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Crisi nello Stretto di Hormuz: cosa serve per riaprire il passaggio
Il 4 marzo 2026 l’Iran ha dichiarato ufficialmente chiuso lo Stretto di Hormuz, nodo da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Nel tratto di mare tra Iran e Oman, lo scontro tra la Marina dei Guardiani della Rivoluzione e la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha trasformato l’area in un laboratorio di guerra navale asimmetrica.
Dal 28 febbraio al 12 marzo almeno dieci mercantili sono stati colpiti, mentre il Centcom ha distrutto oltre cento mezzi iraniani.
La chiusura di Hormuz minaccia sicurezza energetica globale, rotte commerciali e stabilità finanziaria asiatica, spingendo Giappone e Corea del Sud ad attivare riserve strategiche e a ricalibrare il mix energetico nazionale. Sullo sfondo, l’ambigua presenza della Cina e la riluttanza degli alleati occidentali complicano qualsiasi piano rapido di riapertura in sicurezza.
In sintesi:
- Lo Stretto di Hormuz è chiuso dal 4 marzo 2026, minacciando il 20% del petrolio mondiale.
- L’Iran usa dottrina A2/AD con mine, droni, missili e barchini veloci contro traffico commerciale.
- Gli Stati Uniti mancano di adeguate capacità cacciamine operative nell’area proprio durante la crisi.
- Alleanza internazionale divisa, Cina osserva e beneficia di fatto di una protezione percepita.
Come l’Iran tiene chiuso Hormuz e perché gli Usa sono in difficoltà
La Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha costruito nel Golfo una dottrina A2/AD per rendere il transito commercialmente intollerabile senza scontro navale diretto con gli Usa. Il dispositivo iraniano combina tra 5.000 e 6.000 mine navali, sciami di droni Shahed, veicoli di superficie non pilotati, barchini veloci e batterie di missili anti‑nave costieri e balistici.
Nonostante Centcom abbia superato 7.000 obiettivi colpiti e 6.500 sortite, la minaccia resta diffusa, mobile e ridondante. Droni e Usv possono essere lanciati da coste, isole e piccole imbarcazioni difficili da individuare. L’ex contrammiraglio Mark Montgomery indica cinque pilastri per riaprire lo Stretto: degradare arsenale iraniano fino a un rischio “gestibile”; ISR continuo entro 50 miglia dai due lati e 100 verso l’entroterra con MQ‑9 Reaper e pattugliatori marittimi; presenza costante di 4‑8 velivoli armati con sistemi APKWS contro droni; elicotteri pronti contro fast boat; dispiegamento di 10‑14 cacciatorpediniere Aegis per scorte organizzate.
Il vero collo di bottiglia è però la guerra alle mine: gli Usa hanno ritirato le ultime quattro navi classe Avenger dal Golfo nel gennaio 2026, sostituendole con un sistema LCS anti‑mine ancora incompleto e in gran parte fuori teatro. Nel momento più critico, Washington dispone al massimo di una singola capacità cacciamine realmente operativa nella regione, contro le 16 unità giudicate necessarie da stime del Washington Institute.
Geopolitica divisiva, ruolo cinese e rischio di frammentazione energetica
Il tentativo di Donald Trump di creare una “Hormuz Coalition” con Gran Bretagna, Francia, Giappone, Corea del Sud e Cina incontra resistenze politiche. Berlino rifiuta, con il ministro Boris Pistorius che afferma: *“Questa non è la nostra guerra”*. Il Lussemburgo parla di “ricatto”, Londra esclude un mandato Nato, Giappone e Australia si sfilano.
L’Unione Europea valuta l’estensione della missione Eunavfor Aspides dallo Mar Rosso a Hormuz, ma servirebbe l’unanimità dei 27 per passare dalla semplice “presenza” alla scorta armata. La Francia ha raddoppiato i caccia Rafale in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, ma non ha ancora impegnato navi cacciamine.
In parallelo, la Marina cinese ha partecipato alle esercitazioni “Maritime Security Belt 2026” insieme a Iran e Russia. Navi cinesi dotate di sistemi satellitari appaiono nell’area, alimentando sospetti di raccolta intelligence sulla Quinta Flotta Usa. Diversi mercantili nel Golfo modificano il proprio AIS dichiarandosi “cinesi” o indicando “China&Crew” per ridurre il rischio di attacchi iraniani, segno tangibile del valore politico dell’ombrello percepito di Pechino.
Sul fronte energetico, Arabia Saudita e Emirati sfruttano gli oleodotti East‑West Pipeline e Adco per bypassare parzialmente Hormuz, ma le capacità non coprono i volumi usuali. Tokyo ha avviato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre (80 milioni di barili), mentre Seul aumenta l’utilizzo del carbone per compensare il Gnl mancante. Con uno stretto largo 33 chilometri e canali di soli 3 km per direzione, all’Iran basta mantenere il rischio assicurativo e operativo oltre la soglia di accettabilità: finora, ci sta riuscendo.
FAQ
Perché lo Stretto di Hormuz è così importante per l’economia globale?
Lo è perché da Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e ingenti quote di Gnl, zolfo ed elio, influenzando direttamente prezzi energetici e stabilità macroeconomica, soprattutto in Asia.
Quante navi cacciamine servirebbero per bonificare lo Stretto di Hormuz?
Servirebbero, secondo una stima del Washington Institute del 2012, fino a 16 navi cacciamine dedicate. Oggi nella regione gli Stati Uniti dispongono al massimo di una capacità realmente operativa.
Quali paesi possiedono le migliori capacità anti‑mine disponibili per Hormuz?
Le migliori capacità appartengono a Giappone, Corea del Sud, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi e alla Royal Navy, che però ha puntato su sistemi autonomi ancora in transizione.
Come stanno reagendo Giappone e Corea del Sud alla crisi di Hormuz?
Stanno reagendo attivando riserve strategiche e rimodulando i mix energetici: Tokyo rilascia 80 milioni di barili, Seul alza il tetto di utilizzo delle centrali a carbone oltre l’80%.
Quali sono le fonti originali utilizzate per questo articolo sulla crisi di Hormuz?
Lo sono le principali agenzie italiane: una elaborazione congiunta di contenuti Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborati dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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