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Crisi nello Stretto di Hormuz: perché la riapertura resta lontana
Il 4 marzo 2026 l’Iran ha dichiarato ufficialmente chiuso lo Stretto di Hormuz, innescando una crisi che minaccia circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas del Qatar. Nel tratto di mare tra Iran e Oman, teatro già della “guerra delle petroliere” negli anni Ottanta, attacchi contro navi commerciali e risposta militare statunitense hanno creato un blocco di fatto ai traffici.
Gli Stati Uniti, tramite il Centcom, stanno tentando di contenere l’offensiva della Marina dei Guardiani della Rivoluzione islamica, mentre la comunità internazionale discute, divisa, una possibile coalizione navale. La chiusura di Hormuz pesa su Asia, Europa e mercati energetici globali, perché senza un accordo politico e capacità tecniche di sminamento il passaggio sicuro resta fuori portata.
La crisi spinge intanto gli attori regionali a rafforzare oleodotti alternativi e le potenze importatrici, come Giappone e Corea del Sud, ad attingere alle riserve strategiche, segnando un potenziale riassetto strutturale delle rotte energetiche mondiali.
In sintesi:
- Lo Stretto di Hormuz è chiuso dall’Iran dal 4 marzo 2026, minacciando il 20% del petrolio mondiale.
- La dottrina A2/AD iraniana combina mine, droni, missili e barchini in una strategia asimmetrica.
- Gli Stati Uniti mancano di adeguate capacità cacciamine in teatro; gli alleati esitano a intervenire.
- La crisi accelera oleodotti alternativi e uso di riserve strategiche in Asia orientale.
Dottrina iraniana, limiti USA e divisioni nella coalizione
Per chiudere di fatto Hormuz, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha applicato la propria dottrina A2/AD: rendere il transito così rischioso da scoraggiarlo, senza affrontare frontalmente la US Navy.
Teheran dispone di 5.000-6.000 mine navali, anche se al 12 marzo, secondo il Centcom, ne erano state posate meno di dieci nello stretto, scelta che segnala la volontà di evitare un blocco totale immediato. A queste si aggiungono sciami di droni Shahed, veicoli di superficie non pilotati esplosivi, barchini veloci e batterie di missili anti-nave costieri e balistici.
Tra il 28 febbraio e il 12 marzo almeno dieci navi commerciali sono state attaccate. Centcom afferma di aver distrutto oltre 100 imbarcazioni iraniane, colpito depositi di mine e condotto più di 6.500 sortite di combattimento contro oltre 7.000 obiettivi, senza però annullare la minaccia, perché droni e USV possono essere lanciati da coste, isole e piccole unità difficili da tracciare.
L’ex contrammiraglio Mark Montgomery indica cinque pilastri militari per riaprire lo Stretto: ridurre il rischio di missili, mine e droni a un livello “gestibile”; garantire sorveglianza ISR continua per almeno 50 miglia su ciascun lato e 100 miglia nell’entroterra con droni MQ‑9 Reaper e pattugliatori marittimi; mantenere in quota in modo persistente 4-8 velivoli armati con razzi APKWS per abbattere i droni; schierare elicotteri pronti a ingaggiare i barchini veloci; disporre di 10-14 cacciatorpediniere Aegis per scortare i convogli, da sostituire gradualmente con navi alleate.
Il punto debole è però la guerra alle mine. Nel gennaio 2026, le ultime quattro navi cacciamine classe Avenger sono state ritirate dal Golfo e inviate a Philadelphia per la demolizione. Le sostitutive Littoral Combat Ship convertite al ruolo anti-mine – USS Tulsa, USS Santa Barbara, USS Canberra – sono vincolate da gravi ritardi tecnici: il sistema, basato su elicotteri con rilevamento laser, battelli autonomi con sonar e moduli di dragaggio, non è ancora pienamente affidabile.
Nella fase critica, gli Stati Uniti si sono così ritrovati senza una forza cacciamine credibile nella regione. Una stima del Washington Institute del 2012 valutava necessarie fino a 16 navi dedicate per bonificare Hormuz da una massiccia posa di mine: oggi Washington ne può schierare, nel migliore dei casi, una sola.
Sul piano politico, l’appello del presidente Donald Trump a una “Hormuz Coalition” diretta a Gran Bretagna, Francia, Giappone, Corea del Sud e Cina ha prodotto risposte tiepide. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha respinto la partecipazione con la frase: “Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo cominciata noi”. Il Lussemburgo ha parlato di “ricatto”.
Londra si è detta disponibile a lavorare con gli alleati su un piano collettivo, ma il premier Keir Starmer ha escluso una missione Nato. Giappone e Australia restano defilati; la Nato, come organizzazione, non ha assunto impegni.
L’Unione europea valuta l’estensione del mandato dell’operazione Eunavfor Aspides dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, proposta dall’Alto rappresentante Kaja Kallas. Tuttavia, Aspides oggi può solo assicurare presenza passiva, senza scorta armata, e ogni cambiamento richiede l’unanimità dei 27 Stati membri, processo lento e politicamente sensibile.
La Francia ha raddoppiato da 10 a 24 i caccia Rafale in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, intercettando decine di droni iraniani. Ma l’invio di navi anti-mine resta un salto di qualità che nessun governo europeo, per ora, vuole assumere.
Sulle capacità disponibili, la Royal Navy britannica ha dismesso gran parte delle tradizionali cacciamine a favore di sistemi autonomi ancora in sviluppo avanzato. La Marine Nationale francese conserva alcune unità classe Éridan; Italia, Belgio, Paesi Bassi contribuiscono con navi del Standing Nato Mine Countermeasures Group. Giappone e Corea del Sud dispongono di flotte anti-mine relativamente robuste. L’ostacolo non è tecnico ma politico: nessuno vuole essere trascinato in un conflitto che formalmente non sostiene.
Intanto la Cina rafforza la propria presenza: a inizio marzo la Marina cinese ha partecipato alle esercitazioni “Maritime Security Belt 2026” insieme a unità iraniane e russe nello Stretto. Secondo analisti occidentali, servizi d’intelligence e centri di ricerca dell’Esercito Popolare di Liberazione funzionano da “occhi e orecchie” in tempo reale sulla Quinta Flotta americana.
Una nave cinese per comunicazioni satellitari, comparsa nell’area, è ritenuta probabile piattaforma di raccolta d’intelligence. Pechino ha un duplice interesse: dipende fortemente dal petrolio del Golfo ma teme un’escalation che danneggi i propri investimenti regionali.
Il segnale più tangibile di questa ambiguità è nel comportamento delle navi commerciali: secondo i dati MarineTraffic e Afp, almeno otto unità hanno modificato i dati AIS dichiarandosi “cinesi” o segnalando “China&Crew” per ridurre il rischio di attacchi iraniani. L’ombrello – reale o percepito – di Pechino diventa così un asset di sicurezza marittima.
Lo stesso Segretario al Tesoro USA Scott Bessent ha ammesso che Washington è “a posto” con il transito di alcune navi iraniane, indiane e cinesi, riconoscendo implicitamente che un blocco totale sarebbe politicamente ed economicamente insostenibile anche per gli Stati Uniti.
Scenari futuri su energia globale e sicurezza dello Stretto
Nel medio periodo, la crisi di Hormuz accelera strategie già in corso per ridurre la dipendenza da questo choke point di 33 chilometri, con corsie di traffico di appena 3 km per senso di marcia.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono parzialmente aggirare lo Stretto grazie all’oleodotto saudita East-West (circa 5 milioni di barili/giorno verso il terminal di Yanbu sul Mar Rosso) e alla pipeline emiratina Adco, che collega i giacimenti di Abu Dhabi al terminal di Fujairah nel Golfo dell’Oman. Queste infrastrutture, tuttavia, non compensano i volumi totali che normalmente transitano per Hormuz.
Gli importatori asiatici maggiormente esposti reagiscono: Tokyo ha avviato il più ampio rilascio di riserve strategiche della sua storia, circa 80 milioni di barili; Seul ha eliminato il tetto dell’80% alla capacità delle centrali a carbone per sostituire parzialmente il GNL mancante.
In un ambiente marittimo così ristretto, l’Iran non deve vincere una guerra navale convenzionale: è sufficiente alzare il rischio oltre la soglia accettabile per gli armatori. Finora, la combinazione di attacchi mirati, minaccia di mine e incertezza politica ha ottenuto esattamente questo risultato.
La riapertura sicura dello Stretto richiede un mix che oggi ancora manca: robuste capacità anti-mine dispiegate, copertura aerea persistente, scorta Aegis numerosa e, soprattutto, una volontà politica condivisa tra Stati Uniti, europei e partner asiatici. Senza questa convergenza, Hormuz resterà il barometro più sensibile della fragilità energetica globale e della competizione strategica tra Washington, Teheran e Pechino.
FAQ
Perché lo Stretto di Hormuz è strategico per l’energia mondiale?
Lo è perché attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e grandi volumi di gas, soprattutto qatariota, rendendolo uno snodo critico per mercati asiatici ed europei.
Quali sono le principali armi usate dall’Iran nello Stretto?
L’Iran impiega mine navali, droni Shahed, veicoli di superficie non pilotati, barchini veloci e missili anti‑nave costieri e balistici, costruendo una complessa difesa asimmetrica A2/AD contro traffico commerciale e forze USA.
Che cosa impedisce agli Stati Uniti di bonificare rapidamente lo Stretto?
Impedisce una grave carenza di navi cacciamine operative, dopo il ritiro delle unità classe Avenger e i ritardi del sistema anti‑mine su Littoral Combat Ship, che limita la capacità di sminamento su larga scala.
Quali paesi potrebbero contribuire con capacità anti‑mine efficaci?
Potrebbero contribuire Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Giappone e Corea del Sud, che dispongono di flotte e unità specializzate, ma la decisione dipende da valutazioni politiche interne e rischi di coinvolgimento nel conflitto.
Da quali fonti è stata elaborata l’analisi su Hormuz?
È stata elaborata attingendo congiuntamente a fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, successivamente rielaborate in modo autonomo dalla nostra Redazione secondo criteri giornalistici ed analitici.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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