Arabia Saudita ridimensiona i megaprogetti mentre il petrolio frena entrate

Deficit record in Arabia Saudita: cosa è successo e cosa cambia
Nel quarto trimestre 2025 l’Arabia Saudita ha registrato il peggior deficit fiscale dal 2020, chiudendo l’anno con un disavanzo di 276,6 miliardi di rial (73,73 miliardi di dollari), pari al 5,5% del Pil.
Il deficit si è concentrato in un contesto di prezzi del petrolio inizialmente deboli e spesa pubblica in crescita, nonostante l’aumento delle entrate non petrolifere.
Il fenomeno riguarda il cuore della strategia di trasformazione economica guidata dal principe ereditario Mohammed bin Salman, focalizzata sulla riduzione della dipendenza dall’oro nero, sulla riforma del mercato del lavoro e sul ridimensionamento di alcuni mega-progetti infrastrutturali.
Questo passaggio, avvenuto nel 2025 e destinato a incidere sul prossimo decennio, solleva interrogativi sulla sostenibilità finanziaria della Vision 2030 e sulla capacità di Riad di conciliare sviluppo, diversificazione e conti pubblici in ordine.
In sintesi:
- Deficit 2025 al 5,5% del Pil, massimo dal 2020 nonostante entrate non petrolifere in crescita.
- Prezzo del Brent insufficiente rispetto all’“oil fiscal breakeven” saudita, stimato oltre 97 dollari.
- Riforme del lavoro e nuove imposte spingono la diversificazione, ma restano forti dipendenze dai sussidi.
- Tagli e rinvii ai mega-progetti, con priorità a Expo 2030 e Mondiali 2034.
Conti pubblici sotto pressione e nuovo equilibrio del modello saudita
Nel 2025 le entrate non petrolifere saudite sono salite a 505,3 miliardi di rial (134,7 miliardi di dollari), mentre quelle petrolifere sono scese da 756,6 a 605,7 miliardi di rial (161,52 miliardi di dollari). La spesa pubblica ha raggiunto 1.388 miliardi di rial, pari al 27,6% del Pil.
Il calo del greggio, con il Brent sceso sotto i 60 dollari a inizio anno complice la cattura di Nicolas Maduro e il possibile ritorno del Venezuela sui mercati, ha più che compensato l’aumento della produzione oltre 10 milioni di barili al giorno, massimo dalla primavera 2023.
Le successive tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno riportato il prezzo sopra 70 dollari, ma per Riad non basta: l’“oil fiscal breakeven” per pareggiare il bilancio è stimato attorno ai 97 dollari al barile, che salgono a circa 114 dollari includendo le spese del fondo sovrano PIF.
Il nodo non è il costo di estrazione, bassissimo, ma la struttura della finanza pubblica: nel 2025 il petrolio ha ancora generato quasi il 55% delle entrate complessive, pur in calo rispetto all’oltre 80% del 2015.
Riforme, mega-progetti ridimensionati e prospettive future della Vision 2030
Con la Vision 2030, Mohammed bin Salman ha avviato un’ampia strategia di diversificazione economica e sociale. Il tasso di occupazione femminile, che doveva raggiungere il 33% entro fine decennio, è già stato superato: considerando anche chi cerca lavoro, la partecipazione femminile è al 36,5%.
Nel terzo trimestre 2025 il tasso di occupazione complessivo ha toccato il 64,6%, rispetto al 52% di inizio 2017. Tuttavia solo meno della metà dei cittadini sauditi in età 15-64 anni lavora, frenati da bassa partecipazione femminile e forte dipendenza dai sussidi pubblici.
Le entrate non petrolifere crescono grazie alla diversificazione economica e all’introduzione di nuove imposte, in particolare sui consumi: nel decennio hanno spiegato il 107% dell’aumento complessivo delle entrate, passando dal 5,7% del Pil nel 2015 al 10% nel 2025.
Parallelamente, i costi dei mega-progetti infrastrutturali hanno imposto una frenata. Il progetto NEOM, concepito come città lineare futuristica alimentata da rinnovabili, è passato da una stima iniziale di 500 miliardi di dollari a un valore triplo, ritenuto eccessivo in questa fase.
Riad sta quindi tagliando i progetti non essenziali, concentrando le risorse su obiettivi ad alto impatto di immagine come Expo 2030 e i Mondiali di Calcio 2034.
La strategia include aperture sociali: il riconoscimento di nuovi diritti alle donne (guida, lavoro, possibilità di uscire da sole, assenza dell’obbligo di velo) serve anche a rendere il regno più attrattivo per capitali e turisti stranieri, in particolare non musulmani.
Nonostante l’“aria di austerità” e la sospensione del progetto della torre cubica Mukaab a Riad (400 metri di altezza, larghezza e lunghezza), la posizione patrimoniale complessiva resta solida: il fondo sovrano dispone di asset per circa 1.150 miliardi di dollari, pari all’85% del Pil, mentre le riserve nazionali ammontano a 106,4 miliardi di dollari.
Il deficit 2025 è stato finanziato solo con emissioni di debito, senza intaccare le riserve, per consentire al fondo sovrano di dedicarsi a investimenti più redditizi.
FAQ
Quanto vale il deficit 2025 dell’Arabia Saudita in rapporto al Pil?
Nel 2025 il deficit saudita ha raggiunto il 5,5% del Pil, pari a 276,6 miliardi di rial, ovvero circa 73,73 miliardi di dollari.
Qual è il prezzo del petrolio necessario per il pareggio di bilancio saudita?
Attualmente il pareggio di bilancio richiede un prezzo intorno a 97 dollari al barile, che sale a circa 114 dollari includendo le spese del fondo sovrano PIF.
Le entrate non petrolifere saudite stanno davvero crescendo in modo strutturale?
Sì, le entrate non petrolifere hanno spiegato il 107% dell’aumento complessivo delle entrate nell’ultimo decennio, passando dal 5,7% al 10% del Pil tra 2015 e 2025.
Quali mega-progetti sauditi risultano oggi ridimensionati o rinviati?
Sono stati ridimensionati o sospesi alcuni progetti come NEOM nella sua versione più ambiziosa e la torre cubica Mukaab a Riad, mantenendo priorità su Expo 2030 e Mondiali 2034.
Da quali fonti provengono i dati economici e politici citati nell’articolo?
I contenuti derivano da una elaborazione congiunta di informazioni diffuse da Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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