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Giovanni Ziccardi racconta la vita digitale dopo la morte ne “Il Libro digitale dei morti”

31 Marzo 2017

Questa sera sono stata alla presentazione de “Il libro digitale dei morti”, di Giovanni Ziccardi, in Microsoft House. L’autore era presente alla presentazione ed ha raccontato al pubblico numeroso di come i dati oggi siano difficilmente gestibili. Diventano una sorta di memoria a lunghissimo termine ed è difficile controllarli. Così all’interno del libro è stato trattato l’argomento “vita digitale dopo la morte” in tre grandi macro capitoli:

  1. Come gestire la morte dal punto di vista digitale
  2. La voglia di cancellare i dati una volta che la nostra vita finirà
  3. L’oblio della persona

Viene trattata in maniera molto chiara la differenza fra morte, immortalità e oblio. In particolar modo, il diritto all’oblio è radicalmente diverso dalla cancellazione di un dato, che è in egual modo un diritto. Spesso non siamo consapevoli di quanto sia difficile gestire i nostri dati e non sappiamo nemmeno quanto abbiamo diritto di tornarne in possesso.

Ripeto, “Il libro digitale dei morti”, di Giovanni Ziccardi spiega che non è impossibile, ma davvero difficile farlo. Tornare in possesso dei propri dati è una lotta contro i titani. Ci sono anche sentenze che propendono a favore dell’utente, come la famosa “Sentenza Google Spain” o la decisione che Microsoft ha preso con il “Right to be forgotten”.

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Ma oggi le tecnologie ricordano tutto. È molto difficile poter dimenticare. La tecnologia ha dimenticato la memoria corta. A differenza di ciò che suggeriva invece Audrey Hepburn, che per stare bene diceva fosse sufficente “Buona salute e memoria corta”. D’altronde almeno il 50% dei nostri dati circolano in rete e non ne siamo più in grado di tornare in possesso. Forse tanto tranquilli non siamo.

Per questo Ziccardi ne ha scritto all’interno de “Il libro digitale dei morti”: per dare una maggiore consapevolezza all’utente.

Addirittura a breve i profili dei morti supereranno quelli dei vivi.

La tecnologia negli ultimi 30/40 anni ha cambiato davvero la vita degli esseri umani, soprattutto con l’avvento degli smartphone. Tuttavia nessuno si era mai occupato del post-mortem, probabilmente per una questione di galateo. In passato, durante le prime fasi dell’internet, si era felici dell’immortalità dei dati. Oggi si inizia ad avere paura di questa mole di dati enorme che sopravvive alla nostra assenza, come foto o video.

Ziccardi è riuscito a parlarne per “Il libro digitale dei morti” solamente con i notai. A suo avviso sono gli unici che se ne sono occupati perché hanno fiutato l’affare.

Oggi infatti quando lascio le mie credenziali di accesso, anche se in vita, legalmente vengo impersonificato da qualcun altro. Quindi se nel testamento lascio le password a qualcun, quel qualcuno diventa me. Questo è il metodo trovato fin’ora.

Un altro tipo di discorso viene fatto sull’etichetta e il galateo. Giovanni è convinto che ognuno nella vita reale viva il lutto come vuole. Dunque è giusto viverlo in ugual modo sui social, ovvero come vogliamo. Sentendo centinaia di persone durante la stesura del libro, ha trovato l’empatia il sentimento migliore. Se il modo di fare è garbato spesso è il modo migliore di comportarsi. Soprattutto se non richiede attivazione, cioè “fare qualcosa” da parte di chi sta vivendo il lutto. Da prendere ad esempio sono i teen; nel loro modo sgrammaticato comunque condividono “amore”, vicinanza e condivisione.

Il futuro secondo “Il libro digitale dei morti”

In un futuro prossimo un prodotto interessante potrà nascere attraverso l’uso dei chatbot e l’intelligenza artificiale. Come con @Roman, sviluppato da una ragazza russa che, dopo aver perso un amico, ha fatto di tutto per averlo con sé anche dopo la morte. Il linguaggio del chatbot riprende le migliaia di post sparsi in giro per il web durante la sua vita. E chi lo sa se è questo che la famiglia del ragazzo vuole o meno per il figlio!

Tuttavia ciò che suggerisce Giovanni Ziccardi ne “Il libro digitale dei morti” è che finché l’approccio non diventa patologico, il problema non sussiste. A suo avviso la patologia sussiste anche nella vita reale, con persone reali che non escono di casa perché sdraiate sul divano per mesi in lutto a prescindere dalle tecnologie!


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