Disoccupati penalizzati dall’Ape sociale, esclusi i lavoratori più fragili

Ape sociale 2025, perché molti disoccupati fragili restano esclusi
L’Ape sociale è l’anticipo pensionistico introdotto per lavoratori in condizioni di fragilità lavorativa, sanitaria o familiare. Riguarda soprattutto chi svolge mansioni gravose, invalidi civili, caregiver e disoccupati. In Italia, nel 2025, lo strumento continua a essere prorogato ma con regole restrittive fissate dall’INPS. Proprio tali vincoli, applicati ai disoccupati, generano esclusioni controverse, come nel caso di un lettore che, pur avendo oltre 63 anni e più di 30 anni di contributi, si è visto negare l’accesso. Il motivo è il mancato rispetto del requisito dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti l’ultimo impiego a termine. Una norma che, di fatto, colpisce proprio i disoccupati di lungo periodo, quelli che alternano brevi lavori precari a lunghi periodi senza occupazione.
In sintesi:
- L’Ape sociale tutela lavoratori fragili, inclusi i disoccupati, ma con requisiti molto selettivi.
- L’INPS richiede spesso la fruizione completa della Naspi prima dell’Ape sociale.
- Serve almeno 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti l’ultimo contratto a termine.
- Queste regole escludono molti disoccupati di lungo corso pur con contributi e età adeguati.
L’istituto dell’Ape sociale nasce per accompagnare alla pensione chi non riesce più a lavorare fino all’età di vecchiaia: addetti a mansioni gravose, invalidi civili, caregiver e disoccupati che hanno esaurito gli ammortizzatori sociali.
Per i disoccupati, però, la normativa si è stratificata nel tempo in modo complesso. Un lettore racconta di aver perso il lavoro “di una vita” nel 2017, di aver percepito Aspi e poi Naspi, alternando lavoretti brevi – fino a un contratto di due settimane in macelleria – senza riuscire a ricostruire una carriera stabile.
A oltre 63 anni e 5 mesi, con più di 30 anni di contributi, ha chiesto la verifica dei requisiti per l’Ape sociale, ottenendo un rigetto: per l’INPS non rispetta i 18 mesi di assunzione nei 3 anni precedenti la perdita dell’ultimo impiego. Una condizione poco nota, che si somma alla complessa interazione tra Naspi e Ape sociale, creando un vero imbuto per i disoccupati più fragili.
Le regole INPS che penalizzano i disoccupati di lungo periodo
Tra i beneficiari dell’Ape sociale, i disoccupati rappresentano una platea numerosa: chi perde il lavoro oltre i sessant’anni incontra enormi difficoltà a rientrare nel mercato. Lo strumento ha consentito a molti di avvicinarsi alla pensione dopo la fine della Naspi.
Proprio sul rapporto tra Naspi e Ape sociale si è concentrato un primo fronte di contenzioso. L’INPS ha spesso preteso che il disoccupato chiedesse e fruisse integralmente la Naspi, respingendo le domande di chi, pur avendone diritto, non l’aveva richiesta. La Cassazione, intervenuta più volte, ha chiarito che la Naspi va fruita per intero solo se effettivamente domandata; la scelta di non richiederla non può, da sola, far decadere dal diritto all’Ape sociale.
C’è però un secondo vincolo, molto meno noto, decisivo nel caso in esame: il requisito dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti la cessazione dell’ultimo impiego quando quest’ultimo è a tempo determinato. Guardando a ritroso nei tre anni anteriori alla fine dell’ultimo contratto, il lavoratore deve sommare almeno 18 mesi di occupazione complessiva. Chi, come molti disoccupati di lungo periodo, ha avuto solo rapporti occasionali, brevi o intermittenti, non raggiunge questa soglia e viene escluso dall’Ape sociale, pur avendo età e contribuzione pienamente adeguate.
Una norma controproducente per la tutela dei lavoratori più fragili
Il caso del lettore mette in luce un paradosso normativo: la regola dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti l’ultimo contratto a termine finisce per colpire proprio chi la misura dovrebbe maggiormente proteggere, cioè i disoccupati strutturali che vivono da anni tra piccoli impieghi e lunghi intervalli di inattività.
Se non corretta dal legislatore o reinterpretata in senso più favorevole dall’INPS, questa condizione rischia di svuotare l’Ape sociale della sua funzione originaria di tutela dei fragili maturi, riducendone l’efficacia sociale e aumentando il contenzioso amministrativo e giudiziario.
FAQ
Chi può accedere all’Ape sociale come disoccupato nel 2025?
Possono accedere i disoccupati con requisiti di età, contributi, cessazione involontaria del lavoro e fine degli ammortizzatori sociali, secondo i criteri aggiornati dall’INPS.
È obbligatorio chiedere la Naspi per ottenere l’Ape sociale?
Non è automaticamente obbligatorio: la Cassazione ha chiarito che la Naspi deve essere fruita integralmente solo se effettivamente richiesta dal lavoratore.
Cosa significa il requisito dei 18 mesi nei 36 mesi precedenti?
Significa che, se l’ultimo rapporto era a termine, occorrono almeno 18 mesi di lavoro complessivo nei tre anni precedenti la sua cessazione.
I lavori brevi e saltuari contano per i 18 mesi richiesti?
Sì, contano tutti i periodi di lavoro subordinato, anche brevi, purché risultino coperti da contribuzione previdenziale e rientrino nei 36 mesi considerati.
Quali sono le fonti informative utilizzate per questo approfondimento?
Le informazioni derivano da una elaborazione congiunta di contenuti Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborati dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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