La notizia in sintesi
- Unimpresa stima in 1.331 miliardi i crediti fiscali non riscossi al 31 dicembre 2025.
- Solo 93,1 miliardi risultano realmente lavorabili, pari al 7% del magazzino complessivo.
- Nel 2025 lo Stato ha recuperato 16,8 miliardi, appena l’1,3% dello stock.
- La riforma dal 2025 interviene sui nuovi crediti, non sul magazzino storico.
(Riassunto generato con AI)
Crediti fiscali non riscossi, il nodo strutturale
Unimpresa, sulla base di una rielaborazione dei dati della Corte dei conti, indica nel magazzino della riscossione il principale punto critico del fisco italiano. Al 31 dicembre 2025 i crediti tributari e contributivi già accertati, iscritti a ruolo e affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ma non ancora incassati, ammontano a 1.331 miliardi di euro. Il dato riguarda l’Italia e fotografa una massa pari a circa il 59% del Pil nazionale, quasi tre volte le entrate tributarie annue dello Stato.
Secondo l’analisi, il problema non è solo l’evasione in senso potenziale, ma l’incapacità di trasformare in incasso effettivo crediti che lo Stato ha già formalmente riconosciuto come esigibili.
Il carico complessivo accumulato dal 2000 al 2025 è stato di 1.957 miliardi, ridotto da 431,4 miliardi tra sgravi, condoni e annullamenti e da 194,7 miliardi effettivamente riscossi. Il saldo residuo è così diventato la misura di un problema strutturale che continua a crescere anche per l’afflusso costante di nuovi ruoli.
Quanto è recuperabile davvero
La dimensione contabile del magazzino non coincide con la sua reale recuperabilità. L’analisi di Unimpresa segnala che oltre 588 miliardi sono di difficile recupero perché riferiti a fallimenti, imprese cessate, persone decedute o soggetti nullatenenti. A questa quota si aggiungono 46,7 miliardi temporaneamente sospesi per contenziosi, autotutela o definizioni agevolate.
La parte teoricamente aggredibile scende così a 742,9 miliardi, ma il portafoglio davvero lavorabile si riduce a 93,1 miliardi dopo aver escluso le posizioni già interessate da procedure esecutive e quelle in rateizzazione attiva.
Il dato più rilevante, in chiave operativa, è che solo il 7% dell’intero stock appare immediatamente trattabile senza ulteriori ostacoli. Questo spiega perché il sistema continui a produrre un accumulo contabile molto superiore alla sua effettiva capacità di recupero.
Nel 2025 la riscossione ha consentito di incassare 16,8 miliardi di euro, il 5% in più rispetto al 2024, ma appena l’1,3% del magazzino complessivo. L’Agenzia delle Entrate ha concentrato il 57,4% delle somme riscosse, l’Inps il 22,6%, mentre Comuni e Regioni insieme hanno rappresentato l’11,9%.
La composizione dei debitori rafforza il quadro. I contribuenti iscritti a ruolo sono circa 23 milioni: 19,3 milioni persone fisiche e 3,7 milioni persone giuridiche. Il 61% risulta debitore da almeno dieci annualità diverse, segnale di situazioni ormai croniche.
Dal punto di vista quantitativo, il 76% delle cartelle ha importi inferiori a 1.000 euro, ma le posizioni superiori a 10.000 euro, pari al 4,4% del totale, concentrano oltre il 75% del valore dei crediti. Ancora più decisivo il peso dei grandi debitori con esposizioni oltre 500 mila euro: rappresentano il 3% dei contribuenti iscritti a ruolo, generano il 36% delle riscossioni complessive e detengono un portafoglio di 388,9 miliardi.
Secondo Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, «la riforma della riscossione introdotta dal decreto legislativo 110 del 2024 rappresenta un primo tentativo di razionalizzare il sistema», ma resta aperto il nodo del magazzino storico. Longobardi sottolinea che occorre «distinguere in modo chiaro i crediti realmente recuperabili da quelli ormai definitivamente inesigibili» e concentrare le risorse sui crediti effettivamente lavorabili e sui grandi debitori.
La riforma e la sfida del magazzino storico
Nel quinquennio 2021-2025 sono stati affidati alla riscossione mediamente 85,1 miliardi di nuovi crediti all’anno. Questo flusso costante rende strutturalmente difficile ridurre lo stock, perché gli ingressi continuano a superare le uscite tra incassi, sgravi e stralci.
La riforma prevista dal decreto legislativo n. 110 del 2024 introduce dal 2025 il discarico automatico dei nuovi crediti dopo cinque anni in caso di inesigibilità, ma non risolve direttamente l’arretrato accumulato in oltre vent’anni.
Per il magazzino storico è stata istituita una Commissione parlamentare chiamata a definire criteri di gestione e smaltimento. Il passaggio decisivo sarà separare gli attivi solo nominali da quelli con concrete prospettive di recupero.
In questa prospettiva, il caso dei 93,1 miliardi realmente lavorabili e il peso dei grandi debitori indicano dove potrebbe concentrarsi l’azione futura dell’amministrazione, se l’obiettivo sarà trasformare il magazzino da fotografia contabile a leva effettiva di finanza pubblica.
FAQ
Quanto vale il magazzino della riscossione?
Sì, al 31 dicembre 2025 vale 1.331 miliardi di euro, secondo l’analisi del Centro studi Unimpresa su dati rielaborati della Corte dei conti.
Quanti crediti sono davvero recuperabili?
Sì, i crediti realmente lavorabili sono stimati in 93,1 miliardi, dopo aver escluso posizioni sospese, inesigibili, esecutate o già rateizzate.
Quanto ha incassato lo Stato nel 2025?
Sì, nel 2025 la riscossione ha recuperato 16,8 miliardi di euro, pari a circa l’1,3% del magazzino complessivo.
Chi pesa di più nelle riscossioni?
Sì, i grandi debitori oltre 500 mila euro contano di più: sono il 3% dei contribuenti iscritti, ma generano il 36% delle riscossioni.
Quali fonti sono alla base di questa notizia?
Sì, la fonte originale dell’articolo è stata derivata da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla nostra Redazione.




