Disoccupati fragili penalizzati dall’Ape sociale, esclusi dall’accesso alla pensione

Disoccupati fragili penalizzati dall’Ape sociale, esclusi dall’accesso alla pensione

5 Marzo 2026

Ape sociale 2025, perché molti disoccupati restano esclusi dal pensionamento

L’Ape sociale è il canale di pensionamento anticipato rivolto a lavoratori fragili che, in Italia, faticano a raggiungere la pensione di vecchiaia. Coinvolge disoccupati, addetti a mansioni gravose, invalidi civili e caregiver.
Il problema emerge quando le regole applicative dell’INPS, in vigore anche nel 2025, escludono proprio i disoccupati di lungo periodo, spesso ultra sessantenni con carriere discontinue.
Il caso di un lettore che, pur avendo oltre 63 anni e 30 anni di contributi, si è visto respingere la domanda per mancanza di 18 mesi di lavoro negli ultimi 36 mesi, mostra un paradosso normativo che interroga la tutela reale dei lavoratori più fragili.

In sintesi:

  • Ape sociale: pensione anticipata per categorie fragili con requisiti anagrafici e contributivi precisi.
  • I disoccupati devono spesso aver fruito integralmente della Naspi prima dell’accesso.
  • Requisito nascosto: 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti l’ultimo contratto.
  • La norma penalizza soprattutto disoccupati di lungo corso con lavori brevi e saltuari.

Nel caso esposto, un lavoratore che ha perso l’occupazione stabile nel 2017, vivendo poi di impieghi temporanei e periodi di Naspi, ha presentato domanda di verifica dei requisiti Ape sociale dopo i 63 anni e 5 mesi e con oltre 30 anni di contributi.
L’INPS ha respinto l’istanza: secondo l’Istituto non risultavano i necessari 18 mesi di assunzione nei 3 anni precedenti l’ultimo rapporto, un impiego di sole due settimane in una macelleria ambulante.
L’interessato, tipico disoccupato di lungo corso, non comprende il perché di un requisito così stringente, che sembra ignorare la reale precarietà della sua condizione lavorativa e reddituale.

Le regole dell’Ape sociale che escludono i disoccupati più fragili

L’Ape sociale nasce per accompagnare alla pensione lavoratori che si trovano in situazioni di vulnerabilità lavorativa, sanitaria o familiare: addetti a lavori gravosi, invalidi civili, caregiver e disoccupati.
Per questi ultimi, la perdita del lavoro oltre i sessant’anni rende il reinserimento spesso irrealistico, motivo per cui la misura ha rappresentato negli anni una via d’uscita verso la pensione dopo l’esaurimento della Naspi.
La normativa prevede però condizioni molto precise: il disoccupato deve aver perso il lavoro in modo involontario, richiedere la Naspi e, secondo la prassi INPS, fruirla interamente prima di accedere all’Ape sociale.

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Su questo punto la Corte di Cassazione è intervenuta più volte, chiarendo che l’obbligo di fruire integralmente la Naspi vale solo se l’indennità è stata effettivamente richiesta.
Se il lavoratore sceglie di non presentare domanda di disoccupazione, ciò non dovrebbe automaticamente far venir meno il diritto all’Ape sociale, purché sussistano gli altri requisiti previsti dalla legge.
Accanto a questa interpretazione, tuttavia, opera un ulteriore vincolo poco noto: per chi ha un ultimo rapporto a tempo determinato, occorre dimostrare almeno 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti la cessazione di quell’ultimo contratto.

Questa regola tecnologicamente costruita per selezionare veri “lavoratori” finisce, nei fatti, per escludere proprio i disoccupati di lungo periodo che, dopo aver perso il posto stabile, si arrangiano con occupazioni brevi o intermittenti, mai sufficienti a ricostruire continuità contributiva.

Un vincolo che rischia di svuotare la tutela promessa dall’Ape sociale

Nel caso analizzato, l’assenza dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti l’ultimo contratto ha reso irrilevanti sia l’età sia l’anzianità contributiva del richiedente.
La norma, nata per delimitare il beneficio ai lavoratori davvero stabilmente occupati fino alla perdita del posto, colpisce oggi chi alterna impieghi marginali e lunghi periodi di inattività forzata.
Il risultato è un evidente scollamento tra finalità dichiarata della misura – proteggere i più fragili – e suoi effetti concreti, che lasciano senza paracadute proprio chi non riesce più a reinserirsi nel mercato del lavoro. Una riflessione legislativa su questo requisito tecnico appare ormai inevitabile per allineare l’Ape sociale al reale profilo dei nuovi disoccupati anziani.

FAQ

Chi può accedere all’Ape sociale come disoccupato nel 2025?

Possono accedere i disoccupati over 63 anni con almeno 30 anni di contributi, licenziamento involontario, Naspi terminata e requisiti specifici sull’ultimo rapporto di lavoro.

Cosa significa il requisito dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi?

Significa che, nei tre anni precedenti la cessazione dell’ultimo contratto a termine, occorre aver lavorato complessivamente almeno 18 mesi, anche con più rapporti.

È obbligatorio richiedere sempre la Naspi per avere l’Ape sociale?

È generalmente richiesto, ma la Cassazione ha chiarito che la fruizione integrale vale solo se la Naspi è stata effettivamente domandata.

I lavori brevi e saltuari aiutano ad accedere all’Ape sociale?

Sì, contribuiscono al calcolo dei 18 mesi nei 36 mesi, ma se restano troppo pochi non permettono comunque di raggiungere la soglia minima richiesta.

Da quali fonti è stato elaborato questo articolo sull’Ape sociale?

È stato redatto sulla base di una elaborazione congiunta di dati e notizie provenienti da Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborati dalla nostra Redazione.


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