Telefonata ai soccorsi svela l’assassino, dai casi Cogne e Garlasco al delitto Vannini: indizi ignorati emergono oggi

Indice dei Contenuti:
Da Cogne a Garlasco al delitto Vannini: quella telefonata ai soccorritori che tradisce l’omicida
La chiamata che diventa prova
Nel momento in cui viene scoperto un corpo, il primo gesto racconta più di molte testimonianze: chi prende in mano il telefono e chiama il 112 o il 118 si colloca immediatamente dentro o fuori la scena del crimine. Nei casi di Cogne, Garlasco e del delitto Vannini è stato proprio chi risultò poi coinvolto nelle indagini – o condannato – a chiedere i soccorsi. Questo atto, solo in apparenza “innocente”, diventa cruciale per gli investigatori, perché ogni esitazione, ogni parola stonata, ogni omissione compone il primo tassello del quadro probatorio.
Quando il presunto assassino chiama, costruisce al tempo stesso un alibi e una scena narrativa: giustifica eventuali tracce sul corpo, simulando il ruolo di chi ha “scoperto” la vittima, e tenta di orientare fin da subito l’interpretazione dei fatti. Il timore di apparire indifferente o di ritardare troppo la richiesta di aiuto spinge molti killer a esporsi in prima persona. È una mossa razionale solo in parte: l’adrenalina riduce il controllo, emergono contraddizioni, il linguaggio tradisce la vera distanza emotiva dalla vittima.
Per questo le centrali operative registrano e archiviano sistematicamente le conversazioni: quei file audio, riascoltati a freddo mesi o anni dopo, diventano spesso la chiave per smontare versioni difensive studiate a tavolino.
Cogne e Garlasco: voci, omissioni, recite
Nella telefonata da Cogne, Annamaria Franzoni dipinge in pochi secondi uno scenario di emergenza medica: “mio figlio ha vomitato sangue e non respira”, mai un accenno esplicito a un’aggressione. L’attenzione è concentrata sul sintomo (il vomito), ripetuto più volte, mentre scivola quasi sullo sfondo la realtà di un bimbo “tutto insanguinato”. Quel dettaglio – un’abbondanza di sangue inconciliabile con una semplice crisi improvvisa – diventerà uno degli elementi su cui la ricostruzione giudiziaria farà leva. L’insistenza sull’intervento precedente dei sanitari per un malessere materno, poi, appare come un tassello narrativo aggiuntivo, gratuito ai fini del soccorso ma utile a costruire una cornice di normalità e fragilità familiare.
A Garlasco, la chiamata di Alberto Stasi dopo aver trovato Chiara Poggi ai piedi delle scale introduce domande rimaste aperte per anni: se davvero fosse arrivato quando la ragazza era già morta, come avrebbe fatto a non sporcare di sangue se non sotto le suole? Perché definire “persona” quella che afferma essere la propria fidanzata, esitante tra “morta” e “forse viva”? La dinamica emotiva appare anomala anche nel seguito: invece di restare accanto al corpo, avvertire familiari, attendere l’ambulanza, Stasi si allontana dalla villetta. Uno scarto comportamentale che contrasta con la tipica reazione di chi assiste impotente a una tragedia improvvisa.
In entrambi gli scenari, la recitazione – panico mostrato, frasi spezzate, urla – appare calibrata per risultare credibile, ma proprio il tentativo di “interpretare” la parte del soccorritore finisce per generare incongruenze logiche e temporali che gli inquirenti, a posteriori, scandagliano fotogramma per fotogramma.
Il caso Vannini e la trappola delle parole
Nel delitto di Marco Vannini, ucciso il 17 maggio 2015 a casa della fidanzata a Ladispoli, la telefonata al 118 di Antonio Ciontoli è un manuale di depistaggio mal riuscito. Mentre il ragazzo, ferito da un colpo di pistola, lamenta dolori lancinanti, l’uomo minimizza: parla di una caduta, di una piccola ferita causata da un oggetto appuntito “come il pettine” sul braccio, riducendo tutto a un attacco di panico. La scelta lessicale (“si è bucato un pochino”) contrasta con la gravità reale delle condizioni di Marco e introduce da subito una versione che verrà più volte modificata nel tentativo di acquisire credibilità.
La telefonata non denuncia soltanto la volontà di nascondere l’arma, ma anche un freddo controllo narrativo: dilazione dei tempi, assenza di autentico allarme, nessuna percezione della vita in pericolo. Elementi che, incrociati con i ritardi nell’attivazione dei soccorsi e con le contraddizioni dei familiari, hanno pesato nel processo fino alle condanne definitive. Ancora una volta, il tentativo di dominare la scena fin dall’inizio – scegliendo cosa dire e cosa tacere – si è trasformato in un boomerang giudiziario.
Le telefonate di presunti innocenti che partecipano alle ricerche – dal caso Roberta Ragusa con Antonio Logli a quello di Mariella Cimò e del marito Salvatore Di Grazia – confermano un copione ricorrente: chi ha qualcosa da nascondere tende a sovracostruire, accumulare dettagli superflui, forzare la verosimiglianza. È lì, nelle sbavature tra ciò che accade e ciò che viene raccontato in diretta al numero di emergenza, che spesso prende forma l’indizio decisivo.
FAQ
D: Perché la prima telefonata ai soccorsi è così importante in un’indagine per omicidio?
R: Perché avviene a ridosso del fatto, quando il presunto colpevole è meno preparato a recitare e più esposto a contraddizioni spontanee.
D: Cosa analizzano gli investigatori in una chiamata al 112 o al 118?
R: Scelgono parole, tono di voce, tempi di reazione, omissioni di dettagli fondamentali e discrepanze tra quanto detto e quanto poi verificato sulla scena.
D: Nel caso di Cogne, cosa ha reso sospetta la telefonata di Annamaria Franzoni?
R: L’insistenza su un presunto malore del bambino e sul vomito di sangue, a fronte di un quadro lesivo incompatibile con una semplice emergenza medica.
D: Quali dubbi emergono dalla chiamata di Alberto Stasi per il delitto di Garlasco?
R: L’uso distaccato del termine “persona”, la formula “forse viva” e il successivo allontanamento dalla scena invece di restare accanto a Chiara Poggi.
D: In cosa la telefonata di Antonio Ciontoli ha influito sul caso Vannini?
R: Ha mostrato una sistematica minimizzazione della ferita da arma da fuoco, rivelando un evidente tentativo di coprire la reale dinamica dell’accaduto.
D: Perché i killer spesso scelgono comunque di chiamare i soccorsi?
R: Per giustificare la propria presenza sulla scena, allontanare sospetti e creare un’apparenza di collaborazione con le autorità.
D: Le centrali operative conservano sempre le registrazioni delle chiamate?
R: Sì, le registrazioni vengono archiviate proprio per consentire riascolti e perizie foniche nel corso delle indagini e dei processi.
D: Qual è la fonte giornalistica originale a cui si ispira questa analisi?
R: L’elaborazione prende spunto da un approfondimento apparso sulla stampa italiana, in particolare da un articolo pubblicato da Corriere della Sera dedicato alle telefonate ai soccorritori nei casi Cogne, Garlasco e Vannini.




