Groenlandia al centro: il piano Nato per placare Trump nasconde una mossa che cambia gli equilibri

Indice dei Contenuti:
Piano Nato e ruolo del Regno Unito
Downing Street lavora a un’iniziativa con gli alleati della Nato per rafforzare la presenza militare in Groenlandia, rispondendo alle richieste di sicurezza espresse dalla Casa Bianca. Il premier britannico Keir Starmer ha autorizzato contatti con Germania e Francia per delineare uno schieramento mirato di soldati, navi e aerei nell’Artico. Obiettivo: aumentare la deterrenza contro le ambizioni di Russia e Cina nella regione.
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Fonti governative di Londra confermano che le discussioni in ambito Nato proseguono senza anticipazioni operative, ma ribadiscono l’allineamento con la linea americana sulla necessità di scoraggiare l’aggressività russa nell’Estremo Nord. L’ipotesi di comando congiunto e capacità integrate punta a rendere credibile una postura di difesa euro-atlantica in aree critiche e scarsamente presidiate.
Il contributo britannico, secondo i primi contatti, includerebbe piattaforme navali per sorveglianza, pattugliatori aerei e unità addestrate in ambiente artico. L’approccio è modulare e “a scalare”, per adattarsi alla minaccia senza provocare escalation premature. In parallelo, Londra si propone come coordinatore politico tra partner europei e Washington, per tradurre l’impegno in una presenza sostenuta e visibile sul terreno.
Obiettivi di Trump e limiti della deterrenza
Donald Trump insiste: la Groenlandia è “vitale” per la sicurezza USA, e l’alternativa a un accordo rapido sarebbe il vantaggio di Russia e Cina nell’Artico. L’ex presidente parla di acquisizione, non di soluzioni temporanee, e rivendica una postura personale di forza: “Putin teme me, non l’Europa”.
La pressione serve a costruire urgenza strategica e consenso domestico, ma collide con un dato politico: l’isola è un territorio autonomo sotto la Danimarca e un’operazione di trasferimento è impraticabile. Anche una robusta presenza Nato difficilmente basterà a soddisfare un obiettivo formulato come controllo diretto.
A limitare la narrativa dell’allarme, inoltre, sono briefing di diplomatici nordici citati dal Financial Times: non risultano flotte russe o cinesi a ridosso della Groenlandia, bensì attività sul versante russo dell’Artico. Questo restringe il perimetro della minaccia e indebolisce l’argomento di un’emergenza imminente.
Ne deriva un paradosso operativo: l’invio di “sentinelle occidentali” può rafforzare la deterrenza, ma non risponde all’obiettivo massimalista di Trump. Senza un’intesa politico-diplomatica con Copenhagen e il consenso groenlandese, qualsiasi postura militare rischia di restare simbolica e, agli occhi di Washington, insufficiente.
Diplomazia Usa-Danimarca e tensioni nordiche
La premier danese Mette Frederiksen conferma un canale diretto con Washington: il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen vedrà il segretario di Stato Marco Rubio la prossima settimana per cercare un punto di equilibrio tra difesa artica e sovranità groenlandese. “Siamo a un bivio”, afferma Frederiksen, segnalando l’urgenza di una cornice negoziale stabile.
La mossa americana segue settimane di retorica muscolare e apre uno spazio di trattativa che punta a disinnescare lo scontro con Copenhagen senza arretrare sulle priorità strategiche. In parallelo, il primo ministro svedese Ulf Kristersson respinge la “retorica minacciosa” degli USA e difende la Danimarca come alleato “molto leale”, rilanciando un fronte nordico di solidarietà con valenza politica e simbolica.
Le frizioni risalgono alla primavera, quando il vicepresidente JD Vance definì la Danimarca un “cattivo alleato”, scontrandosi con il richiamo al contributo danese in Iraq e Afghanistan. Ora Rubio cerca di ricomporre il quadro con un’agenda pragmatica: coordinamento Nato, garanzie per la Groenlandia, e un linguaggio meno polarizzante verso i partner nordici. L’esito dei colloqui sarà cruciale per trasformare la pressione strategica in cooperazione operativa, evitando che il dossier groenlandese degeneri in una crisi intra-alleata.
FAQ
- Perché gli Stati Uniti spingono sul dossier Groenlandia? Per rafforzare il presidio nell’Artico e contenere l’influenza di Russia e Cina.
- Qual è il ruolo della Danimarca? È lo Stato di riferimento della Groenlandia autonoma e interlocutore imprescindibile per qualunque accordo.
- Cosa prevede il confronto tra Rasmussen e Rubio? Un tentativo di allineare priorità USA e tutele danesi-groenlandesi, con ricadute operative in ambito Nato.
- Che posizione ha la Svezia? Ulf Kristersson critica la retorica USA e sostiene la lealtà della Danimarca nell’alleanza.
- Le critiche di JD Vance hanno effetti oggi? Hanno acuito le tensioni, spingendo Washington a un approccio diplomatico più calibrato.
- Ci sono prove di presenze russe o cinesi vicino alla Groenlandia? Diplomatici nordici citati dal Financial Times smentiscono attività navali a ridosso dell’isola.
- Qual è l’obiettivo immediato della diplomazia? Evitare uno strappo intra-alleato e definire una presenza coordinata che rispetti la sovranità di Copenhagen.




