Metsola avverte sui limiti del diritto internazionale e propone la teoria della modica quantità

Conflitto diretto tra Stati Uniti, Israele e Iran: cosa cambia davvero
Il confronto militare diretto tra Stati Uniti, Israele e Iran, esploso nelle ultime ore in Medio Oriente, segna la rottura di una “linea rossa” rimasta intatta dal 1979, anno della rivoluzione islamica. Per la prima volta da decenni, lo scontro non è più delegato a proxy e alleati regionali, ma si concentra apertamente su obiettivi militari e strategici iraniani con un obiettivo politico implicito: il possibile cambio di regime a Teheran. A sottolinearlo è l’analista del Medio Oriente Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies e autore di *“1979, La Rivoluzione in Iran”*, secondo cui la crisi potrebbe ridisegnare l’intero equilibrio regionale, dal Golfo all’Ucraina, con effetti diretti su sicurezza energetica, mercati e tenuta delle alleanze occidentali.
In sintesi:
- Scontro diretto Usa-Israele-Iran rompe una linea rossa militare aperta dal 1979.
- L’obiettivo implicito occidentale è indebolire Pasdaran e apparato securitario per favorire un cambio di regime.
- Teheran punta a regionalizzare il conflitto colpendo economie del Golfo e rotte energetiche.
- La crisi avvantaggia strategicamente ed economicamente la Russia, spostando l’attenzione dall’Ucraina.
Nuova fase del conflitto e ruolo dei Pasdaran nella leadership iraniana
Per Nicola Pedde, l’attuale fase è il “terzo episodio” di conflitto tra Israele e Iran e il secondo con coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la progressiva erosione dell’“asse della resistenza”, lo scenario è diventato frontale: l’azione militare occidentale mira soprattutto alle strutture dei Pasdaran e alle forze paramilitari che garantiscono il controllo interno del regime.
Finché l’apparato securitario resterà operativo e capace di reprimere il dissenso, sottolinea Pedde, è improbabile che proteste popolari possano evolvere in un vero cambio di regime. Teheran, percependo la crisi come esistenziale, reagisce tentando di regionalizzare il conflitto: colpire interessi economici e infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo per far crescere il costo politico, militare ed economico della guerra per Washington e i partner arabi.
Parallelamente, la prima generazione della leadership della Repubblica islamica è stata duramente colpita nelle prime fasi delle ostilità. Sta emergendo una seconda generazione, dominata da esponenti dei Pasdaran, più ideologizzata e diffidente verso gli Stati Uniti, convinta che con Washington si possa trattare solo da una posizione di forza.
Rischi per il Golfo, impatto globale e vantaggio strategico per la Russia
Le economie del Golfo appaiono oggi altamente vulnerabili: Abu Dhabi dipende dagli idrocarburi, Dubai da immobiliare, finanza e trasporto aereo. Un conflitto prolungato trasformerebbe queste aree in zone di rischio, colpendo turismo, rotte aeree, investimenti e fiducia dei mercati, con danni potenzialmente strutturali.
Un eventuale coinvolgimento diretto degli Houthi e un blocco delle rotte nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb costituirebbero un salto di qualità: alla fragilità dello stretto di Hormuz si sommerebbe la paralisi di una via chiave verso il Mediterraneo, con ripercussioni immediate sul commercio europeo e globale.
Sul piano geopolitico, uno dei principali beneficiari è la Russia: politicamente, perché può indebolire la narrativa occidentale sul diritto internazionale in Ucraina; economicamente, grazie a prezzi energetici più alti e nuove quote di mercato in Asia; strategicamente, perché l’attenzione militare occidentale si sposta dal fronte ucraino al Medio Oriente, come lo stesso Volodymyr Zelensky ha più volte ammonito.
Prospettive future e possibili linee di evoluzione del conflitto
Se il regime iraniano non dovesse crollare, è probabile che a guidare il paese sarà una leadership ancora più rigida e securitaria, con i Pasdaran al centro del potere politico ed economico. Questo potrebbe consolidare un Iran meno incline al compromesso e più propenso a usare strumenti asimmetrici nella regione.
L’ipotesi di un ruolo decisivo dei curdi appare, secondo Nicola Pedde, poco realistica: forze provenienti dal Kurdistan iracheno non possono controllare un paese grande e complesso come l’Iran, e un loro rafforzamento rischierebbe di innescare nuove tensioni con la Turchia. Sullo sfondo, il conflitto apre una fase in cui sicurezza energetica, stabilità dei mercati e coesione delle alleanze occidentali diventano variabili strettamente interconnesse.
FAQ
Perché lo scontro Usa-Israele-Iran viene definito svolta storica?
Perché segna il passaggio da uno scontro per procura a un confronto militare diretto, rompendo la “linea rossa” mantenuta dopo il 1979.
Qual è il ruolo attuale dei Pasdaran nella crisi iraniana?
È centrale: i Pasdaran guidano la seconda generazione di potere iraniano e sono l’obiettivo primario dei raid occidentali sull’apparato securitario.
Quanto sono esposte le economie di Emirati e paesi del Golfo?
Lo sono molto: dipendono da energia, finanza, turismo e trasporti aerei, settori che un conflitto regionale può paralizzare rapidamente e a lungo.
In che modo la Russia trae vantaggio dal conflitto in Medio Oriente?
Ne beneficia politicamente, indebolendo la narrativa occidentale su Kiev, ed economicamente, grazie a prezzi energetici più alti e nuovi sbocchi asiatici.
Quali sono le principali fonti informative utilizzate per questa analisi?
Sono state impiegate, ed editorialmente rielaborate, informazioni provenienti congiuntamente da Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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