Stretto di Hormuz bloccato rischia di innescare shock economico globale

Blocco di Hormuz, prezzi energetici alle stelle e rischio recessione globale
Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz, deciso dall’Iran in risposta all’offensiva di Usa e Israele, sta facendo esplodere i prezzi di petrolio e gas, con ricadute immediate su inflazione e crescita mondiale. Nel Golfo, nuovi attacchi con droni contro il porto di Fujairah hanno spinto il Brent oltre 106 dollari al barile e il Wti vicino a 100 dollari, mentre ad Amsterdam il gas è salito a 52,02 euro/MWh. L’allarme arriva mentre il presidente Donald Trump chiede un fronte navale internazionale per garantire il traffico delle petroliere, avvertendo di possibili tensioni sulla Nato. Il nodo strategico di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, minaccia ora di trasformarsi in un detonatore di recessione globale, mentre Paesi importatori come l’Italia vedono correre i prezzi dei carburanti e cercano contromisure fiscali urgenti.
In sintesi:
- Brent oltre 106 dollari e Wti vicino a 100 per il blocco iraniano di Hormuz.
- Attacchi con droni a Fujairah colpiscono l’unica rotta considerata alternativa e sicura.
- Trump invoca una coalizione navale e minaccia ripercussioni sulla Nato.
- Italia alle prese con carburanti record e ipotesi tra accise mobili e bonus.
Il nuovo raid di droni contro il porto emiratino di Fujairah, snodo logistico esterno allo Stretto e fino a ieri considerato corridoio di sicurezza, segna un salto qualitativo nella crisi. Colpire infrastrutture oltre Hormuz significa mettere sotto pressione l’intera architettura di sicurezza energetica del Golfo, rendendo più costoso e rischioso ogni flusso di greggio verso Europa e Asia.
Contestualmente, il gas europeo riflette l’ansia dei mercati: ad Amsterdam, benchmark continentale, le quotazioni sono salite dello 0,4% a 52,02 euro al megawattora, livello che riaccende i timori di una nuova stagione di energia cara per industria e famiglie.
La combinazione tra rincari strutturali, minaccia militare persistente e incertezza diplomatica rafforza l’ipotesi di uno shock energetico prolungato, con effetti a catena su trasporti, logistica e catene globali del valore.
Pressioni geopolitiche, ruolo di Cina e rischi sistemici per l’economia
Per evitare il collasso della rotta, il presidente Donald Trump ha chiesto agli alleati Nato – in particolare Francia e Regno Unito – e ai grandi importatori come Cina, Giappone e Corea del Sud di contribuire militarmente alla protezione delle petroliere. Pur rivendicando di aver “neutralizzato il 100% della capacità militare iraniana”, Trump riconosce la vulnerabilità delle navi ai droni e avverte che una mancata cooperazione potrebbe avere *“conseguenze gravissime per il futuro della Nato”*.
Dall’altra parte, Teheran calibra la pressione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ammesso che a diverse navi “è già stato permesso di attraversare lo Stretto” e che numerosi governi hanno chiesto corridoi sicuri. La principale beneficiaria è la Cina, che continua a commerciare con l’Iran e avrebbe importato almeno 11,7 milioni di barili dall’inizio del conflitto.
La forza di Pechino risiede però nelle sue scorte strategiche: una riserva di greggio stimata tra 1,3 e 1,4 miliardi di barili, sufficiente ad assicurare oltre 110 giorni di autonomia industriale anche in caso di isolamento totale. Questo cuscinetto riduce l’impatto immediato del ricatto di Hormuz sulla seconda economia mondiale, ma accentua la fragilità di Europa e Paesi con margini di stoccaggio più limitati.
La crisi assume così i contorni di una crisi sistemica. Poiché dallo Stretto transita circa un quinto del petrolio mondiale, ogni giorno di blocco – o anche solo di minaccia credibile – alimenta aspettative di scarsità, speculazione finanziaria e rialzi dei premi assicurativi e dei costi di nolo.
Non serve un attacco diretto a ogni nave: il solo rischio percepito spinge molti armatori a deviare le rotte o a sospendere i viaggi, comprimendo l’offerta effettiva. Questo meccanismo ricorda gli shock petroliferi degli anni ’70, ma con una differenza cruciale: oggi l’Iran ha piena consapevolezza del proprio potere di interdizione e potrebbe usare Hormuz come leva ricorrente, destabilizzando a lungo termine la fiducia degli investitori e la stabilità dei mercati.
Impatto su Italia e scenari futuri tra misure fiscali e transizione
L’Italia è tra i Paesi europei più esposti allo choc. Alla pompa, il gasolio self service è ai massimi dal 22 marzo 2022, giornata in cui il governo Mario Draghi intervenne con il taglio delle accise, mentre la benzina è al massimo dal 6 agosto 2024.
Nel dibattito interno tornano le accise mobili, meccanismo di compensazione fiscale pensato per sterilizzare parte degli aumenti internazionali: l’extra-gettito Iva generato dal rincaro del petrolio verrebbe usato per ridurre la quota fissa delle accise, stabilizzando il prezzo finale.
Lo strumento, tuttavia, solleva perplessità tecniche (tempistiche di attivazione, gettito incerto) e politiche (impatto sui conti pubblici), spingendo l’esecutivo a valutare con maggiore favore un bonus anti-rincari mirato alle fasce più vulnerabili.
Nel frattempo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha convocato per mercoledì in Prefettura a Milano le principali compagnie petrolifere per affrontare il caro carburanti legato alla crisi in Medio Oriente. *“Il conto che stanno pagando famiglie e imprese è troppo alto”*, ha dichiarato, definendo *“inaccettabili”* gli aumenti del diesel.
La prosecuzione del braccio di ferro su Hormuz potrebbe accelerare scelte strutturali: diversificazione delle rotte energetiche, potenziamento delle scorte strategiche europee, ma anche un’accelerazione della transizione verso fonti rinnovabili e vettori meno esposti a chokepoint geopolitici. In questo scenario, la capacità dell’Unione europea di coordinare risposta fiscale, diplomatica ed energetica sarà determinante per evitare che lo shock si trasformi in una recessione prolungata.
FAQ
Perché il blocco dello Stretto di Hormuz è così cruciale?
Lo è perché attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale, rendendo ogni interruzione immediatamente destabilizzante per prezzi energetici e inflazione globale.
Quanto sono saliti i prezzi del petrolio e del gas?
Attualmente il Brent ha superato i 106 dollari al barile, il Wti sfiora quota 100, mentre il gas ad Amsterdam è salito a 52,02 euro/MWh.
Quali Paesi stanno cercando di garantire la sicurezza delle petroliere?
Stanno intervenendo soprattutto Usa, Francia e Regno Unito, con pressioni di Donald Trump perché anche Cina, Giappone e Corea del Sud partecipino.
In che modo la crisi di Hormuz incide sui prezzi dei carburanti in Italia?
Incide perché il caro petrolio si riversa sui carburanti: in Italia il gasolio self service è ai massimi dal marzo 2022, mentre la benzina ha toccato i valori più alti dall’agosto 2024.
Quali sono le fonti utilizzate per questo articolo sulla crisi di Hormuz?
Lo è perché il contenuto deriva da una elaborazione giornalistica basata congiuntamente su fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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