Long Covid nuova luce sulla cellula immunitaria chiave che guida persistenza dei sintomi

Long COVID, scoperto nuovo stato molecolare chiave nelle cellule immunitarie
Un team internazionale guidato dalla professoressa Yang Li del Centre for Individualised Infection Medicine (CiiM) di Hannover, in Germania, ha identificato uno specifico stato molecolare in una popolazione di cellule immunitarie nei pazienti con Long COVID. Lo studio, condotto insieme al professor Thomas Illig della Medizinische Hochschule Hannover (MHH) e al professor Jie Sun dell’Università della Virginia, chiarisce perché fino al 10% delle persone infettate da SARS-CoV-2 sviluppi sintomi persistenti anche dopo forme acute lievi o moderate. Utilizzando biocampioni della biobanca centrale della MHH e tecnologie avanzate di analisi molecolare a singola cellula, i ricercatori hanno descritto un nuovo profilo dei monociti CD14+, associato a livelli elevati di infiammazione sistemica e a sintomi cronici come fatica e difficoltà respiratorie. La scoperta offre una possibile chiave biologica per comprendere la cronicizzazione del Long COVID e apre prospettive per futuri interventi mirati di medicina di precisione.
In sintesi:
- Scoperto uno stato molecolare specifico nei monociti CD14+ associato al Long COVID.
- Questo stato, chiamato LC-Mo, è più frequente dopo COVID lieve o moderato.
- LC-Mo correla con fatica, sintomi respiratori e alti livelli di citochine infiammatorie.
- I dati aprono la strada a diagnosi mirate e potenziali terapie personalizzate.
Monociti LC-Mo, infiammazione persistente e variabilità clinica del Long COVID
Il Long COVID colpisce fino al 10% degli infettati da SARS-CoV-2 in Germania, con quadri clinici estremamente eterogenei: dalla stanchezza debilitante a disturbi respiratori, cognitivi e neurologici che possono durare mesi o anni.
Per decifrare i meccanismi immunologici alla base di questa condizione, il gruppo di Yang Li ha adottato un approccio di single-cell multiomics, capace di analizzare trascrittoma ed epigenoma a livello di singola cellula. Come spiega il dottor Saumya Kumar, primo autore dello studio, “questa tecnologia ci ha permesso di registrare lo stato delle molecole all’interno di ogni cellula e di comprenderne le relazioni funzionali nel contesto del sistema immunitario.”
Parallelamente sono stati misurati i livelli plasmatici di citochine, marcatori chiave dell’attivazione infiammatoria. Un passaggio metodologico decisivo è stato stratificare i pazienti in base alla gravità della COVID-19 iniziale. “Solo in questo modo è stato possibile identificare caratteristiche molecolari chiare alla base dei sintomi cronici del Long COVID,” sottolinea Li.
L’analisi ha evidenziato uno stato molecolare distinto nei monociti CD14+, denominato “LC-Mo” (Long COVID Monocytes), significativamente più frequente nei pazienti Long COVID reduci da forme acute lievi o moderate. “Lo stato LC-Mo correlava con la gravità dei sintomi di fatica e respiratori ed era associato a elevati livelli di citochine nel plasma, indicatori di processi infiammatori in corso nell’organismo.”, afferma Saumya Kumar.
La correlazione tra LC-Mo, infiammazione cronica e sintomi specifici suggerisce un ruolo funzionale di questa popolazione cellulare, pur senza dimostrare ancora un nesso causale diretto.
Dalla medicina di precisione alle altre infezioni croniche: le prossime domande aperte
Secondo la professoressa Yang Li, “il posto esatto di LC-Mo nella patogenesi del Long COVID deve ancora essere determinato, ma offre punti di partenza interessanti per ulteriori studi, ad esempio riguardo ai fattori di rischio genetici o alla medicina individualizzata.”
Una delle questioni cruciali sarà capire se LC-Mo rappresenti una riprogrammazione epigenetica stabile o uno stato reversibile del sistema immunitario. Da questo dipenderà la possibilità di intervenire con terapie mirate, ad esempio combinando farmaci antinfiammatori selettivi e immunomodulatori di nuova generazione.
Un secondo fronte di ricerca riguarda l’identificazione di varianti genetiche che predisponano allo sviluppo di LC-Mo, consentendo screening di rischio e percorsi di sorveglianza personalizzati per i pazienti post-COVID.
Infine, il modello concettuale emerso da questo lavoro potrebbe estendersi oltre il Long COVID, contribuendo a spiegare le sequele croniche di altre infezioni virali e batteriche. La caratterizzazione di stati cellulari persistenti come LC-Mo offre infatti un quadro sperimentale solido per ripensare la gestione a lungo termine delle malattie infettive nella pratica clinica.
FAQ
Che cosa significa Long COVID e quanto è diffuso in Europa?
Il Long COVID indica sintomi che persistono oltre 12 settimane dall’infezione acuta. In Europa interessa fino al 10% dei contagiati, con forte impatto su lavoro e qualità di vita.
Che ruolo hanno i monociti CD14+ nello sviluppo del Long COVID?
I monociti CD14+ risultano alterati nello stato LC-Mo, associato a infiammazione persistente, fatica e disturbi respiratori. Questo profilo cellulare fornisce un possibile marcatore biologico dei casi cronici.
Come funziona la tecnologia single-cell multiomics usata nello studio?
La single-cell multiomics analizza simultaneamente trascrittoma ed epigenoma di ogni cellula, permettendo di mappare con precisione stati immunitari patologici come LC-Mo e le loro relazioni con l’infiammazione sistemica.
Esistono già terapie mirate contro lo stato LC-Mo nel Long COVID?
Attualmente no, non esistono terapie specifiche per LC-Mo. Tuttavia i dati supportano lo sviluppo futuro di farmaci antinfiammatori e immunomodulatori mirati, da validare in trial clinici controllati.
Quali sono le fonti scientifiche alla base di queste informazioni sul Long COVID?
Le informazioni derivano da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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