Pensioni a 62 anni, nuove soglie d’uscita e requisiti aggiornati

Pensione a 62 anni nel 2026: cosa cambia davvero dopo la manovra
La nuova legge di Bilancio 2026 ha ridisegnato in modo netto il quadro delle uscite anticipate, eliminando Opzione donna e quota 103. Due strumenti discussi ma centrali per la flessibilità in uscita, soprattutto per chi puntava alla pensione a 62 anni. Oggi lo scenario è più rigido, ma non completamente chiuso. Restano infatti alcuni canali per andare in pensione a 62 anni, in particolare per chi ha carriere lunghe, condizioni di salute compromesse o mansioni gravose. In questo quadro diventa decisivo conoscere con precisione requisiti, vincoli contributivi e assenza di penalizzazioni, per valutare se anticipare davvero l’uscita o restare al lavoro qualche anno in più.
Opzione donna: perché la sua cancellazione pesa solo per pochi
Opzione donna consentiva l’uscita già dai 59 anni per lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende in grave crisi con tavolo ministeriale attivo, nonché per invalidi al 74% e caregivers conviventi da almeno sei mesi con un familiare disabile grave. L’età effettiva dipendeva dalla maternità: 59 anni con almeno due figli, 60 anni con un figlio, 61 anni senza figli.
In cambio, però, era obbligatorio accettare il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, con riduzioni spesso molto pesanti e definitive. Proprio questo aspetto, unito ai requisiti selettivi, ha limitato la platea reale, rendendo la misura importante ma non di massa, pur rappresentando l’unico vero canale strutturato di flessibilità dedicato alle donne.
Quota 103: vantaggi teorici, utilizzo limitato
Quota 103 garantiva l’uscita dai 62 anni per uomini e donne, dipendenti e autonomi, nel privato e nel pubblico, a fronte però di un requisito contributivo molto alto: 41 anni di versamenti. Il meccanismo era quindi favorevole sul piano anagrafico ma selettivo sul piano della carriera previdenziale.
Anche questa misura non è mai diventata uno strumento di largo utilizzo: l’accesso era di fatto riservato a chi aveva iniziato a lavorare molto presto e in modo continuativo. Inoltre, la combinazione tra vincoli sull’importo, limiti di rivalutazione e incertezza sulla stabilità normativa ne ha ridotto l’attrattività, specialmente per chi temeva un assegno iniziale troppo basso rispetto alla prosecuzione dell’attività lavorativa.
Pensione a 62 anni oggi: quali alternative restano
Con la fine di Opzione donna e quota 103, la domanda cruciale è se sia ancora possibile lasciare il lavoro a 62 anni nel 2026. La risposta è sì, ma solo in presenza di requisiti specifici: carriere contributive molto lunghe oppure condizioni personali e lavorative particolarmente tutelate dalla normativa previdenziale. La flessibilità residua si concentra su pochi canali tecnici: la quota 41 precoci per determinati profili, la pensione anticipata per invalidi con determinate percentuali e, in casi particolari, gli accessi legati ai lavori gravosi e usuranti. Tutti strumenti che richiedono un’analisi accurata dell’estratto conto contributivo.
Quota 41 precoci: uscita prima dei requisiti ordinari
La quota 41 precoci resta oggi il principale canale per uscire anche a 62 anni, in assenza di quota 103. Occorrono 41 anni di contributi e almeno 12 mesi di versamenti, anche non continuativi, prima del compimento dei 19 anni di età.
L’accesso è però limitato a quattro categorie: invalidi, caregivers, addetti a lavori gravosi o usuranti e disoccupati. Per questi profili non è previsto un limite anagrafico minimo, quindi chi raggiunge i 41 anni di versamenti può andare in pensione anche attorno ai 62 anni, se la storia contributiva è iniziata molto presto. Il calcolo resta misto o retributivo/contributivo secondo la normativa generale, evitando i tagli strutturali tipici di Opzione donna.
Pensione anticipata per invalidità: uscita con 20 anni di contributi
Un’altra via per lasciare il lavoro a 62 anni è la pensione anticipata per invalidità pensionabile almeno all’80%, richiedendo 20 anni di contributi effettivi. Si tratta di invalidità specifica rispetto alla mansione, diversa dall’invalidità civile: viene valutata la riduzione della capacità lavorativa nello svolgimento del proprio lavoro abituale.
Questa forma di pensionamento non prevede il ricalcolo interamente contributivo e quindi non applica le pesanti penalizzazioni tipiche delle misure cessate. Per molti lavoratori con carriere discontinue ma condizioni di salute gravi, rappresenta oggi l’unico canale realistico per anticipare l’uscita a 62 anni, fermo restando l’obbligo di una certificazione sanitaria rigorosa.
Impatto delle nuove regole e scenari per i lavoratori
L’eliminazione di Opzione donna e quota 103 riduce formalmente le opzioni di flessibilità, ma nella pratica il danno riguarda una platea ristretta di contribuenti che, pur consapevoli delle forti penalizzazioni economiche, avrebbero comunque scelto l’uscita anticipata. Rimangono attivi meccanismi mirati a condizioni di particolare disagio sociale, sanitario o lavorativo, con un’impostazione più selettiva ma meno punitiva sull’importo della pensione. Per decidere se puntare ai 62 anni o attendere i requisiti ordinari, diventa essenziale valutare non solo la data di uscita, ma anche la sostenibilità economica dell’assegno nel lungo periodo.
Meno nostalgia del previsto per le misure soppresse
Sul piano tecnico, le misure cessate erano molto flessibili sull’età ma poco sostenibili sull’assegno, specie in Opzione donna, dove il ricalcolo contributivo integrale comprimva sensibilmente la pensione per tutta la vita. Questo spiega perché, nonostante la forte esposizione mediatica, il loro utilizzo reale sia stato limitato, soprattutto tra chi poteva permettersi di attendere requisiti migliori.
In prospettiva, la discussione previdenziale si sta spostando dal semplice anticipo anagrafico alla qualità dell’uscita: importi adeguati, tutela dei lavoratori fragili, coerenza tra carriera effettiva e data di pensionamento. Il venir meno di strumenti con tagli strutturali potrebbe ridurre scelte affrettate e poco informate.
Come orientarsi tra le opzioni residue
Nel contesto 2026, chi mira alla pensione a 62 anni deve verificare puntualmente: anzianità contributiva, presenza di contributi prima dei 19 anni, status di disoccupato, caregiver, invalido o addetto a lavori gravosi, nonché la tipologia di invalidità riconosciuta. Una verifica approfondita dell’estratto conto contributivo e della propria posizione sanitaria è il primo passo per comprendere se rientrare nella quota 41 precoci o nella pensione anticipata per invalidità.
In molti casi, una pianificazione che consideri uno slittamento di pochi anni dell’uscita può tradursi in un assegno nettamente più elevato, senza subire le penalizzazioni strutturali che caratterizzavano le misure ora abrogate. La scelta tra pensione a 62 anni e permanenza al lavoro richiede quindi valutazioni personalizzate, non solo normative ma anche economiche e familiari.
FAQ
È ancora possibile andare in pensione a 62 anni nel 2026?
Sì, ma solo attraverso canali specifici: quota 41 precoci per determinate categorie tutelate oppure pensione anticipata per invalidità pensionabile almeno all’80% con 20 anni di contributi, in presenza dei requisiti di legge.
Cosa è cambiato con la cancellazione di Opzione donna?
La fine di Opzione donna elimina un canale dedicato alle lavoratrici con uscita tra 59 e 61 anni, ma anche il ricalcolo interamente contributivo, che comportava riduzioni permanenti significative sull’assegno pensionistico.
Chi può accedere oggi alla quota 41 per lavoratori precoci?
Può accedere chi ha 41 anni di contributi, almeno 12 mesi versati prima dei 19 anni e rientra tra invalidi, caregivers, addetti a lavori gravosi o usuranti, oppure disoccupati, senza un limite minimo di età anagrafica.
Qual è la differenza tra invalidità pensionabile e invalidità civile?
L’invalidità pensionabile misura la riduzione della capacità lavorativa nello svolgere il proprio lavoro abituale, mentre l’invalidità civile riguarda la compromissione generale delle capacità personali e dà accesso ad altre prestazioni assistenziali.
La pensione a 62 anni per invalidi prevede penalizzazioni sull’assegno?
No, la pensione anticipata per invalidi con almeno l’80% di invalidità pensionabile e 20 anni di contributi non comporta il ricalcolo interamente contributivo e quindi non applica i tagli tipici di Opzione donna.
I lavoratori con carriera lunga ma senza requisiti precoci hanno alternative?
Chi ha molti anni di contributi ma non rientra tra i precoci o le categorie protette dovrà, salvo future riforme, orientarsi verso la pensione anticipata ordinaria o la vecchiaia, con età e anzianità stabilite dalla normativa generale.
Come valutare se conviene uscire a 62 anni o restare al lavoro?
Occorre confrontare l’importo stimato della pensione a 62 anni con quello ottenibile attendendo i requisiti ordinari, considerando prospettive di salute, esigenze familiari e sostenibilità economica nel lungo periodo.
Qual è la fonte delle informazioni sulle misure soppresse?
Le analisi qui riportate si basano sui contenuti originariamente pubblicati da InvestireOggi in merito a Opzione donna, quota 103 e alle attuali vie di accesso alla pensione a 62 anni.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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