La chiusura di Wired ed il fascismo degli algoritmi
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WIRED ITALIA CHIUDE: IL FUNERALE DEGLI “INNOVATORI” DA DIVANO E IL TRIONFO DELL’ALGORITMO MANGIA-CERVELLI
È successo di nuovo. Il rito funebre collettivo è iniziato puntuale, con la precisione di un orologio svizzero, appena è rimbalzata la notizia della chiusura definitiva di Wired Italia.
Da giorni, le bacheche social sono un fiorire di post ammiccanti, cuoricini spezzati e condoglianze digitali. Un pianto greco che arriva dagli stessi “innovatori” che, probabilmente, non sfogliavano un numero della rivista dai tempi del primo iPhone.
La testata che doveva essere il faro del futuro in Italia spegne le luci, vittima di un sistema che preferisce il confort di una pizza fredda consegnata da uno schiavo digitale piuttosto che l’impegno di una lettura di approfondimento.

Il funerale ipocrita dell’innovazione
Ma diciamocelo chiaramente: se invece di versare lacrime di coccodrillo sui social, la tribù dei professionisti del digitale si fosse presa la briga di remunerare l’editore (quella Condé Nast che, piaccia o meno, il coraggio di provarci lo ha avuto), magari sottoscrivendo un abbonamento o investendo in pubblicità invece di regalare tutto il budget a Mark Zuckerberg, oggi non saremmo qui a scrivere questo necrologio.
Come diceva saggiamente Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. E oggi, quella collettività celebra la morte di ciò che non ha mai sostenuto.
Il fascismo degli algoritmi e la lobotomizzazione di massa: una provocazione che non è più tale
La morte di Wired Italia non è un incidente di percorso, ma un sacrificio rituale sull’altare del fascismo degli algoritmi. Viviamo in un’epoca in cui le nostre scelte, i nostri gusti e persino i nostri pensieri sono dettati da stringhe di codice progettate per tenerci incollati a uno schermo, in un loop infinito di contenuti spazzatura.
Questi algoritmi maledetti stanno letteralmente lobotomizzando le nuove generazioni e trasformando Internet in un deserto di stimoli dopaminergici a basso costo.
Una testata di approfondimento, per quanto cyberpunk e irriverente potesse essere Wired, non ha speranza in un mondo dove il tempo di attenzione medio è inferiore a quello di un pesce rosso. I contenuti “troppo interessanti” sono diventati un fastidio per chi è abituato a consumare tutto con uno scroll distratto.
Siamo diventati succubi di un sistema che ci vuole passivi, pigri e, soprattutto, pronti a consumare. L’algoritmo non vuole che tu rifletta sulla singolarità tecnologica; l’algoritmo vuole che tu clicchi sulla pubblicità del nuovo gadget inutile.
Schiavi digitali e pizze fredde: il ritratto di un popolo decadente
Il paradosso dell’innovatore italiano è tutto qui: si straccia le vesti per Wired, ma poi sfrutta quotidianamente lo schiavo digitale di turno per farsi portare una pizza tiepida a casa, perché non ha nemmeno più l’energia – o la voglia – di alzare il sedere dal divano.
È l’apoteosi della pigrizia mascherata da progresso. Il digitale, che doveva liberarci, ci ha resi ancora più recalcitranti verso lo sforzo intellettuale.
Non ci meritiamo Wired. E forse non ci meritiamo nemmeno il digitale, se l’unico utilizzo che sappiamo farne è alimentare una gig economy che mastica diritti e sputa precarietà. Un popolo che non legge, che non approfondisce e che delega la propria dieta informativa a una IA non può lamentarsi se le voci fuori dal coro vengono messe a tacere dal mercato.
Come affermava Pier Paolo Pasolini: “Il fascismo non è stato soltanto un modo di governare… è stato soprattutto un modo di vivere”. Oggi, quel modo di vivere si è trasferito nei server della Silicon Valley.
Da editori a schiavi digitali: la nuova economia dell’attenzione
Il punto più interessante – e più inquietante – è economico. Le piattaforme hanno trasformato l’informazione in una commodity gratuita, sostenuta da pubblicità algoritmica. Ma il valore generato non resta agli editori: viene catturato dalle piattaforme stesse.
In altre parole:
- i contenuti li producono le testate
- il traffico lo controllano le piattaforme
- i ricavi li incassano gli intermediari
Un modello perfetto. Per gli intermediari.
In questo scenario, anche gruppi solidi come Condé Nast si trovano a fare i conti con una realtà brutale: fare giornalismo di qualità non è più sostenibile senza un pubblico disposto a pagarlo.
E qui torna il nodo centrale: non è solo un problema di Wired. È un problema sistemico.
Il futuro: meno giornalismo, più rumore
Se il trend non cambia, lo scenario è chiaro:
- meno testate autorevoli
- più contenuti generati automaticamente
- più polarizzazione
- meno approfondimento
Un ecosistema perfetto per la viralità. Disastroso per la conoscenza. Eppure, la responsabilità non è solo delle piattaforme. È condivisa. Perché ogni click, ogni scroll, ogni scelta di consumo inconsapevole contribuisce a rafforzare questo sistema.
L’eredità di Wired e il deserto informativo che ci aspetta
Nonostante tutto, bisogna dire: grazie Wired per averci provato. In un panorama editoriale italiano spesso stantio e provinciale, Wired Italia ha tentato di portare una ventata di internazionalità, anche se ammettiamolo, restava la “cugina povera” dell’edizione americana.
Ha cercato di raccontare l’innovazione non come un semplice elenco di schede tecniche, ma come una rivoluzione culturale.
La sua chiusura lascia un vuoto che verrà colmato da post sponsorizzati, video di 15 secondi e titoli acchiappaclick che non dicono nulla. È la vittoria del rumore sul segnale.
Se questo è il futuro che abbiamo scelto con la nostra indifferenza, allora siamo pronti per la lobotomizzazione definitiva. #senzatimore, ci avviamo verso il buio, con lo smartphone in mano e la batteria al 1%.
Cosa ne pensi? È davvero colpa dell’algoritmo o siamo noi che abbiamo smesso di dare valore all’informazione di qualità? Sei pronto a rinunciare alla tua comodità digitale per salvare il giornalismo? Commenta qui sotto e condividi questo articolo se pensi che la pigrizia stia uccidendo la nostra intelligenza!
FAQ
Quali sono le cause principali della chiusura di Wired Italia?
La chiusura è attribuibile a una combinazione di fattori: il calo degli investimenti pubblicitari, la scarsa propensione del pubblico italiano a pagare per gli abbonamenti digitali e la pressione degli algoritmi che penalizzano i contenuti di approfondimento a favore di quelli virali.
Cosa si intende per “fascismo degli algoritmi”?
Il termine indica il potere quasi dittatoriale dei software di distribuzione dei contenuti (come quelli di Facebook, Google e TikTok) nel decidere cosa gli utenti debbono vedere, limitando la visibilità di informazioni complesse e favorendo la polarizzazione e la semplificazione.
Wired Italia era uguale alla versione americana?
No, Wired Italia, pur seguendo il brand internazionale, aveva una linea editoriale adattata al mercato locale, spesso criticata per non essere all’altezza della profondità e della capacità di visione dell’originale statunitense di Condé Nast.
Perché il pubblico italiano viene definito “pigro” nell’articolo?
La provocazione deriva dall’analisi del comportamento degli utenti, che preferiscono servizi immediati (come il delivery o il consumo di video brevi) rispetto all’impegno richiesto dalla lettura di articoli di approfondimento e analisi tecnica.
Qual è il ruolo dell’editore in questa crisi?
L’editore, in questo caso Condé Nast, si è trovato davanti a un mercato che non rispondeva più economicamente al prodotto offerto. Senza il sostegno dei lettori tramite abbonamenti o pubblicità diretta, il mantenimento di una testata di alta qualità diventa insostenibile.
Come influisce la chiusura di Wired sul panorama editoriale tech?
Rappresenta un segnale d’allarme grave, che indica come in Italia lo spazio per il giornalismo d’inchiesta e di visione tecnologica si stia restringendo drasticamente a favore di contenuti creati puramente per l’indicizzazione SEO e la viralità immediata.

