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Graph Search di Facebook con le sue query puoi individuare perfino traditori seriali e razzisti e la privacy?

4 Febbraio 2018

Dopo il recente lancio di Graph Search da parte di Facebook, un gruppo pilota di utenti USA sta testatndo questa nuova funzione di ricerca,  che consente di aggregare una serie di caratteristiche precise, per effetuare ricerche mirate nella cerchia degli utenti collegati al social network.

Sembra davvero che con Graph Search saremo in grado di trovare qualsiasi cosa e ogni tipologia di persone, l’unico limite nelle ricerche è dato dalla fantasia nel comporre le query e c’è chi in questi giorni si è divertito a comporre le ricerche più strane, come “persone sposate interessate a prostitute” o “datori di lavoro che sostengono il razzismo”.

Ovviamente il sistema risponde, andando  a scandagliare per prossimità e nei vari iscritti ai gruppi più improbabili, perché Facebook è un aggregato di un miliardo di persone, che condividono gruppi, informazioni, dati spesso sensibili e in alcuni casi davvero intimi.

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Si potrebbe obiettare che fine farà  la nostra privacy, quando Graph Search sarà accessibile a tutti gli utenti Facebook, ma in realtà il problema non è questo, perché Facebook ha un sistema di controllo delle privacy, il problema vero è  che la maggior parte degli utenti non lo utilizza e non ha sufficiente dimestichezza con questi strumenti, che consentono per esempio di personalizzare e graduare il livello di privacy in base alla delicatezza e alla sensibilità dei dati e delle informazioni, che si decide di condividere.

In realtà le informazioni a cui si potrà accedere con Graph Search, già ora sono già ampiamente reperibili  su Facebook. La differenza è che ora vi si può accedere con alcune operazioni e passaggi più lunghi e complessi, mentre con Graph Search lo si potrà ottenere con un click.

Kashmir Hill in un articolo su Forbes riprende alcune osservazioni di Tom Scott, che nel suo blog parlando di Graph Search dice che, in effetti Facebook non fa che aggregare e leggere quello che noi scriviamo e rendiamo pubblico volontariamente su questo social network. Giustamente scrive Tom Scott, che quando scriviamo su Facebook dovremmo sempre pensare, che è come se scrivessimo su un cartellone pubblicitario piazzato sul palazzo più in vista nella piazza principale di una città e quindi dovremmo sempre valutare se e in che misura è conveniente rendere pubblico quel dato, o anche la semplice condivisione di una notizia, o l’adesione a un gruppo.

Tom Scott oltre a consigliare cautela e attenzione nell’uso di Facebook da parte degli utenti, suggerisce anche al management del social network di predisporrere delle iniziative e degli eventi, per renderere più chiaro agli utenti il sistema di tutela della privacy a cui possono accedere.

Pensavate con i social network di avere perso un po’ della vostra privacy? Se non corrette ai ripari modulando e predisponendo nuovamente le regole sulla privacy, potete a tutti gli effetti considerare la vostra esistenza di pubblico dominio.

 

 

 

 

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