Attacco Usa-Israele all’Iran, economia mondiale in bilico tra petrolio e inflazione

Tensioni Usa-Iran, perché il petrolio rischia di tornare a 100 dollari
Il nuovo scambio di attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran, con la risposta di Teheran che ha coinvolto anche Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, dove sono presenti truppe americane, riaccende il rischio di shock energetico globale.
Il confronto, concentrato nell’area del Golfo, minaccia direttamente lo Stretto di Hormuz, snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, in un momento di grande fragilità dell’economia internazionale.
Secondo stime indipendenti, un’interruzione prolungata della produzione iraniana o un blocco, anche parziale, del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio verso quota 100 dollari al barile, riaccendendo l’inflazione e condizionando le prossime mosse delle banche centrali.
In sintesi:
- Gli scontri Usa‑Iran minacciano lo Stretto di Hormuz, crocevia per un quinto del petrolio globale.
- Capital Economics stima il greggio verso 100 dollari con blocchi prolungati o rischio logistico elevato.
- L’aumento del petrolio potrebbe aggiungere fino a 0,7% all’inflazione media globale.
- Mercati ancora coperti da offerta extra, ma vulnerabili a escalation militari e shock di fiducia.
Stretto di Hormuz, ruolo dell’Iran e scenari di prezzo del greggio
Dallo Stretto di Hormuz transitano ogni giorno circa 21 milioni di barili di petrolio da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Le rotte alternative sono limitate e più costose, rendendo quest’area un vero “collo di bottiglia” energetico globale.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, *“interruzioni prolungate della produzione iraniana di greggio o un blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero contribuire a far salire il prezzo del petrolio sui 100 dollari, trascinando con sé anche i prezzi del gas naturale”*. Un simile shock potrebbe aggiungere dallo 0,6 allo 0,7% all’inflazione media globale, costringendo molte banche centrali a sospendere o invertire il ciclo di tagli dei tassi.
Nei giorni scorsi Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, ha stimato che un attacco massiccio americano contro l’Iran con rischio di chiusura dello stretto potrebbe generare un rialzo del greggio fra +5% e +15%; un’azione più limitata o dimostrativa implicherebbe invece un aumento fra +2% e +6%.
Per il Financial Times, la principale preoccupazione dei mercati è il peso dell’Iran sul traffico marittimo e il sostegno di Teheran a milizie regionali potenzialmente in grado di colpire infrastrutture energetiche strategiche.
L’Iran possiede le quarte maggiori riserve accertate di petrolio al mondo, ma anni di sanzioni e sotto‑investimenti hanno limitato le esportazioni. A gennaio il Paese ha prodotto 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo l’International Energy Agency.
Quasi tutte le esportazioni iraniane sono dirette verso la Cina, soprattutto alle raffinerie indipendenti della provincia di Shandong, disposte ad acquistare greggio sanzionato con forti sconti. Nel 2023 il petrolio iraniano ha rappresentato circa il 13% delle importazioni cinesi via mare, secondo la società di dati energetici Kpler.
Teheran presenta però una vulnerabilità critica: quasi tutto il greggio passa dal solo terminale di esportazione sull’isola di Kharg, a circa 15 miglia dalla costa. Negli ultimi giorni il terminale ha aumentato le spedizioni riducendo le scorte, segnale di prudenza rispetto al rischio di attacchi.
Il Financial Times sottolinea che la perdita dei soli volumi iraniani, in uno scenario di breve durata, non basterebbe a sconvolgere il mercato, dato che l’offerta globale è attesa superare la domanda nella prima metà dell’anno. Giovanni Staunovo (UBS) ritiene che un calo iraniano potrebbe essere compensato da maggiore produzione saudita o dall’uso delle riserve.
Richard Nephew, ex vice inviato speciale Usa per l’Iran e oggi al Center on Global Energy Policy della Columbia University, osserva che *“nel contesto attuale, i mercati potrebbero assorbirlo se il petrolio iraniano domani non ci sarà più”*.
Per Dan Marks, ricercatore di sicurezza energetica al Royal United Services Institute, Teheran farà comunque il possibile per evitare uno stop alle esportazioni: *“Il regime è appeso a un filo e, se si aggiungesse lo stop alle esportazioni di petrolio, sarebbe un colpo enorme”*.
Marks evidenzia che l’Iran dispone di poche mosse realmente sostenibili: in teoria potrebbe chiudere lo stretto posando mine o lanciando missili, fermando quasi del tutto il traffico per il timore delle compagnie marittime. Ma, avverte, *“il mondo potrebbe resistere a una crisi per alcune settimane, ma ci sarebbero ulteriori azioni militari, i paesi vicini sarebbero scontenti, la valuta subirebbe un’impennata e si rischierebbe l’iperinflazione”*.
Sul fronte gas, l’Iran esporta verso Turchia e Iraq, con flussi spesso interrotti: le forniture all’Iraq sono state sospese di recente per presunti problemi tecnici, mentre gli scambi con il Turkmenistan restano irregolari per dispute sui pagamenti.
Impatto per Cina, geopolitica energetica e prossimi rischi per i mercati
Le tensioni su greggio e gas avranno effetti indiretti globali, con epicentro in Cina. David Fyfe, capo economista di Argus, segnala al Financial Times che l’eventuale stop al petrolio iraniano ridurrebbe la disponibilità di barili scontati per le raffinerie cinesi, oggi alimentate da flussi economici da Russia, Venezuela e Iran.
Una carenza di greggi “scontati” costringerebbe Pechino a rivolgersi a qualità mediorientali più costose, comprimendo i margini di raffinazione. Tale pressione potrebbe trasformarsi in leva negoziale nelle relazioni fra Washington e Pechino.
Fyfe sottolinea che *“Trump sta puntando chiaramente la sua balestra contro Pechino. La grande domanda è se porterà fino in fondo questa strategia”*. In questo contesto, il rischio principale per i mercati non è solo un’interruzione fisica delle forniture, ma l’accumulo di premi di rischio geopolitico nei prezzi di petrolio e gas, con impatti su inflazione, potere d’acquisto e politiche monetarie globali nei prossimi mesi.
FAQ
Quanto petrolio passa ogni giorno dallo Stretto di Hormuz?
Attualmente transitano circa 21 milioni di barili al giorno, in gran parte da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Quanto potrebbe salire il prezzo del petrolio in caso di escalation?
Le stime indicano rialzi tra il 5‑15% in caso di attacco massiccio e rischio di chiusura, con possibili punte verso 100 dollari.
Che impatto avrebbe sull’inflazione globale un rialzo del greggio?
Secondo Capital Economics, un aumento durevole del petrolio potrebbe aggiungere dallo 0,6 allo 0,7% all’inflazione media globale annua.
L’economia mondiale può assorbire uno stop del solo petrolio iraniano?
Sì, nel breve periodo l’offerta extra e le riserve strategiche di altri produttori potrebbero compensare volumi iraniani mancanti.
Da quali fonti sono state ricavate le informazioni dell’articolo?
Le informazioni derivano da un’elaborazione congiunta di contenuti Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborati dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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