Atlete transgender nello sport femminile, il dibattito sui vantaggi fisici

Atlete transgender nello sport femminile, il dibattito sui vantaggi fisici

18 Febbraio 2026

Transgender nello sport femminile, cosa dice davvero la scienza oggi

Un’analisi sistematica pubblicata sul British Journal of Sports Medicine ha rivalutato il presunto vantaggio fisico delle atlete transgender negli sport femminili. Il lavoro, condotto da ricercatori dell’Università di San Paolo (Brasile), ha esaminato studi condotti in diversi Paesi tra persone transgender e cisgender sottoposte o meno a terapia ormonale. La revisione, diffusa nel 2026, conclude che dopo uno‑tre anni di trattamento ormonale femminilizzante le atlete trans mostrano una forma fisica e una capacità aerobica sovrapponibili a quelle delle atlete cisgender. Questo risultato mette in discussione i divieti assoluti di partecipazione delle donne transgender alle competizioni femminili, oggi al centro del dibattito politico e delle prossime decisioni del Comitato Olimpico Internazionale, chiamato a definire entro le Olimpiadi 2028 regole stabili sull’inclusione sportiva.

In sintesi:

  • La revisione scientifica indica prestazioni simili tra atlete transgender e atlete cisgender dopo terapia ormonale.
  • Non emergono prove solide di vantaggi atletici residui legati alla precedente esposizione al testosterone.
  • I dati disponibili non riguardano atlete d’élite, ma popolazioni miste non professionistiche.
  • Gli autori invitano il CIO a evitare decisioni discriminatorie senza nuove prove robuste.

Cosa mostra davvero la revisione sulle prestazioni delle atlete trans

Le donne transgender sono persone cui è stato assegnato sesso maschile alla nascita e che hanno intrapreso, in alcuni casi, una transizione di genere con farmaci soppressori del testosterone e ormoni estrogeni. La tesi più diffusa, spesso sostenuta da correnti politiche conservatrici, è che l’esposizione al testosterone in pubertà lasci un vantaggio permanente in termini di massa ossea, muscolare e forza.

Il gruppo dell’Università di San Paolo ha passato in rassegna 52 studi per un totale di 6.485 partecipanti: 2.943 donne transgender, 2.309 uomini transgender, 568 donne cisgender e 665 uomini cisgender. Sono stati confrontati composizione corporea, forza e capacità aerobica prima e dopo la terapia ormonale.

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Dopo uno‑tre anni di trattamento femminilizzante, le atlete trans presentavano ancora una massa magra leggermente superiore rispetto alle atlete cisgender, ma non sono state rilevate differenze significative nella forza degli arti superiori e inferiori, né nel massimo consumo di ossigeno, indicatore chiave di fitness cardiorespiratorio. In altre parole, la revisione non documenta un vantaggio prestativo netto a favore delle atlete transgender rispetto alle coetanee cisgender.

Limiti dei dati e implicazioni per le regole sportive future

Gli autori sottolineano limiti importanti: molti studi inclusi hanno campioni ridotti, disegni osservazionali e non analizzano specificamente atleti d’élite, cioè le categorie più rilevanti per il dibattito olimpico. Le evidenze attuali, quindi, sono ancora parziali, ma convergono su un punto: non esistono oggi dati robusti che dimostrino un chiaro vantaggio sportivo residuo delle atlete transgender dopo terapia ormonale adeguata.

Il genetista Mauro Mandrioli, professore ordinario di Genetica all’Università di Modena e Reggio Emilia, sintetizza così il quadro: «Il messaggio veramente importante è che allo stato dell’arte non abbiamo dati solidi per sostenere che le atlete transgender siano avvantaggiate in termini di prestazioni rispetto a quelle cisgender e per giustificare l’esclusione delle prime dalle competizioni femminili». Secondo Mandrioli, il Comitato Olimpico Internazionale, che dovrebbe pronunciarsi entro le Olimpiadi del 2028, dovrebbe utilizzare questi risultati come invito alla prudenza.

«Le conclusioni di questo studio introducono un elemento di dubbio: i dati che emergono dalla letteratura scientifica non confermano il vantaggio ipotizzato delle atlete transgender rispetto a quelle cisgender. È necessario quindi un approfondimento di ricerca prima di adottare politiche potenzialmente discriminatorie», afferma Mandrioli. La vera sfida per le federazioni sarà bilanciare tutela dell’equità competitiva e rispetto dei diritti umani, basandosi su evidenze scientifiche aggiornate e non su percezioni ideologiche.

FAQ

Le atlete transgender hanno un vantaggio fisico stabile dopo la transizione?

Sulla base della revisione, no: dopo uno‑tre anni di terapia ormonale femminilizzante non emergono differenze significative in forza e capacità aerobica rispetto alle atlete cisgender.

Quanto dura la terapia ormonale prima di equiparare le prestazioni sportive?

La revisione segnala che tra uno e tre anni di trattamento femminilizzante la composizione corporea cambia e gli indicatori di performance risultano comparabili alle atlete cisgender.

Questi risultati valgono anche per atlete d’élite olimpiche?

Attualmente no: gli studi analizzati riguardano popolazioni miste, non specificamente atlete d’élite. Servono ricerche mirate su campioni di alto livello competitivo prima di estendere le conclusioni.

Il testosterone in pubertà garantisce un vantaggio sportivo permanente?

Secondo la revisione, non in modo dimostrato: la terapia ormonale riduce significativamente gli effetti del testosterone, e non si osservano chiari vantaggi prestativi residui misurabili.

Quali sono le principali fonti di questi dati sulle atlete transgender?

I risultati provengono da 52 studi sintetizzati in un articolo sul British Journal of Sports Medicine e commentati dal genetista Mauro Mandrioli su Fatti per capire.


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