Israele e Usa puntano a obiettivo strategico condiviso spiegato dall’esperto

Israele-Stati Uniti contro l’Iran: quali obiettivi strategici reali?
La campagna militare congiunta di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, entrata in una fase di alta intensità con attacchi mirati a infrastrutture nucleari e missilistiche, punta a ridisegnare gli equilibri strategici in Medio Oriente. L’azione, concentrata tra Israele, Golfo e Mediterraneo orientale, si sta sviluppando in questi giorni con l’obiettivo prioritario di neutralizzare la minaccia militare iraniana e prevenire un’escalation nucleare regionale.
Secondo l’analisi di Kobi Michael, senior researcher dell’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv, il cambio di regime a Teheran resta un esito desiderabile ma non pianificabile dall’esterno: la caduta della leadership iraniana dipenderà dalla capacità del popolo e delle élite interne di organizzare una transizione credibile.
In parallelo, i raid e le ritorsioni iraniane contro Paesi del Golfo, Giordania e basi occidentali rischiano di accelerare la formazione di una coalizione regionale anti-Teheran, con un ruolo potenzialmente attivo di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
In sintesi:
- Obiettivo immediato: smantellare capacità nucleari e missilistiche iraniane considerate minaccia esistenziale per Israele.
- Regime change auspicato ma possibile solo tramite dinamiche interne iraniane, non per imposizione esterna.
- I raid iraniani nel Golfo rischiano di generare una coalizione militare regionale anti-Teheran.
- Capacità missilistica iraniana in calo, ma restano pericolosi droni e missili da crociera contro i Paesi vicini.
Obiettivi militari, ruolo dei Pasdaran e possibili scenari interni
Per Kobi Michael, il traguardo più realistico dell’offensiva è *“negare all’Iran le capacità militari strategiche, prima nucleari e poi balistiche, e indebolire il regime a un punto tale da impedirgli di ricostituire la minaccia”*.
La priorità israeliana è evitare che Teheran torni a configurarsi come minaccia esistenziale: questo significa colpire siti nucleari, depositi, infrastrutture di comando e soprattutto i lanciatori dei missili balistici, definiti il “collo di bottiglia” operativo del sistema iraniano.
Il tema del cambio di regime resta sullo sfondo. L’analista sottolinea che in un Paese di oltre 90 milioni di abitanti esistono risorse umane e competenze per una transizione, a partire dalle forze armate regolari, considerate meno ideologizzate dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Una parte della futura leadership, sostiene, potrebbe emergere proprio da questi ranghi istituzionali, affiancata da figure della società civile e dell’apparato amministrativo oggi marginalizzate dal potere parallelo dei Pasdaran.
Il fattore tempo è cruciale: la campagna, destinata a durare settimane, potrebbe creare dopo una o due settimane di pressione un contesto in cui, se organizzata e determinata, la popolazione iraniana possa trasformare l’indebolimento militare in un’opportunità politica concreta.
Rischio coalizione regionale e conseguenze sulla sicurezza del Golfo
L’Iran ha risposto all’offensiva ampliando lo spettro dei bersagli: monarchie del Golfo, Giordania, basi britanniche a Cipro, oltre a minacce rivolte a Armenia e Azerbaigian. L’obiettivo di Teheran, secondo Kobi Michael, è *“allargare il conflitto per aumentare la pressione su Washington e costringerla a fermare la campagna”*.
Questo calcolo, però, rischia di essere controproducente. Attacchi massicci con missili e droni contro Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar potrebbero trasformare operazioni difensive episodiche in un impegno offensivo diretto al fianco di Israele e Stati Uniti.
La capacità balistica di Teheran, avverte l’analista, sta già diminuendo: molti lanciatori sono stati distrutti o neutralizzati appena esposti, costringendo l’Iran a un impiego più tattico, con poche unità per volta, per mantenere la pressione psicologica su Israele.
Diverso il quadro per i Paesi del Golfo, vulnerabili alla combinazione di droni, missili da crociera e razzi a corto raggio. Proprio questa prossimità geografica potrebbe fare da catalizzatore alla nascita di una vera coalizione regionale, accelerando l’isolamento strategico del regime iraniano.
FAQ
Qual è l’obiettivo principale della campagna Israele-Stati Uniti contro l’Iran?
È principalmente volto a smantellare in modo duraturo le capacità nucleari e missilistiche iraniane, riducendo drasticamente la minaccia strategica contro Israele e la stabilità regionale.
Il cambio di regime in Iran è un obiettivo dichiarato di Israele e Stati Uniti?
È considerato un esito auspicabile, ma non un obiettivo operativo dichiarato: dipende soprattutto dall’organizzazione dell’opposizione e dalla società iraniana.
Che ruolo potrebbero avere Arabia Saudita, Emirati e Qatar nel conflitto?
Potrebbero passare da un ruolo prevalentemente difensivo a una partecipazione offensiva, entrando in una coalizione regionale se subissero attacchi su larga scala.
Quanto a lungo l’Iran può mantenere l’attuale ritmo di lancio di missili?
Secondo gli analisti, la capacità balistica potrebbe ridursi sensibilmente in pochi giorni, a causa della sistematica distruzione dei lanciatori operativi.
Quali sono le fonti principali utilizzate per questa analisi sulla crisi iraniana?
L’analisi deriva da una elaborazione congiunta di contenuti Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborati dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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