Paolo Baroni, il maggiordomo di Porta a Porta che preferisce restare nell’ombra e osservare tutto

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Paolo Baroni, maggiordomo di Porta a porta: “Sono la ruota di scorta, troppo timido per lanciarmi”
Un ruolo discreto sotto i riflettori
Nel salotto televisivo di Porta a porta, l’ingresso degli ospiti è affidato da decenni a una presenza silenziosa, riconoscibile ma mai invadente, che accompagna ogni puntata senza rubare la scena. La figura del maggiordomo resta ai margini del racconto, e proprio questa distanza volontaria ha contribuito a costruirne il fascino, in un programma dove il protagonismo è per definizione appannaggio di politici, star e opinionisti. La scelta di mantenersi in secondo piano è consapevole e coerente con un carattere schivo, che rifugge dalle luci forti dello spettacolo pur vivendoci dentro quotidianamente.
Nel trentennale del talk show di Rai 1, mentre scorrono in studio volti come Giorgia Meloni, Elly Schlein, Carlo Conti, Milly Carlucci, Mara Venier e arriva perfino un messaggio da Papa Francesco, questa presenza laterale continua a rappresentare un elemento di colore, una costante visiva che dà continuità al format. Lui stesso ama definirsi “ruota di scorta”, sottolineando come il suo apporto sia soprattutto simbolico, una piccola cifra di stile dentro una macchina televisiva che vive di ritmo serrato e di attualità.
Nel rapporto con il conduttore storico Bruno Vespa prevale un rispetto formale: poche confidenze, toni misurati, cordialità costante. Il giornalista, noto per la sua memoria formidabile e la capacità di tenere insieme fili e protagonisti di ogni dibattito, non rinuncia a coinvolgerlo in qualche inquadratura mirata, specie quando in studio compaiono figure affini, come il maggiordomo di Lady Diana, trasformando per un attimo un ruolo marginale in un piccolo cameo in diretta.
Dai bozzetti di moda al cinema d’autore
Prima di approdare alla televisione, il percorso professionale passa per la creatività applicata alla moda e alle arti visive, con studi a Firenze in pieno clima post-alluvione e un diploma magistrale lasciato alle spalle dopo le prime esperienze scolastiche. I disegni vengono venduti a piccoli atelier, spesso copiati in serie, e l’arrivo a Roma apre la porta a collaborazioni con stilisti come Clara Centinaro, dove il lavoro è continuo ma non ancora definitivo. Nel frattempo maturano l’interesse per il teatro e la consapevolezza che la recitazione può diventare un mestiere, nonostante un’indole intimorita dalla ribalta.
La svolta arriva negli anni Settanta, quando sul set dei Clowns Federico Fellini preferisce proporgli un ruolo da clown bianco anziché un posto da aiuto costumista, intuendone la presenza scenica. Seguiranno esperienze nel teatro d’avanguardia con la compagnia di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, e il lavoro con Carmelo Bene, in un ambiente artisticamente ricchissimo ma economicamente fragile. L’approdo al cinema passa per registi come Dino Risi, che in Telefoni bianchi con Agostina Belli trasforma un iniziale timore in stima reciproca, richiamandolo più volte sul set per sfruttarne la fisicità e il carattere discreto.
La popolarità “di culto” arriva con le commedie di Carlo Vanzina, in particolare con il marchese Ludovico Brunelli di Amarsi un po’, contrapposto al personaggio verace interpretato da Claudio Amendola. Piccoli ruoli ma memorabili, che il pubblico continua a riconoscere e collegare a un volto rassicurante, capace di imprimersi nella memoria pur restando defilato. L’ingresso in Porta a porta nel 1996, dopo una crisi del cinema e un semplice colloquio in Rai, sancisce il passaggio da attore di carattere a icona laterale del talk show serale.
La timidezza come cifra professionale
Nel bilancio personale, la lunga stagione in televisione viene vissuta come un dono di stabilità più che come trionfo di carriera: un lavoro che rientra puntuale di anno in anno, senza mai trasformarsi in protagonismo forzato. La timidezza, dichiarata senza reticenze, diventa paradossalmente un marchio, quasi una scelta estetica coerente con l’eleganza silenziosa del ruolo. Le puntate con leader politici, inchieste sui delitti e grandi ospiti scivolano via nella memoria, più come un flusso continuo che come una sequenza di eventi clou. L’attenzione resta rivolta al compito pratico: aprire una porta, accompagnare un ospite, scomparire oltre il bordo dell’inquadratura.
Intorno, il conduttore costruisce libri, vini in Puglia, cene di fine stagione in cui tutta la redazione si ritrova, segnalando un clima di squadra che va oltre il set. Il maggiordomo resta fedele a una postura di servizio, convinto di non contribuire “fattivamente” al programma ma consapevole di rappresentarne ormai un elemento distintivo. Ogni richiamo al futuro viene liquidato con ironia sull’età, senza coltivare più sogni di “lavorare con qualcuno” in particolare, come se il percorso avesse già trovato il suo equilibrio definitivo.
La percezione esterna, però, racconta altro: il pubblico, che ancora lo ferma per ricordare le scene con Vanzina o con i maestri del cinema italiano, lo identifica come un frammento vivo della memoria collettiva audiovisiva. La timidezza che impedisce di “lanciarsi” in prima persona si traduce in una disponibilità costante a farsi contorno, e proprio questa scelta di sottrazione finisce per rendere la sua presenza in studio una piccola istituzione, rara nella televisione del protagonismo permanente.
FAQ
D: Chi è il maggiordomo storico del programma di Bruno Vespa?
R: È Paolo Baroni, presenza fissa di Porta a porta dal 1996.
D: In quale ambito lavorava prima di entrare in televisione?
R: Ha iniziato nel disegno di moda e nelle arti visive, collaborando con atelier e stilisti a Firenze e Roma.
D: Con quali registi di cinema ha collaborato?
R: Ha lavorato tra gli altri con Federico Fellini, Dino Risi, Carlo Vanzina, oltre che con protagonisti del teatro d’avanguardia.
D: Qual è il ruolo che il pubblico ricorda maggiormente?
R: Molti spettatori lo identificano con il marchese Ludovico Brunelli nel film Amarsi un po’ di Carlo Vanzina.
D: Come definisce il proprio contributo a Porta a porta?
R: Si considera una “ruota di scorta”, una figura di colore che accompagna il programma senza intervenire nei contenuti.
D: Che rapporto ha con Bruno Vespa?
R: Parla di un rapporto cordiale e rispettoso, senza eccessiva confidenza, ma con grande stima per le capacità del conduttore.
D: Quale impatto ha avuto il talk show sulla sua vita?
R: Gli ha garantito continuità lavorativa e una forma di serenità, pur facendogli percepire il tempo trascorso come “volato”.
D: Qual è la fonte giornalistica principale che ha raccontato questa storia?
R: Il profilo e l’intervista sono stati originariamente ricostruiti da un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica, poi ripresi da altre testate.




