Emissioni militari emergono come il grande buco nero del clima che governi e istituzioni continuano a ignorare

Emissioni militari emergono come il grande buco nero del clima che governi e istituzioni continuano a ignorare

28 Aprile 2026

Emissioni militari, il buco nero delle politiche climatiche globali

Le emissioni militari sono oggi il grande vuoto delle politiche climatiche internazionali. Chi le produce sono gli eserciti di potenze come Stati Uniti, Cina, Russia e gli altri Paesi con alta spesa militare. Che cosa accade è noto agli esperti: guerre, basi, logistica e arsenali generano enormi quantità di CO₂ non contabilizzate. Dove si decide questo vuoto è nei negoziati Onu sul clima, dalla firma del Protocollo di Kyoto nel 1997 fino all’Accordo di Parigi. Quando il problema esplode è oggi, con conflitti come Ucraina, Gaza e la guerra 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran. Perché è cruciale: senza includere le emissioni militari, la traiettoria verso il net zero resta strutturalmente falsata.

In sintesi:

  • Le forze armate generano almeno il 5,5% delle emissioni globali di gas serra, in gran parte non dichiarate.
  • Dal 1997 le emissioni militari sono escluse dagli obblighi climatici, con rendicontazione solo volontaria.
  • I conflitti in Ucraina, Gaza e Medio Oriente producono centinaia di milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti.
  • Un sistema di dichiarazioni annuali aggregate permetterebbe controllo pubblico senza compromettere la sicurezza operativa.

Come la guerra altera il bilancio climatico mondiale

Dalla fine degli anni Novanta la contabilità climatica internazionale presenta una lacuna strutturale. Il Protocollo di Kyoto ha consentito ai governi di escludere le emissioni delle forze armate dagli inventari nazionali. L’Accordo di Parigi ha confermato questo regime di quasi totale volontarietà, lasciando agli Stati la scelta se comunicare o meno i propri dati militari all’Unfccc.

Il risultato è un paradosso: i settori civili vengono sottoposti a obiettivi severi, mentre il comparto militare, tra i più energivori al mondo, rimane sostanzialmente opaco. Le stime più accreditate attribuiscono alle forze armate circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra, una quota comparabile a quella dell’intero settore dell’aviazione civile e del trasporto marittimo messi insieme. Ogni euro destinato alla difesa produce più del doppio delle emissioni rispetto alla media degli altri comparti economici.

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Gli effetti concreti emergono nei teatri di guerra. I primi 14 giorni del conflitto 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno generato circa 5 milioni di tonnellate di CO₂. L’offensiva israeliana su Gaza nel 2025 è stimata in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, includendo la successiva ricostruzione. L’invasione russa dell’Ucraina ha raggiunto 230 milioni di tonnellate in tre anni, un valore paragonabile alle emissioni annuali combinate di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, eppure questi numeri non entrano nei conteggi ufficiali.

Costi nascosti, ecosistemi distrutti e possibili correttivi futuri

La CO₂ non dichiarata è, per definizione, incontrollabile. I cittadini e le imprese sono chiamati a cambiare abitudini energetiche, mentre le emissioni legate a guerre, basi e arsenali restano fuori dal quadro. In questo squilibrio, gli impegni sul net zero rischiano di perdere credibilità sostanziale.

Gli impatti sono visibili. Le colonne di fumo su Fujairah, la pioggia nera su Teheran dopo i bombardamenti dei depositi petroliferi, i contadini dello Yemen che non possono più pompare acqua per irrigare: sono manifestazioni tangibili di un costo climatico non contabilizzato. La scomparsa della foca monaca mediterranea osservata al largo di Gaza, mentre Israele distruggeva gli impianti di trattamento delle acque reflue, mostra come la guerra cancelli in poche settimane anni di ripristino ambientale.

L’obiezione più frequente è la sicurezza: rendicontare carburante, logistica e consumi potrebbe rivelare capacità operative. Ma modelli già esistono. Le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite applicano dichiarazioni annuali aggregate, verificate da soggetti indipendenti e pubblicate con ritardo temporale. Così hanno iniziato a ridurre in modo documentato la loro impronta climatica. Estendere questo schema alle forze armate nazionali, con standard minimi condivisi in sede Onu, potrebbe rappresentare il primo passo per riportare il costo climatico della guerra dentro la contabilità ufficiale.

FAQ

Perché le emissioni militari sono escluse dagli accordi sul clima?

Le emissioni militari sono escluse perché il Protocollo di Kyoto nel 1997 le ha rese facoltative, per ragioni politiche e di sicurezza nazionale.

Quanto incidono le forze armate sulle emissioni globali di gas serra?

Le forze armate incidono per almeno il 5,5% delle emissioni globali, secondo le stime scientifiche più recenti sulle attività militari mondiali.

Le missioni di peacekeeping Onu dichiarano le loro emissioni di CO₂?

Sì, le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite pubblicano inventari annuali aggregati e verificati, ottenendo riduzioni progressive della loro impronta climatica.

Esistono rischi di sicurezza nel rendicontare le emissioni militari?

Esistono rischi solo se i dati sono troppo dettagliati. Report annuali aggregati, pubblicati con ritardo, evitano di esporre informazioni operative sensibili.

Da dove provengono i dati e le informazioni utilizzate in questo articolo?

Le informazioni derivano da un’elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla Redazione.

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