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Il problema del pasticcio accaduto ai Creative Commons di Techcrunch, Crunchbase e Aol

8 Novembre 2013

AOL, il più grande internet service provider al mondo, è protagonista in queste ore di un caso spinoso.

Forse spinoso non è il termine più corretto, forse nemmeno il termine “caso” è adeguato: rifacendoci a Gadda, potremmo chiamarlo “Quer pasticciaccio brutto de Creative Commons”

Di che cosa si tratta? Una breve cronistoria degli eventi: nel 2010 AOL acquista TechCrunch.

TechCrunch comprende i contenuti di CrunchBase: un database all’interno del quale la società controllata da AOL ha inserito, sin dal 2007, i dati di professionisti e aziende legate al mondo ICT (parliamo di quasi duecentomila contatti).

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Pochi mesi fa la start up Pro Populi programma e realizza una app per smartphone denominata People+. Si tratta di una sorta di Linkedin di settore, orientato verso un utilizzo aziendale piuttosto che individuale.

Come base per costruire la rete di contatti di questo software, Pro Populi si serve di quelli contenuti in CrunchBase: un vero e proprio furto, direte voi.

Non proprio. CrunchBase è protetto, per quanto riguarda la proprietà intellettuale, dalla licenza Creative Commons (quindi non All Rights Reserved, neppure No Rights Reserved, ma Some Rights Reserved); per quanto ora la società proprietaria del database sia in mano ad AOL, in virtù della natura della licenza chiunque potrebbe servirsi di CrunchBase gratuitamente e senza necessità di autorizzazione.

Peter Berger (CEO di Pro Populi) ha tentato un approccio con il proprio omologo in CrunchBase, conseguendo l’unico risultato di ricevere da AOL una lettera di cease and desist. Pro Populi non si è mostrata arrendevole, e la battaglia legale che seguirà si annuncia complessa. A ulteriore conferma di ciò c’è da aggiungere che People+ non è la prima app a sfruttare il database di CrunchBase (prima lo avevano fatto il sito The Startup Universe e il calendario per iOS Sunrise).

La differenza in questo caso risiede nel fatto che Pro Populi ha copiato e integrato il database di AOL nel proprio, implementandone i contenuti. Berger avanza una spiegazione per l’accanimento di AOL: ” (…) non gli piace che riusciamo a presentare quei dati meglio di loro e con una app mobile, mentre loro sono ancora fermi ad una web app”.

In termini tecnici, il problema potrebbe essere legato non soltanto alla licenza, quanto a strumenti informatici che si servono di dati protetti da licenza. Le API interconnettono applicazioni e file, e diventano sempre più diffuse: Creative Commons ha allo studio un nuovo compendio di norme per regolarle (API Commons). Dal canto suo, AOL ammette di aver ancora necessità di approfondire le politiche CC. Come andrà a finire questa vicenda? Per ora con un muro contro muro. Sempre ammesso che Google non intervenga per levare di mezzo quel + dopo People, rivendicandone la proprietà intellettuale.

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