Norimberga al cinema svela parallelismi inquietanti: ecco perché il discorso sulla Russia oggi fa tremare

Giudizio e diritto tra Norimberga e presente
Davanti a Norimberga non prevale la commozione, ma l’esercizio critico della mente: il film ricostruisce la nascita del diritto internazionale non come liturgia vendicativa, bensì come argine al capovolgimento tra forza e ragione. Il processo ai gerarchi nazisti fu un banco di prova morale, concepito per sottrarre la giustizia alla logica della rappresaglia e ancorarla a principi verificabili, opponendo norme a potere e responsabilità a impunità. In questo quadro, l’impianto processuale serve a riaffermare che i crimini non si misurano con le appartenenze ma con i fatti, e che il giudizio non è un atto di parte: è il presupposto della convivenza tra Stati.
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Una scena chiave, centrata sul confronto con Hermann Göring, espone il nodo che attraversa ieri e oggi: l’accusa di ipocrisia rivolta agli Alleati non come difesa del nazismo, ma come tentativo di dissolvere la legittimità stessa del giudicare. Il ragionamento è chiaro e corrosivo: se tutti hanno commesso violenze, nessuno può ergersi a giudice; se nessuno può giudicare, il diritto si svuota e resta soltanto la forza. È esattamente questo scarto che la pellicola mette a fuoco con lucidità, mostrando come l’ordinamento internazionale sia nato per distinguere tra colpa e alibi, tra responsabilità individuale e relativismo paralizzante.
Il richiamo a episodi controversi della guerra, inclusi i bombardamenti su Hiroshima e sulle città europee, non cancella la gerarchia dei fatti né la tipologia dei crimini. La costruzione giuridica elaborata a Norimberga stabilisce categorie — aggressione, crimini di guerra, crimini contro l’umanità — che consentono di giudicare condotte diverse secondo regole comuni. La forza del processo risiede proprio nella possibilità di riconoscere le zone d’ombra della storia senza trasformarle in una franchigia universale. Il diritto, qui, non assolve; ordina, classifica, responsabilizza.
Questo impianto si riflette nel presente: la credibilità del giudizio non dipende dall’innocenza assoluta di chi lo pronuncia, ma dalla coerenza delle norme e dalla trasparenza delle procedure. Confondere la fallibilità degli Stati con l’impossibilità di giudicare equivale a sradicare l’idea stessa di limite. La lezione di Norimberga è che il tribunale non è la vendetta travestita da moralismo, bensì l’opposto: è la negazione della violenza come criterio politico. Quando il dibattito pubblico scivola nel sospetto sistemico verso ogni giudizio, si ripete la scorciatoia che il film denuncia: sottrarre ai crimini la possibilità di essere chiamati per nome.
Il passaggio decisivo sta nel riconoscere che la giustizia internazionale nasce per resistere agli argomenti che smontano la responsabilità invocando simmetrie fallaci. Stabilire un foro, dichiarare uno statuto dei crimini, documentare le prove, garantire difesa e contraddittorio: sono strumenti tecnici che producono un effetto politico radicale, perché impediscono alla forza di travestirsi da necessità storica. È questa continuità, tra l’aula di Norimberga e il presente, a definire la differenza tra civiltà giuridica e cinismo: l’una si fonda su regole che valgono per tutti, l’altro usa gli errori degli altri per negare ogni regola.
Il veleno del whataboutism e la paralisi morale
Il cuore dell’argomentazione che il film illumina coincide con il meccanismo del whataboutism: spostare l’attenzione dal crimine contestato a un presunto crimine altrui, non per confutare i fatti ma per svuotare la possibilità stessa del giudizio. È un dispositivo retorico antico, oggi potenziato dai social, che trasforma l’autocritica in arma contro la legalità. Il passaggio è sottile ma decisivo: non si nega l’evidenza, si nega la legittimità di valutarla. Ne deriva una sospensione permanente del discernimento, in cui ogni responsabilità scivola in una palude di equivalenze forzate.
Nel film, l’evocazione dei bombardamenti su Hiroshima e delle distruzioni nelle città europee non serve a misurare proporzioni o a ricostruire contesti: viene brandita per sostenere che, poiché l’orrore è stato diffuso, nessuno può essere giudicato. È lo stesso schema che oggi riaffiora quando si cita selettivamente l’uso della forza da parte dell’Occidente per negare la sussistenza di crimini altrove. L’effetto non è un confronto onesto tra condotte, ma la cancellazione della scala giuridica che distingue aggressione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Se tutto è uguale, nulla è qualificabile; se nulla è qualificabile, il diritto si dissolve.
Questa torsione produce una doppia conseguenza. Sul piano cognitivo, sostituisce l’analisi con la contabilità moralista dei torti, in cui il passato diventa un alibi generalizzato. Sul piano politico, trasforma l’inevitabile fallibilità degli Stati in una resa alla forza: se ogni richiamo alle regole è sospetto, allora prevale chi dispone di più mezzi coercitivi o di una narrazione più aggressiva. La paralisi morale nasce qui, nel rifiuto di graduare le responsabilità e nel culto dell’ambiguità come rifugio.
L’antidoto non è l’autoassoluzione, ma la coerenza procedurale: fatti documentati, tipizzazione dei reati, contraddittorio, giurisdizione competente. È la stessa architettura sperimentata a Norimberga che consente di separare il giudizio dall’ipocrisia, riconoscendo l’esistenza di zone grigie senza trasformarle in licenza. In questa chiave, il riferimento a errori o crimini commessi da altri non è un lasciapassare, ma un invito a estendere l’applicazione delle regole, non a demolirle. La maturità democratica non coincide con l’indulgenza: coincide con la capacità di mantenere stabile la cornice del giudicare anche quando essa tocca interessi e sensibilità proprie.
Il whataboutism prospera dove l’informazione frammentaria e l’indignazione a comando alimentano la sfiducia generalizzata. Per questo colpisce in modo particolare i più giovani, esposti a flussi comunicativi che premiano la provocazione e puniscono la complessità. Ricondurre il discorso pubblico a categorie verificabili significa restituire agibilità al diritto internazionale, sottraendolo alla retorica delle equivalenze e riportandolo al suo compito: definire limiti e responsabilità, per impedire che la violenza si mascheri da coerenza logica.
Russia, imperialismo e responsabilità dell’Occidente
Il nodo politico attuale ruota intorno alla traiettoria della Russia di Vladimir Putin: un progetto di potenza fondato non su un modello sociale competitivo, ma sul recupero di un imperialismo di prossimità. L’idea guida è che lo status di grande potenza dipenda dal controllo dei popoli vicini. Da qui discende l’aggressione all’Ucraina, interpretata come operazione di ripristino d’influenza e non come violazione primaria del diritto internazionale. La forza viene presentata come necessità storica, la sovranità altrui come variabile negoziabile. È la stessa logica che il film su Norimberga contrasta: ricondurre la politica alla misura dei crimini, distinguendo tra sicurezza e dominazione.
La retorica sull’“allargamento a Est” dell’NATO capovolge i fatti: furono i Paesi dell’Europa centrale e orientale a muoversi “verso Ovest”, chiedendo ingresso nell’Alleanza per sottrarsi a un passato di coercizione. Le basi militari e i contingenti schierati per anni ai confini erano in larga parte simbolici, strumenti di deterrenza minima, non preludio a un’offensiva. Leggere questa dinamica come minaccia aggressiva serve a giustificare una politica di sfera d’influenza che nega il principio di scelta sovrana degli Stati. La domanda corretta non è chi “si sia spinto”, ma chi abbia cercato protezione di fronte a un centro di potere percepito come intrinsecamente instabile.
Attribuire all’Occidente una responsabilità esclusiva nella crisi riduce la complessità e favorisce una narrazione autoassolutoria per Mosca. Esistono errori occidentali, interventi controversi, ambiguità strategiche: riconoscerli non equivale a derubricare l’invasione dell’Ucraina. Il criterio resta la tipizzazione dei crimini: l’atto di aggressione è un illecito distinto, non compensabile con torti altrui. La responsabilità politica dell’Occidente consiste nel garantire coerenza tra principi dichiarati e pratiche, non nell’ammorbidire la valutazione giuridica su chi viola confini, diritti e integrità territoriale.
La Russia contemporanea non propone un’architettura alternativa di giustizia o benessere; offre un metodo: svuotare di senso i valori altrui, ridurre a finzione il diritto internazionale, trasformare la democrazia in simulacro. Questo approccio ha una funzione specifica: disarticolare il fronte delle democrazie, alimentare la sfiducia, scoraggiare reazioni coordinate. La leva è culturale prima che militare: corrodere il terreno comune del giudicare, così che la forza appaia come unica lingua efficace. È qui che torna la lezione di Norimberga: la credibilità dell’ordine internazionale si misura nella capacità di resistere alla tentazione di rendere tutto non giudicabile.
Le iniziative di mediazione che ignorano questo dato falliscono in radice: negoziare presuppone regole condivise e impegni verificabili. Se il diritto è trattato come facoltativo, i tavoli diventano teatro. In parallelo, l’uso selettivo della tradizione cristiana come cornice identitaria contraddice un principio cardine di quella stessa tradizione: la gloria non è dominio, ma servizio. L’invocazione del passato sacralizzato non copre la realtà di un progetto che misura la grandezza sull’assoggettamento. La responsabilità dell’Occidente, in questo scenario, è duplice: mantenere ferma la coerenza delle proprie procedure e sostenere chi difende la propria sovranità senza cadere nel riflesso dell’eccezione permanente.
La posta in gioco non è retorica. Se tra decenni il nome di Vladimir Putin sarà associato ai grandi crimini di guerra, il giudizio ricadrà anche su chi oggi ne giustifica la prassi dissolvendo le categorie del diritto. La tenuta dell’ordine internazionale dipende dalla capacità di nominare l’illecito, di documentarlo e di perseguirlo, indipendentemente dalla perfezione morale di chi lo denuncia. È il discrimine tra una comunità di Stati che accetta limiti e un sistema di potenza che li considera un ostacolo da rimuovere.
FAQ
- Perché l’espansione della NATO non può essere definita aggressione a Est?
Perché furono i Paesi dell’Europa centro-orientale a chiedere l’adesione per ragioni di sicurezza; i dispiegamenti iniziali erano prevalentemente deterrenti e simbolici, non offensivi. - In che cosa consiste l’imperialismo contemporaneo della Russia?
Nella pretesa di controllare i Paesi vicini per preservare lo status di potenza, subordinando la loro sovranità a una sfera d’influenza. - Gli errori dell’Occidente escludono la possibilità di giudicare l’invasione dell’Ucraina?
No. La tipizzazione dei reati distingue l’atto di aggressione da altre condotte; le colpe altrui non annullano la responsabilità per un illecito specifico. - Perché molte mediazioni falliscono nel conflitto russo-ucraino?
Perché presuppongono regole condivise e verificabili; se il diritto è trattato come opzionale, il negoziato diventa mera messa in scena. - Qual è la responsabilità principale dell’Occidente in questo contesto?
Mantenere coerenza tra principi e pratiche, sostenere la sovranità degli Stati e rafforzare procedure trasparenti di accertamento dei crimini. - Che rapporto c’è tra la lezione di Norimberga e il presente?
Norimberga mostra che il diritto serve a impedire che la forza si travesta da necessità storica; oggi la stessa architettura va difesa contro il relativismo che rende i crimini “ingiudicabili”.




