuovi elementi, ma l’ex leader della banda si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Per la difesa dei familiari delle vittime, il silenzio di Savi non chiude la partita: al contrario, rafforza la necessità di chiarire eventuali depistaggi e catene di comando non ufficiali, verificando se, e in che misura, strutture dello Stato abbiano realmente interagito con la Uno Bianca. Un’eventuale conferma di questi legami aprirebbe scenari significativi anche sul piano della memoria giudiziaria italiana.
FAQ
Chi è il nuovo testimone del caso Uno Bianca?
Si tratta di un ex agente di polizia, ascoltato più volte dalla Procura di Bologna, che ha fornito dettagli su reclutamenti clandestini e contatti con presunti ambienti dei Servizi.
Cosa si contesta esattamente a via Lame a Bologna?
Viene ipotizzata l’esistenza di un appartamento operativo collegato alla società-schermo “Gattel srl”, riconducibile al Sisde, usato come snodo per contatti e coperture.
Perché la Procura deve identificare gli agenti legati a Gattel srl?
Serve a sottoporli a riconoscimento fotografico da parte del testimone, verificando se qualcuno corrisponde all’uomo incontrato con Roberto Savi.
Roberto Savi ha confermato le nuove accuse durante l’interrogatorio?
No, Roberto Savi si è avvalso della facoltà di non rispondere nel carcere di Bollate, lasciando irrisolti i nuovi interrogativi investigativi.
Qual è la fonte originaria delle informazioni su questo articolo?
Le informazioni derivano da una elaborazione congiunta di contenuti Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborati dalla nostra Redazione.



