Trump nel mirino: la doppia minaccia scuote Venezuela e Groenlandia, equilibri geopolitici a rischio

Indice dei Contenuti:
Minaccia venezuelana
Donald Trump ha alzato la pressione su Caracas dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, lanciando un avvertimento diretto alla leader ad interim Delcy Rodríguez. In un colloquio telefonico con The Atlantic, il presidente ha dichiarato che, se la dirigente non intraprenderà “la cosa giusta”, dovrà affrontare “un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. La svolta è netta: il presidente ha definito la “ricostruzione” e il “regime change” in Venezuela come un’opzione preferibile allo status quo, prendendo le distanze dalla tradizionale diffidenza del movimento MAGA verso il nation building. Il Paese, ha detto, è “totalmente fallito” e “un disastro sotto ogni punto di vista”.
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Trump ha respinto l’idea che l’operazione rientri in una strategia di controllo dell’emisfero occidentale secondo la Dottrina Monroe, ribattezzata da lui stesso “Dottrina Donroe”. Ha precisato che la decisione di intervenire non è stata motivata da ragioni geografiche, ma da valutazioni sui singoli Paesi. La linea politica è stata rafforzata dalle parole del segretario di Stato Marco Rubio, che ha ribadito a ABC News di non considerare legittimo l’esecutivo guidato da Rodríguez, citando l’assenza di elezioni credibili e ricordando che “circa 60 Paesi” condividono questa posizione. Secondo Rubio, la legittimità potrà arrivare solo tramite una fase di transizione e consultazioni reali.
La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem ha riferito di conversazioni “molto concrete e chiare” tra Trump e Rodríguez: “Puoi governare o farti da parte. Non ti permetteremo di continuare a sovvertire la nostra influenza americana”. Interpellata su una possibile estradizione di Maduro dopo la sua comparizione con la moglie in tribunale a New York, Noem ha frenato: “Bisogna lasciare che il processo faccia il suo corso”.
L’impostazione dell’amministrazione punta su due binari: delegittimazione politica dell’attuale leadership venezuelana e pressione per una transizione controllata. Trump ha insistito sul fatto che la ricostruzione non sia “una cosa negativa” nel caso venezuelano, segnando un cambio di paradigma rispetto alle sue precedenti dichiarazioni e alla sensibilità della base repubblicana. Il messaggio è rivolto tanto all’interno del Venezuela quanto alla platea internazionale: la gestione del dossier, ha lasciato intendere, sarà assertiva e orientata a risultati rapidi, con l’obiettivo di stabilizzare il Paese e ridisegnarne l’architettura istituzionale attraverso elezioni considerate autentiche dagli osservatori.
Strategia sulla Groenlandia
Nella stessa intervista a The Atlantic, Donald Trump ha rilanciato il dossier Groenlandia, definendola “necessaria” per la difesa degli Stati Uniti. L’isola, territorio autonomo del Regno di Danimarca, è stata descritta come circondata da interessi di Russia e Cina. Alle domande su un eventuale parallelo tra l’azione militare contro il Venezuela e possibili mosse sul fronte artico, il presidente ha evitato di dettagliare, limitandosi a dire che “altri” dovranno interpretare la portata dell’azione americana, lasciando spazio a valutazioni politiche e militari senza conferme operative.
Il tema è deflagrato poche ore dopo la pubblicazione di un’immagine della Groenlandia “a stelle e strisce” con la scritta “presto”, diffusa su X da Katie Miller, moglie del vicecapo dello staff Stephen Miller ed ex portavoce al Dipartimento per la Sicurezza interna e per l’allora vicepresidente Mike Pence. Il segnale social ha riattivato i timori di un progetto di annessione già più volte evocato da Trump nel primo anno del suo secondo mandato, sostenuto dall’argomento della posizione strategica nell’Artico e dalla presenza di minerali critici per i settori high-tech.
Trump ha chiarito che il riferimento pubblico del segretario di Stato Marco Rubio — “il mondo dovrebbe prestare attenzione” dopo l’operazione su Caracas — non riguardava la Groenlandia, ma ha ribadito: “Ne abbiamo bisogno per la difesa”. La narrativa presidenziale intreccia tre direttrici: centralità geostrategica artica, competizione con potenze rivali e continuità di accesso militare. In questa cornice, l’ipotesi di “gestione” prolungata di aree d’interesse, già evocata per il Venezuela, rafforza il messaggio di deterrenza verso gli avversari e di pressione sugli alleati.
La reazione di Copenaghen è stata immediata. La premier Mette Frederiksen ha definito “insensato” parlare della necessità per gli USA di prendere il controllo della Groenlandia, ricordando che l’intero regno — inclusa l’isola — fa parte della NATO e che esiste già un accordo di difesa che garantisce a Washington ampio accesso operativo. L’ambasciatore Jesper Moeller Soerensen ha chiesto “pieno rispetto” dell’integrità territoriale, sottolineando la cooperazione nell’Artico e i fondi stanziati per la sicurezza nel Nord Atlantico. Il punto politico sollevato da Danimarca ed UE riguarda la legittimità di ogni ipotesi di annessione rispetto al diritto internazionale e alle dinamiche intra-alleanza.
La mossa comunicativa della Casa Bianca, compresa la nomina di un inviato presidenziale per la Groenlandia, persegue un obiettivo chiaro: normalizzare nella conversazione pubblica la centralità dell’isola nella postura difensiva statunitense, mantenendo al contempo ambiguità strategica sulle modalità. Il risultato è una pressione costante su Copenaghen e un messaggio a Mosca e Pechino sul controllo delle rotte artiche, delle basi radar e delle catene di approvvigionamento di materie prime critiche.
Reazioni internazionali
Le dichiarazioni di Donald Trump hanno innescato una risposta coordinata tra alleati e rivali. Da Copenaghen è arrivata la presa di posizione più netta: la premier Mette Frederiksen ha esortato gli Stati Uniti a “fermarsi” di fronte a minacce contro un alleato storico e contro un “altro popolo” che ha già escluso qualsiasi cessione della Groenlandia. In un comunicato, ha definito “assolutamente insensato” ipotizzare che Washington possa prendere il controllo del territorio autonomo, ribadendo che l’intero Regno di Danimarca rientra nella cornice di sicurezza della NATO e che un accordo bilaterale già garantisce agli USA ampio accesso militare sull’isola.
Sulla stessa linea, l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moeller Soerensen, ha ricordato su X la necessità di “pieno rispetto” dell’integrità territoriale, rilanciando la collaborazione in Artico e nel Nord Atlantico. Ha segnalato gli investimenti del Regno per la sicurezza comune, con risorse significative stanziate nel 2025 per le attività artiche, e ha sottolineato che la sicurezza degli USA è inseparabile da quella della Groenlandia e della Danimarca. Il messaggio, diretto alla Casa Bianca, è di fermezza sul principio di sovranità e di continuità sulla cooperazione militare già in essere.
In ambito transatlantico, la posizione danese ha trovato sponda nella sensibilità europea. Le capitali dell’UE guardano con preoccupazione alla saldatura tra l’operazione su Caracas e il riemergere del dossier Groenlandia, temendo un precedente di espansione unilaterale in un’area NATO. Gli alleati hanno reagito in modo prudente ma attento, valutando l’impatto sull’architettura di sicurezza e sugli equilibri artici, soprattutto alla luce della competizione con Russia e Cina.
Sul fronte americano, la narrativa ufficiale si è mossa per contenere il contraccolpo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha rimarcato che l’avvertimento “il mondo dovrebbe prestare attenzione” era rivolto a dossier regionali come Cuba, non alla Groenlandia, pur sostenendo la necessità dell’isola per la difesa. La gestione comunicativa ha lasciato aperta una “ambiguità strategica”: rassicurazioni sull’alleanza con la Danimarca, senza arretrare sulla centralità dell’Artico nella postura statunitense.
Intanto, il segnale social di Katie Miller — la mappa della Groenlandia “a stelle e strisce” con la scritta “presto” — ha irritato Copenaghen e alimentato il dibattito internazionale. Il post è diventato il catalizzatore di reazioni diplomatiche e mediatiche, confermando quanto la dimensione simbolica incida sulla percezione di intenzioni espansionistiche. In parallelo, le dichiarazioni di Trump sulla “gestione” a tempo indeterminato del Venezuela e sull’uso delle sue risorse petrolifere hanno accresciuto l’inquietudine tra partner europei, preoccupati per i riflessi sul diritto internazionale e sui mercati energetici.
Nel quadro multilaterale, la NATO osserva con attenzione. La premessa danese — alleanza sì, annessione no — fissa il perimetro entro cui si muoveranno i prossimi scambi diplomatici. L’eventuale irrigidimento di Bruxelles e la posizione dei maggiori alleati europei saranno determinanti per evitare fratture all’interno del fronte occidentale, mentre Mosca e Pechino testano i margini per capitalizzare le tensioni e rafforzare la propria presenza nelle rotte artiche.
Implicazioni geopolitiche
Il doppio fronte aperto da Donald Trump su Venezuela e Groenlandia ridisegna le priorità strategiche di Washington lungo due assi: controllo delle risorse e presidio dei corridoi geo-economici. In America Latina, la promessa di “gestione” del Venezuela e l’enfasi sulla “ricostruzione” indicano un ritorno a strumenti di influenza diretta, con implicazioni sul diritto internazionale e sull’autonomia decisionale dei partner regionali. La pressione su Caracas è pensata per produrre un cambio di leadership verificabile alle urne, ma introduce il rischio di un prolungato stato d’eccezione che potrebbe irrigidire gli equilibri interni e polarizzare l’area circostante, da Cuba ai Paesi del Caribe.
Nell’Artico, il rilancio del dossier Groenlandia si muove sulla logica della deterrenza multilivello: basi radar, rotte di navigazione emergenti, minerali critici e contenimento di Russia e Cina. L’insistenza sulla “necessità” dell’isola per la difesa americana, unita all’ambiguità operativa, mira a consolidare la postura USA senza codificare una dottrina di annessione, ma apre un fronte di frizione con il Regno di Danimarca e con l’UE. L’effetto è duplice: accelerazione di investimenti occidentali nell’Artico e corsa alla definizione di regole condivise su accessi militari, infrastrutture dual use e catene di approvvigionamento.
La combinazione dei due dossier rafforza il segnale di proiezione di potenza: pressioni su regimi ostili nel “vicinato strategico” e consolidamento delle posizioni in aree ad alta competizione. Questo approccio, sostenuto dal messaggio “il mondo dovrebbe prestare attenzione” rilanciato da Marco Rubio, intende dissuadere avversari e rassicurare la base interna su leadership e sicurezza energetica. Tuttavia, impone agli alleati europei una scelta: assecondare una linea assertiva che tende a superare i consueti strumenti diplomatici, oppure difendere rigidamente la cornice multilaterale per evitare precedenti in ambito NATO.
Sul piano energetico e industriale, l’ipotesi di un ruolo più diretto degli USA nel Venezuela e l’interesse per la Groenlandia segnalano un riposizionamento sulle materie prime strategiche: petrolio, terre rare e input per l’high-tech. La prospettiva di sfruttamento “a tempo indeterminato” di risorse venezuelane, evocata pubblicamente, incide sulla percezione di affidabilità americana tra i partner e può rimodellare i flussi verso Nord America e Europa, con effetti sui prezzi e sulla sicurezza degli approvvigionamenti.
La tenuta dell’architettura occidentale dipenderà dalla capacità di delimitare i contorni dell’iniziativa USA: cooperazione rafforzata con Copenaghen per la gestione dell’Artico senza scivolare su ipotesi di annessione; percorso di transizione in Venezuela che non eluda osservazione internazionale e principi elettorali. In assenza di questi binari, l’effetto boomerang potrebbe essere immediato: irrigidimento europeo, spazi di manovra per Mosca e Pechino, e rischio di contenziosi legali sulla sovranità e sull’uso delle risorse.
Nel breve termine, l’ambiguità calcolata di Washington resta uno strumento di pressione. Nel medio periodo, la sostenibilità politica richiederà un equilibrio tra assertività e legittimazione: senza un perimetro condiviso tra alleati, la proiezione americana rischia di trasformarsi in un test stressante per la coesione transatlantica e per la governance dell’Artico e dell’America Latina.
FAQ
- Qual è l’obiettivo principale degli USA in Venezuela?
Promuovere una transizione politica con elezioni ritenute credibili, mantenendo pressione sulla leadership attuale e stabilendo condizioni per “ricostruzione” e stabilità. - Perché la Groenlandia è considerata strategica da Washington?
Per la posizione nell’Artico, le infrastrutture radar, le rotte emergenti e la presenza di minerali critici, oltre al contenimento di Russia e Cina. - La Danimarca accetta un’eventuale annessione della Groenlandia?
No. Copenaghen ha definito “insensato” parlare di controllo USA e ha richiamato sovranità, NATO e accordi di difesa esistenti. - Le dichiarazioni di Trump implicano un’azione militare in Groenlandia?
Non ci sono conferme operative. La Casa Bianca mantiene ambiguità strategica, ribadendo però l’importanza difensiva dell’isola. - Quali sono i rischi per l’alleanza transatlantica?
Frizioni su sovranità e diritto internazionale, possibili tensioni in NATO e divergenze con l’UE sulla gestione dell’Artico e del Venezuela. - Che impatto può avere la linea USA sui mercati energetici e minerari?
Riallocazione dei flussi di petrolio e materie prime verso Nord America ed Europa, con effetti sui prezzi e sulle catene di fornitura high-tech.




