La notizia in sintesi
- Gabriele Fava richiama l’attenzione sugli effetti del sistema contributivo sulle future pensioni.
- Il metodo lega l’assegno ai contributi versati, quindi a stipendi, continuità lavorativa ed età di uscita.
- Per chi versa dopo il 31 dicembre 1995, il calcolo pensionistico è interamente contributivo.
- Gli esempi mostrano forti differenze tra carriere stabili, redditi elevati e percorsi lavorativi fragili.
(Riassunto generato con AI)
Come cambia la pensione con il sistema contributivo
Inps e il suo presidente Gabriele Fava hanno riportato al centro il nodo del sistema contributivo, ormai decisivo per una quota crescente di lavoratori italiani. Nei giorni scorsi Fava ha evidenziato che questo metodo sostiene la tenuta del sistema previdenziale, ma rende gli assegni molto sensibili all’andamento del mercato del lavoro.
Il tema riguarda soprattutto chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995, perché per questi lavoratori la pensione viene calcolata interamente con il metodo contributivo. Il punto chiave è semplice: contano i contributi effettivamente accumulati durante la carriera e l’età in cui si sceglie di lasciare il lavoro.
Il motivo è strutturale. Se redditi, continuità contributiva e durata della carriera sono elevati, l’assegno tende a crescere; al contrario, stipendi bassi o carriere discontinue producono pensioni più contenute. È in questo quadro che si inserisce il passaggio progressivo al contributivo, con un approdo integrale atteso per il 2040.
Montante, coefficienti e impatto sui redditi
Nel sistema contributivo il perno è il montante contributivo, cioè la somma dei contributi versati nel tempo e rivalutati. Per i lavoratori dipendenti del settore privato, dalla retribuzione viene trattenuto il 9,19%; per i dipendenti pubblici l’aliquota indicata è dell’8,80%. Con la quota a carico del datore di lavoro, il valore complessivo destinato alla pensione arriva al 33%.
Al momento del pensionamento, il montante viene convertito in assegno applicando un coefficiente di trasformazione che varia con l’età. Più tardi si esce, più il coefficiente è favorevole. Tra i valori indicati in vigore nel 2026, si va dal 4,204% a 57 anni al 6,510% a 71 anni; a 64 anni il coefficiente è 5,088%, a 67 anni è 5,608%, a 70 anni sale al 6,258%.
Gli esempi aiutano a misurare l’effetto concreto. Con una retribuzione lorda annua di 25.000 euro per 35 anni, il 33% accantonato ogni anno è pari a 8.250 euro e il montante, senza rivalutazione, raggiunge 288.750 euro. Andando in pensione a 67 anni, l’assegno annuo lordo è di circa 16.190 euro, cioè circa 1.245 euro lordi al mese su 13 mensilità. A 64 anni, invece, scende a circa 14.690 euro lordi annui, ossia circa 1.130 euro lordi al mese.
Con una retribuzione media di 35.000 euro e sempre 35 anni di contributi, l’accantonamento annuo è di 11.550 euro e il montante semplificato arriva a 404.250 euro. A 67 anni la pensione annua lorda sarebbe di circa 22.670 euro, pari a circa 1.744 euro lordi al mese; a 70 anni salirebbe a circa 25.300 euro annui, cioè circa 1.946 euro lordi al mese.
Nel caso di una carriera più fragile, con retribuzione media di 18.000 euro e 30 anni di contributi, l’accantonamento annuo è di 5.940 euro e il montante raggiunge 178.200 euro. A 67 anni, la pensione annua lorda sarebbe di circa 9.993 euro, quindi circa 769 euro lordi al mese.
Il nodo delle carriere discontinue
L’elemento più rilevante messo in luce da questi calcoli è il legame diretto tra qualità della carriera lavorativa e livello della pensione. Nel contributivo, periodi senza versamenti, salari bassi e percorsi occupazionali instabili comprimono il montante e quindi l’assegno finale.
La differenza non dipende solo dal numero di anni lavorati, ma anche dalla retribuzione su cui vengono calcolati i contributi e dall’età di pensionamento scelta. Per chi rientra interamente nel sistema contributivo, inoltre, resta il limite indicato nel testo: non è prevista l’integrazione al trattamento minimo.
È questa la conseguenza più concreta del passaggio al contributivo: un sistema più sostenibile sul piano previdenziale, ma anche più esposto agli squilibri del mercato del lavoro e alle fragilità delle biografie professionali.
FAQ
Chi rientra nel sistema contributivo pieno?
Sì, vi rientra chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995, con calcolo interamente contributivo.
Quanto pesa l’età di pensionamento?
Sì, pesa molto: il coefficiente passa dal 5,088% a 64 anni al 5,608% a 67 anni.
Come si forma il montante contributivo?
Sì, si forma sommando i contributi versati negli anni: per i dipendenti il totale considerato arriva al 33%.
Perché le pensioni possono essere basse?
Sì, perché stipendi bassi, carriere discontinue e meno contributi riducono direttamente il montante e l’assegno finale.
Quali fonti sono alla base di questa rielaborazione?
Sì, la fonte originale è derivata da elaborazione congiunta di fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it ed Agi.it, rielaborate dalla Redazione.



