Petrolio supera quota 100 dollari, riaccese tensioni sui mercati globali

Petrolio sopra 100 dollari, tensioni nel Golfo e rischio shock energetico
Il prezzo del petrolio Wti ha superato quota 100 dollari al barile, toccando 104,61 dollari, massimo dal luglio 2022, mentre il Brent è salito a 102,20 dollari.
Il movimento, concentrato nell’ultima settimana, nasce dall’escalation militare nell’area del Golfo, dal blocco dello stretto di Hormuz e dagli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, con una raffineria colpita vicino a Teheran.
Gli Stati Uniti, tramite il segretario all’Energia Chris Wright, prevedono una riapertura “presto” di Hormuz, ma il mercato prezza l’ipotesi di un conflitto prolungato che potrebbe ridurre in modo significativo l’export di greggio mediorientale, in particolare verso l’Asia e soprattutto verso la Cina.
In sintesi:
- Wti sopra 100 dollari, Brent oltre 102: massimi dall’estate 2022.
- Stretto di Hormuz parzialmente bloccato, infrastrutture energetiche iraniane sotto attacco.
- Cina rischia di perdere due dei suoi tre principali fornitori di petrolio.
- Capacità alternativa via oleodotti e Mar Rosso insufficiente a sostituire Hormuz.
Il nodo centrale, sottolineano analisti e trader, è la durata del conflitto nella regione del Golfo.
Washington assicura che allo stretto di Hormuz il traffico sarà ripristinato “presto” e che al mondo “non mancano petrolio e gas”, ma il mercato resta scettico.
L’avvertimento strategico è chiaro: *“la Cina sta per perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio”*.
Secondo le stime di Kpler, Iran, Venezuela e Russia coprono circa il 40% dell’import petrolifero cinese, dato reso opaco da sanzioni e triangolazioni.
Inoltre Pechino importa dai Paesi del Golfo circa il 50% del proprio fabbisogno di greggio, una dipendenza condivisa con altre economie asiatiche come Giappone e Corea del Sud, che valuta tetti ai prezzi per contenere l’impatto della riduzione delle consegne.
Capacità alternative limitate e rischi strutturali per il mercato petrolifero
Per gli esperti, l’utilizzo da parte dell’Arabia Saudita del terminal sul Mar Rosso non è sufficiente a compensare il blocco dello stretto di Hormuz.
Di conseguenza Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto o sospeso parte della produzione, innescando ulteriori timori di scarsità.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia calcola che gli oleodotti alternativi possano gestire al massimo 4 milioni di barili al giorno, contro i circa 20 milioni che transitano abitualmente per Hormuz.
La saudita Aramco – insieme alla compagnia emiratina – può appoggiarsi al terminal di Yanbu sul Mar Rosso, soluzione che spiega l’ascesa del titolo alla Borsa di Riyad grazie al balzo dei prezzi del greggio.
Si tratta però di un parziale correttivo, non in grado di annullare gli effetti del blocco, aggravato dal fatto che anche impianti sauditi sono stati oggetto di attacchi con droni iraniani.
Restano forti dubbi sulla proposta dell’ex presidente Donald Trump di scortare le petroliere tramite convogli militari fuori dal Golfo, sia per i rischi operativi sia per le coperture assicurative delle navi.
Nel medio termine pesa inoltre la distruzione in corso delle infrastrutture petrolifere iraniane e il ventilato piano statunitense di occupare con truppe terrestri l’isola di Kharg, da cui transita il 90% dell’export di greggio di Teheran.
Goldman Sachs stima per l’Iran una produzione di 3,5 milioni di barili al giorno, più 0,8 milioni di barili di condensati, pari a circa il 4% dell’offerta mondiale, metà dei quali destinati al mercato estero.
Un taglio duraturo di questi volumi rappresenterebbe un ulteriore shock dal lato dell’offerta, in un contesto già caratterizzato da scorte in calo e domanda resiliente.
Scenari di prezzo e conseguenze per Europa e Asia
Un rapporto di Ziad Daoud per Bloomberg Economics sottolinea che *“né l’Iran, né gli Stati Uniti e Israele stanno mostrando segnali di distensione”*.
Secondo Daoud, l’attuale rialzo del Brent intorno ai 93 dollari “non riflette pienamente i rischi in corso” e un prezzo più coerente sarebbe almeno 108 dollari al barile.
Le misure finora discusse – dall’utilizzo dei terminal sul Mar Rosso alla speranza di un conflitto breve – non vengono giudicate “convincenti” dagli operatori.
Un prolungato stazionamento del petrolio sopra i 100 dollari avrebbe ricadute immediate su inflazione, costo dei trasporti e bilancia commerciale soprattutto per Europa e Asia, aumentando la pressione sulle banche centrali e riaprendo il dibattito su razionamenti e piani d’emergenza energetica.
FAQ
Perché il petrolio Wti è risalito oltre 100 dollari al barile?
L’aumento è dovuto al blocco parziale dello stretto di Hormuz, agli attacchi alle infrastrutture iraniane e alla riduzione dell’offerta dal Golfo.
Quanto petrolio transita normalmente dallo stretto di Hormuz?
Transita abitualmente circa 20 milioni di barili al giorno, mentre gli oleodotti alternativi possono gestirne solo circa 4 milioni.
Quanto pesa l’Iran sulla produzione mondiale di petrolio?
L’Iran produce circa 3,5 milioni di barili di greggio e 0,8 di condensati al giorno, pari a circa il 4% dell’offerta mondiale.
Perché la Cina è particolarmente esposta alla crisi nel Golfo?
La Cina riceve circa il 40% dell’import da Iran, Venezuela e Russia e circa il 50% del fabbisogno dai Paesi del Golfo.
Quali sono le fonti utilizzate per questa analisi sulla crisi del petrolio?
L’analisi deriva da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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