Poliziotti americani sotto i riflettori digitali, esplode la sfida dei gruppi che filmano ogni intervento sul campo

Indice dei Contenuti:
I gruppi che filmano i poliziotti negli Stati Uniti
Occhi civici sulle pattuglie federali
Sabato mattina, a Minneapolis, Alex Jeffrey Pretti stava puntando il cellulare contro gli agenti federali quando è stato immobilizzato e ucciso. La scena, ripresa da più telefoni, contraddice la versione ufficiale secondo cui era armato e pericoloso. Le stesse dinamiche erano emerse nel caso di Renée Nicole Good, prima vittima documentata nelle operazioni dell’ICE in città, dove i filmati di attivisti e testimoni hanno smontato la tesi della legittima difesa.
I gruppi che filmano gli agenti si coordinano tramite pagine anonime sui social, arrivano nei quartieri prima dei blitz, restano a distanza e registrano ogni movimento. In parallelo organizzano vere e proprie vedette: fischietti, segnali luminosi, messaggi criptati per avvisare le famiglie quando le auto federali stanno imboccando la loro strada.
Negli ultimi mesi, nelle città dove è stata dispiegata l’agenzia migratoria voluta da Donald Trump, queste pratiche sono diventate un presidio permanente. I video non sono solo strumenti di denuncia, ma un deterrente: la presenza di telecamere amatoriali rende più difficile insabbiare perquisizioni arbitrarie, percosse, uso eccessivo della forza.
Dalla scorta armata alle dirette sui social
L’idea di seguire e controllare la polizia nasce negli anni Sessanta con le Black Panthers. In California, militanti afroamericani accompagnavano armati le pattuglie, a distanza di sicurezza, per monitorare i fermi di cittadini neri e scoraggiare abusi, approfittando delle allora permissive leggi sulle armi. Non c’erano telecamere, ma taccuini, megafoni e fucili in vista.
Negli anni Novanta la pratica si trasforma grazie alle videocamere domestiche. A Los Angeles, il 3 marzo 1991, l’idraulico George Holliday riprende dalla finestra il pestaggio di Rodney King: manganelli, calci e taser contro un uomo già a terra. Il filmato, consegnato alle tv, entra nel palinsesto nazionale e rende visibile per la prima volta la brutalità quotidiana subita dai neri americani.
Dopo l’assoluzione degli agenti, le rivolte del 1992 incendiano la città e segnano la nascita di un immaginario: la telecamera come arma povera contro uno Stato percepito come opaco e razzista. Da lì si sviluppano i primi collettivi strutturati di osservatori, poi ribattezzati copwatcher.
Diritti costituzionali e guerra di narrazioni
Negli Stati Uniti il Primo Emendamento tutela il diritto a filmare le forze dell’ordine in luogo pubblico, a patto di non ostacolare fisicamente le operazioni. La giurisprudenza federale riconosce questa attività come espressione del diritto di cronaca e di assemblea. Per i gruppi di copwatch è il fondamento legale che consente loro di restare sul marciapiede e tenere il telefono puntato sui giubbotti antiproiettile.
L’amministrazione Trump, però, ha iniziato a descrivere queste persone come facinorosi che mettono a rischio la sicurezza degli agenti. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem ha paragonato chi filma a chi lancia pietre o molotov, definendo la registrazione una forma di “violenza” e di doxxing. Questo frame comunicativo serve a giustificare cariche, arresti preventivi, dispersioni violente di gruppi perlopiù disarmati.
Nel frattempo gli smartphone hanno reso virali le prove degli abusi: dal soffocamento di Eric Garner a New York nel 2014, catalizzatore di Black Lives Matter, all’omicidio di George Floyd proprio a Minneapolis nel 2020. Ogni video diventa materiale probatorio, contenuto per i social e miccia politica.
FAQ
D: È legale filmare la polizia negli Stati Uniti?
R: Sì, in luoghi pubblici è generalmente consentito dal Primo Emendamento, purché non si ostacolino le operazioni né si mettano in pericolo agenti o terzi.
D: Chi sono i copwatcher e come si organizzano?
R: Sono cittadini che monitorano le forze dell’ordine, coordinandosi via social e app di messaggistica per seguire pattuglie e operazioni con riprese continuative.
D: Perché queste pratiche sono esplose a Minneapolis?
R: L’intensificarsi delle operazioni dell’ICE e i casi di Alex Jeffrey Pretti e Renée Nicole Good hanno reso il monitoraggio dal basso una risposta difensiva delle comunità locali.
D: In che modo le Black Panthers hanno ispirato il copwatch moderno?
R: Hanno introdotto il principio di “scorta” alla polizia per proteggere i neri, passato dalle armi visibili alle telecamere come forma di controllo diffuso.
D: Qual è stato l’impatto del video di Rodney King?
R: Ha mostrato al grande pubblico la violenza della LAPD, anticipando il ruolo centrale delle immagini amatoriali nel racconto degli abusi.
D: Che ruolo hanno avuto gli smartphone nei movimenti antirazzisti?
R: Hanno reso istantanea la circolazione dei video, alimentando mobilitazioni come Black Lives Matter e rafforzando la domanda di accountability.
D: Come reagisce il governo federale ai gruppi che filmano?
R: Alcuni esponenti, come Kristi Noem, li accusano di mettere a rischio gli agenti e cercano di associarli a comportamenti violenti o di odio online.
D: Qual è la fonte giornalistica citata per i casi di Minneapolis?
R: Le informazioni sugli episodi di Minneapolis e sul clima intorno all’ICE provengono da un’inchiesta del Minnesota Star Tribune e da ricostruzioni riprese dalla stampa nazionale.




