Caso Garlasco, perché la generalizzazione mediatica mina la comprensione dei fatti di cronaca

Caso Garlasco, perché la generalizzazione mediatica mina la comprensione dei fatti di cronaca

19 Maggio 2026

Stupro, fantasie e tv pubblica: perché le parole non sono mai innocue

In una recente puntata di Porta a Porta, la giornalista Concita Borrelli ha dichiarato in diretta nazionale che in ognuno di noi «c’è lo stupro», sostenendo che tutte le donne avrebbero fantasie sessuali legate allo stupro.
Le frasi, pronunciate in Italia in prima serata sulla televisione pubblica durante il dibattito sul delitto di Garlasco e sul caso Chiara Poggi, hanno suscitato indignazione diffusa, soprattutto tra le donne e tra molte colleghe giornaliste.
Borrelli, che dovrebbe scusarsi in diretta il 19 maggio, ha contribuito a trasformare una delle vicende di cronaca nera più controverse degli ultimi anni in un laboratorio di normalizzazione della violenza, riaprendo la discussione sul confine tra libertà di espressione, responsabilità mediatica e cultura dello stupro.

In sintesi:

  • In tv pubblica è stato affermato che «tutte le donne» avrebbero fantasie di stupro.
  • Il caso Garlasco è diventato il pretesto per generalizzazioni sulla sessualità femminile.
  • Si confonde pericolosamente il sesso consensuale con la violenza sessuale reale.
  • Questa narrazione alimenta la cultura dello stupro e la deresponsabilizzazione collettiva.

Le parole pronunciate da Concita Borrelli arrivano mentre il Paese segue, ancora una volta, il caso irrisolto dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco.
In questo contesto, la tv generalista, che dovrebbe informare e garantire rigore, ha dato spazio a concetti come «ce l’abbiamo tutti» riferito allo stupro, o alla normalizzazione di vecchie frasi di Andrea Sempio archiviate con un «so’ ragazzi».
Il risultato è un dispositivo narrativo che confonde fantasia erotica, pratiche sessuali consensuali e violenza criminale, cancellando le esperienze reali di chi ha subito abusi e rafforzando stereotipi tossici su uomini e donne.

Il confine rimosso tra consenso, fantasia e violenza reale

La chiusura di trasmissione con l’affermazione «dico una cosa terribile e forte, c’è lo stupro. Ce l’abbiamo tutti» ha reso dicibile ciò che dovrebbe restare chiaramente nominato come violenza.
Molte donne hanno preso posizione spiegando di non aver mai desiderato di essere stuprate e di vivere l’idea stessa come incubo paralizzante. L’“universalizzazione” di un presunto immaginario femminile è, oltre che falsa, lesiva per chi porta addosso il trauma.
Nel comunicato di rettifica si invoca il rischio di «interpretazioni fuori contesto», ma il punto centrale resta la scelta consapevole delle parole e la loro reiterazione in diretta: in tv il contesto lo crei tu, non lo subisci.

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La sessualità umana, ricordano gli psicologi, è simbolica, complessa, spesso contraddittoria: esistono fantasie di dominazione e sottomissione, pratiche BDSM, scenari di “rapimento” erotico messi in scena anche dal porno mainstream, Pornhub incluso.
Ma queste pratiche, quando sane, sono per definizione consensuali, negoziate, reversibili: esiste una safe word, la possibilità di interrompere tutto al primo «no».
Chiamare «stupro» questo universo significa ignorare sia la sessualità che la violenza, cancellando il ruolo centrale del consenso e confondendo il gioco con il crimine.

In criminologia esiste il termine ibristofilia, che indica l’attrazione verso individui violenti o criminali: è una categoria clinica precisa, non una regola generale.
Trasformare singole fantasie, pratiche consensuali o devianze studiate in una presunta caratteristica universale delle donne è intellettualmente disonesto e pericoloso.
Lo stupro non è fantasia condivisa né copione erotico: è perdita di controllo, annientamento, trauma duraturo. Confondere i piani banalizza la violenza e legittima chi la minimizza.

Garlasco, cultura dello stupro e responsabilità dei media

L’omicidio di Chiara Poggi nel 2007 ha aperto una ferita giudiziaria e mediatica mai rimarginata: indagini controverse, errori investigativi, un condannato che molti ritengono innocente, un colpevole forse ancora ignoto.
Attorno a questo vuoto si è costruito un “circo” televisivo fatto di soprannomi come «Jesus Christ Superstar della Lomellina», sguardi enfatizzati, estetica morbosa.
Nel racconto dei talk show si è persa l’oggettività, ma anche la coerenza: le stesse trasmissioni che il 25 novembre inscenano la condanna della violenza sulle donne, qualche mese dopo ridono di frasi su «aprire la faccia» alle ragazze o relativizzano forum misogini con un «sono ragazzi».

Questa oscillazione non è neutra. Normalizzare certe espressioni, insistere sul «ce l’abbiamo tutti dentro», ridurre uomini e donne a categorie indistinte accomunate dalla violenza, significa fare didattica rovesciata: insegnare che tutto è opinione, persino il trauma.
La cultura dello stupro non avanza solo con l’apologia esplicita, ma soprattutto con la deresponsabilizzazione: “era una fantasia”, “era uno scherzo”, “era solo tv”.
Chi ha subito violenza non viene quasi mai interpellato: nessuno chiede se quella violenza l’abbia mai desiderata, perché farlo significherebbe introdurre finalmente l’empatia nel quadro.

In questo scenario, il distacco chiesto da molte voci femminili e da esperti di comunicazione non è censura, ma igiene democratica.
Serve separare con nettezza ciò che è cronaca, ciò che è analisi della sessualità e ciò che è intrattenimento, evitando botta-e-risposta tossici che confondono il pubblico e alimentano un clima di assuefazione alla violenza.
Le pratiche sessuali consenzienti, per quanto “kink” o minoritarie, non hanno bisogno di giustificazioni pubbliche; la violenza, invece, ha bisogno di essere nominata per quello che è, senza scorciatoie semantiche.

Una narrazione da cambiare prima che diventi normalità

Il caso Garlasco sta mostrando qualcosa che va oltre il fallimento di un’inchiesta o l’eccesso di cronaca nera: la facilità con cui siamo disposti a trasformare la violenza in linguaggio comune, quasi inevitabile.
Continuare a raccontare che «siamo tutti uguali», che tutte le donne sognano lo stupro e tutti gli uomini “ci ridono su”, significa produrre una deresponsabilizzazione collettiva spacciata per realismo.
Non è così: esistono uomini che rifiutano quella retorica e donne che non hanno mai avuto simili fantasie. Restituire complessità è oggi la vera responsabilità dei media.

FAQ

Cosa ha detto esattamente Concita Borrelli in tv sullo stupro?

La giornalista ha affermato che «c’è lo stupro» in ognuno di noi e che «ce l’abbiamo tutti», riferendosi a fantasie sessuali immaginarie.

Perché le affermazioni sullo stupro in tv sono considerate pericolose?

Lo sono perché confondono fantasie erotiche e violenza reale, banalizzano il trauma delle vittime e contribuiscono alla normalizzazione della cultura dello stupro.

Qual è la differenza chiave tra gioco erotico e stupro?

La differenza decisiva è il consenso: nei giochi erotici può essere revocato in ogni momento, nello stupro è totalmente assente.

Cosa c’entra il caso Garlasco con la cultura dello stupro?

Il caso Chiara Poggi è stato usato in tv per spettacolarizzare la violenza, giustificare linguaggi misogini e generalizzare fantasie sullo stupro.

Quali sono le fonti giornalistiche utilizzate per questo articolo?

L’analisi deriva da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla nostra Redazione.

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Direttore Editoriale Assodigitale.it Phd, MBA, CPA

Storico esperto di Digital Journalism e creatore di Immediapress la prima Digital Forwarding Agency italiana poi ceduta al Gruppo ADNkronos, evangelista di Internet dai tempi di Mozilla e poi antesignano (ora pentito) dei social media in italia, Bitcoiner Evangelist, portatore sano di Ethereum e Miner di crypto da tempi non sospetti. Sono a dir poco un entusiasta della vita, e già questo non è poco. Intimamente illuminato dalla Cultura Life-Hacking, nonchè per sempre ed indissolubilmente Geek, giocosamente Runner e olisticamente golfista. #senzatimore è da decenni il mio hashtag e significa il coraggio di affrontare l'ignoto. Senza Timore. Appunto

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