Avvocato Spazzali svela l’ultima verità nascosta: il sorprendente testamento morale che cambia la difesa italiana

Avvocato Spazzali svela l’ultima verità nascosta: il sorprendente testamento morale che cambia la difesa italiana

25 Gennaio 2026

L’ultima lezione dell’avvocato Spazzali

Un avvocato controcorrente

L’itinerario professionale di Giuliano Spazzali attraversa mezzo secolo di storia giudiziaria italiana, dagli anni di piombo a Mani pulite. Difensore di organizzazioni come il Soccorso rosso, portò in aula una concezione radicale delle garanzie, impermeabile a qualsiasi logica emergenziale.

Nel processo simbolo della stagione di Tangentopoli, quello a Sergio Cusani, la sua linea difensiva rifiutò ogni collaborazione “concertata” con l’accusa, anche quando ciò avrebbe potuto alleggerire manette e misure cautelari. Per Spazzali l’imputato restava titolare di diritti intangibili, non merce di scambio nel patto implicito tra giustizia mediatica e opinione pubblica.

Questa postura lo mise frontalmente in rotta con il modello giudiziario che si affermava nel Palazzo di giustizia di Milano, dove la pressione verso la confessione e il pentimento pilotato diventava il motore di un sistema che trasformava la lotta alla corruzione in rito collettivo, più etico-politico che processuale.

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Il duello con Di Pietro

Nel rapporto fra Spazzali e il sostituto procuratore Antonio Di Pietro si incarna l’eterogenesi dei fini: due ex militanti dell’estrema sinistra extraparlamentare che si ritrovano su fronti opposti nel processo Enimont.

L’accusa ricostruisce la “maxitangente” da 150 miliardi di lire legata alla fusione fra Montedison ed EniChem, destinata al finanziamento illecito dei partiti. Cusani, consulente della galassia Ferruzzi allargata a Raul Gardini e Carlo Sama, viene condannato con rito abbreviato a una pena ridotta, scontandone quattro anni effettivi e ottenendo la riabilitazione nel 2001.

In aula sfilano testimoni come Bettino Craxi e Arnaldo Forlani, fotografando il crollo della Prima Repubblica. Spazzali però contesta metodi e automatismi delle indagini, dove il gip – come nel caso di Italo Ghitti – appare più revisore tecnico delle richieste di arresto che vero filtro di legalità.

Giustizia, carriere e memoria

L’ultima eredità di Spazzali si gioca sul terreno della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La sua esperienza nei processi di Milano lo aveva convinto della pericolosa saldatura culturale tra chi indaga e chi giudica, con l’istruttoria che tendeva a cristallizzarsi in condanna annunciata.

Non sorprende che sarebbe stato fra i sostenitori del “sì” ai referendum sulla giustizia, mentre l’ex pm Di Pietro, dopo aver conosciuto il banco degli imputati e la toga dell’avvocato, ha finito per convergere sulle stesse posizioni garantiste. Un rovesciamento che certifica, ancora una volta, la logica per cui gli strumenti creati per colpire gli altri finiscono col ridefinire il sistema intero.

Alla notizia della morte, Di Pietro gli riconosce “determinazione” e rifiuta l’etichetta di nemico, in un raro gesto di rispetto in tempi di polarizzazione estrema, dove il processo mediatico ha spesso sostituito la lettura rigorosa degli atti.

FAQ

D: Chi era Giuliano Spazzali?
R: Un avvocato penalista milanese, protagonista dagli anni di piombo a Mani pulite, noto per una difesa rigorosamente garantista.

D: Quale imputato rese celebre il suo nome negli anni di Tangentopoli?
R: La difesa di Sergio Cusani nel processo Enimont, uno dei procedimenti simbolo di Mani pulite.

D: Che ruolo ebbe nel Soccorso rosso?
R: Fu storico difensore di quell’organizzazione, simbolo della tutela legale di militanti dell’estrema sinistra negli anni Settanta.

D: In cosa consisteva la “maxitangente” Enimont?
R: In un flusso illecito di 150 miliardi di lire destinati al finanziamento dei partiti, collegato alla fusione tra Montedison ed EniChem.

D: Come giudicava Spazzali i metodi di Mani pulite?
R: Li considerava spesso arbitrari, soprattutto per la pressione verso le misure cautelari e il ruolo poco indipendente dei gip.

D: Qual era la posizione di Di Pietro su Spazzali dopo la sua morte?
R: L’ex pm gli ha reso “l’onore delle armi”, lodandone la determinazione e negando inimicizia personale.

D: Cosa pensava Spazzali della separazione delle carriere?
R: Era favorevole, convinto che la contiguità tra pm e giudici minasse l’equilibrio del processo penale.

D: Qual è la fonte giornalistica principale che ha ricostruito questa vicenda?
R: Un approfondimento pubblicato sul quotidiano Libero, che ha raccontato la morte di Spazzali e il suo rapporto con Antonio Di Pietro nel contesto di Mani pulite.


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