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Anna Karenina, la recensione del film di Joe Wright con Keira Knightley protagonista

4 Febbraio 2018

“Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

Inizia così una delle opere più conosciute, lette e amate della letteratura moderna. Difficilmente un romanzo scritto centotrentacinque anni fa (la prima edizione russa di Anna Karenina è del 1877) riesce ad essere considerato attuale ancora oggi e il motivo di tale freschezza va in parte attribuito al fatto che Tolstoj non fece altro (e lo fece da gran maestro quale era) che analizzare, approfondire ed indagare i sentimenti umani. E amore, paura, vergogna, infelicità, gioia e dolore, oggi, evidentemente non sono diversi da quelli provati da Anna, Vronskij e Karenin nella Russia imperiale di fine Ottocento. Sarà per questo che, insieme a Madame Bovary, Anna Karenina rimane uno dei personaggi più affascinanti della letteratura. Le due antieroine per eccellenza, che scopriamo essere complementari tra loro: se infatti la protagonista del romanzo di Flaubert è disposta ad abbandonare l’uomo che la ama, pur di godersi il lusso e gli aspetti più futili della vita, Anna Karenina è rassegnata a perdere tutti i vantaggi che l’alta società le riserva, pur di stare accanto all’uomo che ama. Entrambe, come ben sappiamo, pagheranno caro il prezzo delle rispettive rinunce. E allora come si fa a resistere ad un ruolo in grado di offrire così tanto a chi lo interpreta, ma anche capace di non concedere sconti di sorta a chi osa sfidarlo? Lo sanno bene le varie attrici che nel corso dei decenni hanno vestito i panni della passionale Anna. Tra tutte le interpretazioni della Garbo (1935) e di Vivien Leigh (1948) rimangono ancora imbattute. Anche dopo questo ennesimo adattamento ad opera di Joe Wright che ha affidato alla sua attrice feticcio Keira Knightley il ruolo da protagonista.

La storia, arcinota, ci porta a seguire le vicende di Anna Karenina (Keira Knightley), moglie di Karenin (Jude Law), un alto funzionario dello Zar, che si reca in treno da suo fratello per convincere la cognata Dolly (Kelly Macdonald) a perdonare il marito che l’ha tradita per l’ennesima volta. Durante il viaggio conosce la contessa Vronskij e alla stazione si imbatte in suo figlio, Aleksej (Aaron Taylor-Johnson). Fra lui e Anna è amore a prima vista. Dopo aver provato a stare lontani, Anna e Aleksej si rendono conto che il destino ha già deciso per loro: decidono così di smettere di tenere nascosta la loro relazione e di uscire allo scoperto. Allontanata da tutti in società a causa della sua scelta, Anna è costretta a fare i conti con il divorzio da Karenin, con la separazione dall’unico figlio e con una folle gelosia nei confronti di Vronsky che finisce per logorare la loro storia. A questo punto, certa che non potrà mai più avere la vita che sognava, ad Anna non rimane che farla finita.

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Joe Wright torna al genere che ha contribuito maggiormente al suo successo, dopo il parziale flop dei recenti Hanna e Il solista. Terza collaborazione tra il regista inglese e Keira Knightley, dopo Orgoglio e Pregiudizio ed Espiazione, questa Anna Karenina conferma le sue doti di abile creatore di mondi sontuosi ed esteticamente ineccepibili, anche se purtroppo non si va oltre questo. Nonostante le quattro nomination agli Oscar, la maggior parte delle quali in categorie prettamente “estetiche” (Miglior Trucco, Migliori Costumi, Migliore Colonna Sonora e Migliore Scenografia) e il BAFTA vinto per i costumi, la pellicola non centra il bersaglio per diversi motivi. Primo tra tutti la sua protagonista, assolutamente inadeguata a portare il peso di un personaggio tanto controverso e sfaccettato come Anna Karenina sulle proprie spalle. La recitazione della Knightey è sfuggente e manca di spessore, risultando assolutamente inadatta ad esprimere i mille tumulti che convivono all’interno della complessa personalità di Anna. Meglio stendere un velo pietoso, poi, su Aaron Taylor-Johnson/Vronskij, i cui immensi occhi azzurri rimangono costantemente spalancati all’ombra di una ridicola parrucca biondo platino che rende il suo aspetto simile a un putto troppo cresciuto. E nulla può l’impegno di un Jude Law baffuto e in parte, in grado di rendere il suo Karenin, il personaggio forse più scomodo e complesso di tutta la storia, costantemente avvolto da un’aura severa e dolorosa decisamente efficace.

La trovata, poi, che avrebbe dovuto distinguere questo ennesimo adattamento cinematografico al romanzo tolstojano dagli altri, ovvero la scelta di ambientare l’intera vicenda all’interno di un teatro, dopo qualche passaggio finisce per stancare. Tutto il film di Wright infatti è stato girato negli Shepperton Studios, in Inghilterra e anche le scene all’aperto sono in realtà ricostruzioni volutamente patinate ed artefatte. Lo spettatore siede nella platea di un teatro mentre osserva la scenografia mutare improvvisamente sotto i suoi occhi, e le location cambiare mentre gli attori recitano, attraverso melliflui piani sequenza. In questo Anna Karenina si fa di tutto per esaltare il concetto di finzione, la stessa denunciata da Tolstoj attraverso la società ipocrita, di maniera che poggia su un basamento di perbenismo, sul cui sfondo fa vivere e morire i suoi personaggi, ma riesce nell’intento solo a metà. E la scelta di prediligere l’unità di luogo dopo un po’ si rivela difficile da comprendere e da condividere. Quel che rimane di questa pellicola è un esercizio di stile che punta all’esaltazione del bello in ogni sua forma visibile, ma totalmente privo di di quella forza che ha reso l’opera di Tolstoj degna di essere ricordata ancora oggi.

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