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Tassare l’informazione digitale online: anche il Washington Post diventa con accesso a pagamento

21 Marzo 2013

Non è stato di certo il primo, né sarà l’ultimo, e così, dopo il Wall Street Journal, il Financial Times, fino al Boston Globe e al New York Times, anche il Washington Post annuncia che a breve subentrerà una tassa per gli utenti abituali della sua versione on-line.

La nuova misura adottata dal più famoso editore di Washington non ha mancato di suscitare polemiche, alle quali ha risposto l’editore del Post, Katharine Weymouth, spiegando che il loro “pacchetto digitale è un valore” e ai lettori chiederanno semplicemente un contributo per sostenere l’impegno della redazione sul web, nello stesso modo in cui per tanti anni hanno sostenuto l’edizione stampata.

Ad ogni modo il contributo, non ancora quantificato, sarà applicato agli utenti che dimostreranno di fare un uso rilevante dell’edizione on-line del Washington Post, consultando più di venti articoli in un mese o sfruttando le risorse multimediali del sito.

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Previste, di contro, un’ampia serie di eccezioni ed esenzioni che dimostrano la nuova politica di fundraising del WP molto più morbida rispetto a quella delle testate che l’hanno preceduta.

Gli abbonati alla versione cartacea avranno libero e pieno accesso a tutte le risorse del sito, le stesse agevolazioni degli abbonati saranno riservate agli studenti, agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, ai dipendenti pubblici e al personale militare a condizione che si connettano dalla loro postazione lavorativa o scolastica; inderogabilmente gratuite saranno la Home page, tutte le prime pagine per ciascuna sezione e infine, la sezione degli annunci.

Libero, si deduce essere l’accesso anche per coloro che faranno un uso più modesto del portale, consultando un numero di articoli inferiore a venti nell’arco mensile e che non accederanno ai servizi multimediali offerti dal WP.

Seppure non può ritenersi insensato chiedere un contributo minimo per un buon servizio, la questione che si pone è quella di una democrazia del web totalmente orizzontale, che pur riconoscendo il principio di autorevolezza, sembra non essere propensa a dare credito – in senso letterale – alla qualità, scegliendo piuttosto di informarsi presso fonti alternative, sostanzialmente identiche.

L’effetto controproducente di una tassazione del sito è l’allontanamento, dunque, dell’utenza e il convogliarsi della stessa verso siti d’informazione meno autorevoli. Il calo dei “click” corrisponde spesso ad un’inferiore appetibilità del sito da parte degli sponsor, gli stessi che costituiscono l’unica linfa per la sopravvivenza nella giungla del web.

Il quotidiano statunitense inoltre, a differenza delle altre testate, costituisce una realtà piuttosto territoriale, alimentato da business locali i quali potrebbero non essere interessati ad investire per una visibilità di più ampio raggio che non avrebbe utilità o quanto meno, un’incidenza immediata sui loro affari.

A questo proposito, Donald E. Graham, presidente e amministratore delegato del The Washington Post Co., da sempre in apprensione per gli effetti negativi che possono derivare dall’applicazione di tariffe ai contenuti on-line, lo scorso dicembre, in occasione della Conferenza delle comunicazioni, presso la UBS Global Media, ha dichiarato “Stiamo ovviamente valutando paywall di ogni tipo. Ma il motivo per il quale non abbiamo ancora individuato quello da adottare è che non ne abbiamo trovata una che aggiunga effettivamente profitti”.

Intanto, il capo redattore del WP fa sapere che entro la fine dell’anno ci sarà una riduzione del personale di ulteriori 10-15 unità.

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