Svizzera, arte e disuguaglianze: perché il divario alimenta creatività, sponsor e nuove opportunità
Eredità record e collezionismo generazionale
Le eredità a otto cifre e oltre stanno accelerando e, con esse, i capitali che alimentano il mercato dell’arte. Le analisi di UBS indicano che i super-ricchi stanno trasferendo ai discendenti volumi di ricchezza senza precedenti, con flussi in arrivo soprattutto da Stati Uniti, India, Francia, Germania e Svizzera. Nel solo Paese alpino, nei prossimi 15 anni cambieranno mano circa $206 miliardi (CHF165 miliardi), creando un bacino di liquidità che sostiene acquisizioni, donazioni e la crescita di collezioni private e istituzionali.
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La fotografia del collezionismo globale contenuta nell’edizione 2025 del The Art Basel and UBS Survey of Global Collecting conferma due direttrici chiare. Primo: gli HNWIs (High-Net-Worth Individuals) hanno aumentato la quota di patrimonio destinata all’arte al 20% (dal 15% del 2024), con una propensione ancora più marcata tra chi supera i $50 milioni di asset, dove la media sale al 28%. La generazione Gen Z mostra un orientamento d’investimento superiore alla media, attestandosi sul 26%, segno di una precoce interiorizzazione dell’arte come asset di lungo periodo e come leva identitaria.
Secondo: l’eredità di opere è ormai un pilastro del portafoglio collezionistico. L’84% degli HNWIs ha ricevuto opere in successione e tali beni rappresentano quasi il 30% delle collezioni. Tra i più giovani, la tendenza alla conservazione è netta: quasi il 90% dei collezionisti Gen Z che hanno ereditato opere le mantiene, proseguendo la tradizione familiare e consolidando patrimoni culturali intergenerazionali. In un mercato che ha registrato una lieve flessione negli ultimi due anni, la scelta di non vendere riflette anche una lettura tattica del ciclo: si attende una finestra più favorevole per eventuali dismissioni.
Questi dati descrivono un ecosistema in cui l’arte funziona insieme come bene rifugio, marcatore di status e infrastruttura patrimoniale. La trasmissione di ricchezza alimenta domanda di blue chip e di opere con provenienza solida, mentre la disponibilità di capitale giovane innesta interesse per segmenti emergenti e per pratiche più sperimentali. La crescita dell’allocazione sull’arte tra i grandi patrimoni consolida, inoltre, il ruolo degli advisor, delle case d’asta e delle fiere internazionali come snodi di prezzo, reputazione e liquidità. In Svizzera, dove i volumi ereditari previsti sono ingenti, la combinazione di stabilità finanziaria e infrastrutture culturali mature crea un terreno particolarmente ricettivo per nuove acquisizioni e per il rafforzamento di collezioni con respiro globale.
Spostamento geografico del potere artistico verso il Golfo
Il baricentro del mercato globale dell’arte si sta spostando verso il Golfo, dove capitali sovrani, infrastrutture museali e politiche fiscali favorevoli stanno accelerando un nuovo ciclo di espansione. La competizione tra le grandi fiere internazionali entra in una fase apertamente geopolitica: Art Basel inaugura Art Basel Qatar a febbraio, mentre Frieze apre in Abu Dhabi a novembre, affiancando il neonato calendario di eventi di fascia alta come la prima Collectors’ Week annuale di Sotheby’s nell’emirato. La presenza del fondo sovrano di Abu Dhabi nell’azionariato dell’auction house britannico-newyorkese è un segnale di integrazione verticale tra finanza, fiere e vendite che ridisegna gli equilibri di potere.
La strategia museale dell’area consolida l’attrattività per collezionisti e istituzioni: oltre al Louvre Abu Dhabi, sono appena stati inaugurati il Zayed National Museum e un Natural History Museum di scala monumentale, segnando un salto di qualità nell’offerta culturale permanente. Parallelamente, l’apertura di nuove gallerie in Arabia Saudita e Dubai amplia il corridoio commerciale, con un bacino di domanda che include élite di Asia, Africa, Medio Oriente e Occidente. Il contesto di bassa imposizione fiscale e tariffaria agisce da catalizzatore per il transito di opere, facilitando deal complessi e la crescita di hub logistici specializzati.
La legittimazione culturale procede di pari passo con l’affermazione di leadership regionali nella governance dell’arte. Nella lista annuale dei 100 più influenti di Art Review compaiono ai vertici due protagoniste del Golfo: Sheikha Al‑Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al‑Thani, presidente di Qatar Museums, è salita al secondo posto, mentre la curatrice Sheikha Hoor Al Qasimi, presidente della Sharjah Art Foundation, si colloca subito dopo, dopo essere stata al primo posto l’anno precedente. Il biennale di Sharjah, attivo dal 1993, rafforza così il proprio ruolo di piattaforma curatoriale storica, capace di dialogare con i nuovi formati fieristici e con i programmi di acquisizione statali.
Per gli operatori europei, e svizzeri in particolare, il messaggio è duplice: da un lato, la domanda high-end si sta concentrando lungo il corridoio del Golfo, attratta da infrastrutture, fiscalità e visibilità; dall’altro, Europa e Svizzera restano nodi critici per know-how, ricerca di provenienza, prestiti museali e costruzione di reputazione. La concorrenza tra Art Basel e Frieze in Medio Oriente non erode soltanto quote di mercato, ma ridisegna le rotte di collezionismo e filantropia, spingendo gallerie e case d’asta a ripensare calendario, inventory e partnership. In questa nuova geografia, chi saprà integrare presenza locale, standard di compliance internazionale e programmi curatorali di alto profilo intercetterà la crescita, mentre la neutralità fiscale e logistica svizzera potrà giocare da ponte tra patrimoni ereditari europei e circuiti di valorizzazione del Golfo.
Mostre imperdibili e tendenze del cinema svizzero 2026
Il calendario espositivo in Svizzera nel 2026 evidenzia una programmazione ambiziosa, capace di coniugare riletture storiche e sguardi transcontinentali. Al Kunsthaus Zürich, l’attenzione è puntata su due protagoniste che hanno ridefinito linguaggi e strutture della modernità: la brasiliana Lygia Clark, formatasi nel solco del Concretismo di Max Bill e presto approdata a una pratica che travalica il quadro e interroga la partecipazione dello spettatore, e la ginevrina Alice Bailly, pioniera svizzera del modernismo a lungo oscurata dalla narrativa patriarcale del canone. A ottobre, lo stesso museo mette in dialogo l’austriaca Maria Lassnig e il norvegese Edvard Munch, rovesciando prospettive critiche con un confronto che promette nuove chiavi interpretative sulle poetiche del corpo e della psiche. Sul fronte della collezione Emil Bührle, dal 20 marzo è prevista una rotazione di opere affiancata da un percorso di ricerca di provenienza focalizzato sui beni potenzialmente acquisiti sotto coercizione a danno di collezionisti ebrei; una ripresentazione complessiva è annunciata per l’inizio del 2027.
Al Kunstmuseum Basel, da aprile ad agosto si impone la grande retrospettiva dedicata a Helen Frankenthaler, figura centrale dell’astrazione postbellica statunitense, cui seguirà un’ampia indagine sulle opere grafiche di Roy Lichtenstein che attraversa tutte le fasi della sua carriera. In parallelo, da marzo, l’esposizione “The First Homosexuals 1869–1939” illumina la prima visibilità del desiderio omosessuale e della diversità di genere nelle arti, aprendo un terreno di riflessione storica e museologica di forte attualità. A Ginevra, il MAH – Musée d’Art et d’Histoire propone fino ad aprile “Elles. Contemporary Australian Indigenous Women Artists”, con una selezione che reinterpreta in chiave contemporanea il patrimonio spirituale e culturale millenario dell’Australia. A Losanna, il MCBA dedica una retrospettiva a Otobong Nkanga (aprile–agosto), artista nigeriana con base a Bruxelles tra le voci più incisive della generazione postcoloniale, in collaborazione con il Musée d’Art Moderne de Paris.
Il Zentrum Paul Klee di Berna concentra l’attenzione su due protagonisti della scena del Novecento allargata: il brasiliano Roberto Burle Marx, che ha innestato un immaginario organico nel disegno urbano modernista – celebre il contributo alla capitale Brasilia – e il tedesco Kurt Schwitters, la cui opera attraversa i linguaggi della prima metà del secolo tra Dada, costruttivismo, collage, poesia sonora e installazione. L’insieme delle proposte conferma la capacità delle istituzioni svizzere di articolare mostre rigorose sul piano scientifico e attrattive per il grande pubblico, con progetti che valorizzano tanto i nuclei collezionistici quanto i dibattiti contemporanei su identità, provenienza e decolonizzazione dello sguardo.
Sul versante del mercato, il buon andamento delle vendite di lusso e il ritorno all’acquisto dei very high spenders hanno avuto un riflesso diretto sulle fiere autunnali e sulle aste del secondo semestre 2025, con Christie’s e Sotheby’s che hanno rafforzato l’asse gioielli–arti decorative per controbilanciare fasi di raffreddamento del contemporaneo. Le aggiudicazioni record – dalle vendite di gioielli a Ginevra fino a pezzi unici come l’uovo di Fabergé – segnalano un rischio-ritorno ancora favorevole sugli asset iconici, mentre la programmazione museale 2026 crea finestre narrative che possono sostenere la domanda su artisti storicizzati e su pratiche in riconsiderazione critica.
Per il cinema svizzero, la misurazione dello stato di salute del settore passerà a fine gennaio dal Solothurner Filmtage, la principale vetrina nazionale. Oltre al Prix de Soleure, il cartellone propone la sezione “Histoires” con nove opere realizzate da cineasti svizzeri a New York tra il 1978 e il 1992 – un perimetro ampio che intercetta traiettorie autoriali dal Downtown 81 alla stagione indipendente dei primi anni Novanta. Una parte dei titoli è disponibile su filmo.ch (solo in Svizzera), favorendo una fruizione estesa. Tra le uscite attese dai critici figurano Nacktgeld (The Exposure) di Thomas Imbach, Autour du feu di Laura Cazador & Amanda Cortes, Lydia: Aufzeichnungen aus dem Irrenhaus di Stefan Jung, Namaste Seelisberg di Felice Zenoni e Der Mann auf dem Kirchturm di Edwin Beeler. La combinazione di circuito festivaliero, piattaforme VOD e tenitura in sala delineerà nei prossimi mesi traiettorie di pubblico e di finanziamento, con particolare attenzione alla tenuta del documentario d’autore e alle sperimentazioni formali che integrano archivio, performance e tecnologie immersive.
FAQ
- Quali sono le mostre chiave in Svizzera nella prima metà del 2026?
Kunsthaus Zürich su Lygia Clark e Alice Bailly; retrospettiva Helen Frankenthaler al Kunstmuseum Basel; “The First Homosexuals 1869–1939” a Basilea; “Elles” al MAH Ginevra; retrospettiva Otobong Nkanga al MCBA Losanna. - Qual è il focus della nuova presentazione della collezione Emil Bührle?
Rotazione di opere dal 20 marzo con approfondimenti sulla provenienza di lavori potenzialmente acquisiti sotto coercizione; ripresentazione completa prevista per inizio 2027. - Perché la retrospettiva di Helen Frankenthaler a Basilea è rilevante?
Rilegge una figura cardine dell’astrazione postbellica americana e prepara il terreno alla successiva ampia rassegna delle stampe di Roy Lichtenstein, mappandone l’evoluzione completa. - Quali tendenze di mercato incidono sulla programmazione culturale 2026?
Ritorno degli high spenders, performance delle aste di lusso e narrativa curatoriale che sostiene la rivalutazione di artisti storicizzati e pratiche ri-contestualizzate. - Quali sono i titoli svizzeri da monitorare al Solothurn Film Festival?
Nacktgeld (The Exposure), Autour du feu, Lydia: Aufzeichnungen aus dem Irrenhaus, Namaste Seelisberg, Der Mann auf dem Kirchturm. - Dove è possibile vedere i film storici svizzeri ambientati a New York?
Una selezione è disponibile su filmo.ch (accesso limitato alla Svizzera), in parallelo alla programmazione della sezione “Histoires”.




