Petrolio Brent sfiora 80 dollari, tensione sullo stretto di Hormuz

Brent verso i 100 dollari dopo l’attacco all’Iran e lo stop a Hormuz
Il prezzo del Brent, riferimento internazionale per il petrolio, è schizzato del 10% negli scambi OTC, toccando quota 80 dollari al barile dopo l’attacco contro l’Iran e l’escalation nel Golfo Persico. Gli analisti, da Ajay Parmar di Icis a Barclays, prevedono un rapido avvicinamento ai 100 dollari, soprattutto se lo Stretto di Hormuz resterà parzialmente bloccato. L’impennata arriva mentre l’Opec+ annuncia un aumento moderato della produzione da aprile, giudicato insufficiente a compensare i rischi logistici. La crisi, esplosa tra fine febbraio e inizio marzo nel cuore delle rotte energetiche mondiali, riaccende i timori per inflazione, costi industriali e stabilità finanziaria globale.
La chiave ora è la durata delle interruzioni nel transito marittimo e la capacità reale dei produttori del Golfo di aggirare il collo di bottiglia di Hormuz.
In sintesi:
- Il Brent balza a 80 dollari, con stime fino a 100 in caso di crisi prolungata.
- Almeno 150 petroliere risultano ferme in prossimità dello Stretto di Hormuz.
- L’Opec+ aumenta la produzione di 206mila barili al giorno ma il mercato resta teso.
- Gli analisti avvertono: la vera minaccia è logistica, non di capacità produttiva.
Come la chiusura di Hormuz sta riscrivendo la geografia del petrolio
Le prime proiezioni parlano chiaro. *”Prevediamo che i prezzi apriranno vicini ai 100 dollari al barile e forse supereranno tale livello se assisteremo a un’interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz”*, afferma Ajay Parmar di Icis, posizione condivisa dagli analisti di Barclays e ripresa da Reuters.
La fotografia operativa è altrettanto netta. Secondo Al Jazeera, che cita dati Reuters e la piattaforma Marine Traffic, *”almeno 150 petroliere, comprese navi che trasportano greggio e gas naturale liquefatto, hanno gettato l’ancora nelle acque aperte del Golfo oltre lo Stretto di Hormuz”*. Altre decine sarebbero bloccate sul lato opposto dello stretto, dopo gli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran.
Le navi risultano raggruppate al largo di Iraq, Arabia Saudita e Qatar, cioè presso alcuni tra i principali esportatori globali di petrolio e Gnl. Il Brent aveva già incorporato un premio di rischio geopolitico, superando i 72 dollari prima del conflitto; ora il blocco del principale choke point marittimo del greggio rischia di trasformare la tensione in shock strutturale, con effetti immediati su prezzi alla pompa e bollette energetiche.
Perché l’aumento Opec+ non basta e quali scenari si aprono ora
L’Opec+ ha annunciato un incremento di produzione di 206mila barili al giorno da aprile, oltre i 137mila stimati dagli analisti. Nel comunicato si cita una *”stabile prospettiva economica globale”* e *”attuali solidi fondamentali del mercato”*, ribadendo l’approccio prudente e la flessibilità nel modulare gli aggiustamenti volontari.
Gli esperti, però, giudicano il passo più simbolico che risolutivo. *”È un segnale, non una soluzione. Se il petrolio non può transitare attraverso lo Stretto di Hormuz, ulteriori 206.000 barili al giorno fanno ben poco per alleviare il mercato”*, spiega Jorge Leon di Rystad Energy, sottolineando che *”i rischi logistici e di transito contano più degli obiettivi di produzione in questo momento”*.
Homayoun Falakshahi di Kpler stima che, in caso di guerra prolungata con conflitti regionali e interruzioni dell’approvvigionamento, il greggio potrebbe superare i 120 dollari al barile. In vista della riunione del 5 aprile 2026, l’Opec+ potrebbe tentare ulteriori rialzi di produzione per difendere le proprie quote di mercato rispetto a Stati Uniti, Canada, Brasile e Guyana.
Secondo Leon, i soli membri con margini reali di aumento sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e, in misura minore, Iraq. Ma proprio questi esportatori dipendono in modo critico dal regolare funzionamento di Hormuz, nodo oggi più geopolitico che tecnico.
Dichiarazioni politiche e possibili ricadute su inflazione e mercati
Sul fronte politico, il presidente Donald Trump ha minimizzato le preoccupazioni. *”Non sono preoccupato per nulla. Faccio solo ciò che è giusto. Alla fine, funziona”*, ha dichiarato a Fox, rispondendo sulle conseguenze dell’attacco e sul blocco di Hormuz.
I mercati, però, valutano soprattutto il rischio di una stretta sincronizzata: petrolio oltre 100 dollari, gas naturale liquefatto bloccato nel Golfo e catena logistica congestionata potrebbero alimentare nuova inflazione globale proprio mentre molte banche centrali stanno valutando tagli dei tassi.
Per le economie importatrici europee e asiatiche, la combinazione di prezzi in salita e incertezza sugli approvvigionamenti apre una fase di vulnerabilità: dai costi di trasporto marittimo alle materie prime industriali, l’onda d’urto energetica rischia di propagarsi rapidamente a produzione, consumi e finanza.
FAQ
Perché il prezzo del Brent sta salendo così rapidamente?
Il rialzo è legato alla chiusura parziale dello Stretto di Hormuz dopo l’attacco all’Iran, che blocca flussi cruciali di petrolio e Gnl.
Quanto potrebbe salire il prezzo del petrolio nei prossimi giorni?
Gli analisti di Icis e Barclays ritengono probabile un avvicinamento ai 100 dollari, con scenari oltre 120 dollari in caso di crisi prolungata.
L’aumento di produzione Opec+ può stabilizzare il mercato?
Può attenuare solo parzialmente le tensioni. Esperti come Jorge Leon evidenziano che il collo di bottiglia resta soprattutto logistico e marittimo.
Quali paesi sono più esposti al blocco di Hormuz?
Particolarmente vulnerabili sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, che esportano grandi volumi proprio attraverso Hormuz.
Da quali fonti sono state ricavate le informazioni di questo articolo?
L’analisi deriva da una elaborazione congiunta di notizie Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla nostra Redazione.
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Michele Ficara Manganelli ✿
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