Trump frena sull’Iran dopo le minacce e ridisegna la strategia tra pressioni interne e scenari globali

Trump rallenta sull’Iran: come i mediatori del Golfo hanno cambiato lo scenario
La frenata di Donald Trump sui raid contro infrastrutture energetiche iraniane nasce da una catena diplomatica che collega Riad, Islamabad e Washington. Nel fine settimana, dopo giorni di minacce militari su Teheran, la Casa Bianca ha annunciato uno stop di cinque giorni per favorire quelli che Trump ha definito *“buoni colloqui”* con l’Iran.
La svolta sarebbe maturata negli incontri segreti tra i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan a Riad, incentrati sullo Stretto di Hormuz e sulla gestione di un conflitto arrivato al 25esimo giorno di operazioni Usa-Israele contro la Repubblica islamica.
Secondo ricostruzioni del Wall Street Journal e della Cnn, gli alleati arabi hanno avvertito Washington del rischio di una escalation “disastrosa” e hanno aperto canali con i Guardiani della Rivoluzione, spingendo Trump verso una parziale inversione di rotta.
In sintesi:
- Trump congela per cinque giorni i raid contro obiettivi energetici iraniani dopo pressioni degli alleati
- A Riad riunione segreta tra Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan per una via diplomatica
- Intelligence egiziana apre un canale con i Pasdaran per esplorare un cessate il fuoco
- In discussione incontri in Pakistan o Turchia e un documento Usa in 15 punti per Teheran
Secondo il Wall Street Journal, due giorni dopo le minacce di attacco, alla Casa Bianca sono arrivate le prime notizie dettagliate sui colloqui di Riad.
I ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan avevano discusso all’alba di giovedì una proposta di de-escalation nello Stretto di Hormuz, nodo vitale per il traffico energetico globale. Il problema centrale, spiegano fonti arabe, era identificare un interlocutore credibile in un Iran con la leadership colpita dai raid e in pieno riassetto interno.
A quel punto l’intelligence egiziana è riuscita a stabilire un contatto operativo con i Pasdaran, presentando una proposta di stop di cinque giorni alle ostilità per costruire un minimo di fiducia e preparare il terreno a un eventuale cessate il fuoco più strutturato.
Il cambio di tono di Trump sarebbe arrivato dopo una serie di colloqui a porte chiuse tramite intermediari mediorientali. Funzionari Usa citati dal Wsj leggono questa svolta anche alla luce delle ricadute interne del conflitto: volatilità dei prezzi energetici, rischio politico per il tycoon in una fase già segnata da forti divisioni domestiche e timori di trascinarsi in un confronto militare aperto con Teheran.
Diplomazia frammentata: richieste Usa, nodo Hormuz e possibili colloqui
Sullo sfondo rimane lo Stretto di Hormuz. Le fonti del Wsj riferiscono che durante i colloqui di Riad i leader arabi hanno proposto un monitoraggio da parte di una commissione neutrale per garantire il passaggio sicuro di tutte le navi.
I Pasdaran avrebbero replicato chiedendo di poter imporre un pagamento per il transito, ipotesi respinta dai Paesi del Golfo, timorosi di un precedente che rafforzerebbe il potere di interdizione iraniano sulla rotta energetica più sensibile del pianeta.
Parallelamente è proseguito lo scambio di messaggi con il lavoro discreto di Qatar, Oman, Francia e Regno Unito, impegnati a tenere aperti i canali tecnici mentre sul terreno proseguono le operazioni militari.
La Cnn conferma il ruolo di Pakistan, Turchia, Egitto e Oman nella mediazione, pur precisando di non rilevare contatti diretti Usa-Iran dal 28 febbraio. Due fonti regionali parlano però di un documento Usa in 15 punti fatto arrivare a Teheran tramite Islamabad.
Le “aspettative” americane includerebbero – riferiscono le fonti – limitazioni alle capacità di difesa iraniane, lo stop al sostegno ai proxy regionali e il riconoscimento del diritto di Israele a esistere. Condizioni tradizionalmente inaccettabili per la Repubblica islamica, ma rimesse sul tavolo in un contesto di forte pressione militare e politica.
Tra le proposte discusse c’è l’ipotesi di colloqui in Pakistan, gradita a Washington. Secondo un funzionario Usa citato dal Wsj, la delegazione americana potrebbe includere l’inviato di Trump Steve Witkoff e il genero del tycoon Jared Kushner; in caso di accordo vicino, potrebbe aggiungersi il vicepresidente JD Vance.
Teheran, riferisce la Cnn, valuterebbe l’invio del ministro degli Esteri Abbas Araghchi. La situazione resta “fluida”, precisano fonti della Casa Bianca, mentre un funzionario del ministero degli Esteri iraniano ha ammesso a Cbs News che “tramite mediatori, abbiamo ricevuto considerazioni dagli Stati Uniti e sono allo studio”.
Leadership iraniana indebolita e incognite sul via libera finale
Gli analisti concordano: *“il regime è ferito, ma ancora in piedi”*. Teheran mantiene il controllo effettivo sullo Stretto di Hormuz, mentre nuovi Marines vengono dispiegati in Medio Oriente.
Resta però opaca la situazione della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei: l’assenza di informazioni chiare alimenta interrogativi su chi possa, dal lato iraniano, autorizzare un compromesso con Washington.
Il quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e l’emittente qatarina Al Jazeera evidenziano l’ascesa di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento di Teheran, come figura cruciale in un sistema di potere frammentato.
Già prima dell’inizio delle operazioni Usa-Israele, il New York Times descriveva una leadership iraniana impegnata a garantirsi sia la mobilitazione militare sia la sopravvivenza politica. In caso di morte di Ali Khamenei – poi ucciso nel primo giorno di raid – i riflettori erano puntati su Ali Larijani, recentemente deceduto e sostituito al Consiglio per il Discernimento da Mohammad Bagher Zolghadr, e sullo stesso Ghalibaf.
In questo quadro, qualsiasi intesa dovrà passare per un delicato equilibrio tra apparati di sicurezza, vertici religiosi e blocchi politici interni, rendendo l’esito dei contatti con Washington tutt’altro che scontato.
FAQ
Perché Donald Trump ha sospeso i raid contro l’Iran per cinque giorni?
La sospensione nasce dalle forti pressioni degli alleati nel Golfo, che hanno avvertito Washington del rischio di una escalation regionale incontrollabile e di gravi ripercussioni economiche sul traffico energetico nello Stretto di Hormuz.
Che ruolo ha avuto Riad nei contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran?
Riad ha ospitato la riunione tra i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, favorendo il coordinamento arabo e creando il quadro politico entro cui l’intelligence egiziana ha potuto aprire un canale con i Pasdaran.
Cosa prevede l’elenco in 15 punti presentato dagli Stati Uniti a Teheran?
L’elenco includerebbe limiti alle capacità difensive iraniane, la fine del sostegno ai proxy regionali e il riconoscimento del diritto di Israele a esistere, oltre a richieste su sicurezza marittima e riduzione delle attività destabilizzanti.
Dove potrebbero svolgersi gli eventuali colloqui tra delegazioni Usa e iraniane?
Le ipotesi principali riguardano Pakistan e Turchia. Washington gradirebbe Islamabad, con una possibile delegazione guidata da Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre Teheran valuterebbe l’invio del ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Quali sono le fonti alla base della ricostruzione su Trump, Iran e mediatori arabi?
La ricostruzione deriva da un’elaborazione congiunta di notizie e retroscena provenienti dalle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione secondo criteri giornalistici indipendenti.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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