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Pmi italiane e digitale: cosa emerge dal rapporto Future Ready Business
Chi: le piccole e medie imprese italiane analizzate da Wolters Kluwer Tax & Accounting. Cosa: il primo rapporto “Future Ready Business”, che misura il grado di trasformazione digitale e l’adozione di cloud e intelligenza artificiale. Dove: confronto tra Italia e altri sette Paesi europei. Quando: dati presentati il 17 marzo a Roma. Perché: le pmi italiane restano resilienti, ma accumulano ritardo nella modernizzazione rispetto ai competitor di Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Svezia, Danimarca e Regno Unito, frenate da costi elevati, complessità normativa e carenza di competenze digitali interne. Ne deriva una transizione incrementale, con forte ricorso all’outsourcing e un utilizzo dell’Ia ancora cauto, che rischia di indebolire la competitività del sistema produttivo italiano nel medio periodo.
In sintesi:
- Solo il 30% delle pmi italiane è full cloud, il 16% resta interamente on-premise.
- Il 61% delle pmi europee indica i costi come principale freno alla tecnologia.
- In Italia meno della metà delle pmi prevede di adottare l’Ia entro 12 mesi.
- Il 47% segnala gap di competenze digitali, spingendo verso outsourcing specializzato.
Cloud, Ia e competenze: dove l’Italia corre e dove resta indietro
Il rapporto Future Ready Business, basato su oltre 1.000 pmi in otto Paesi europei, fotografa un’Italia che procede a piccoli passi. Quasi un terzo delle imprese italiane è oggi interamente cloud-based e il 40% opera in modalità ibrida, segnale di una transizione in atto ma non accelerata.
Resta elevata, però, la quota di aziende (16%) ancora totalmente on-premise, una delle percentuali più alte d’Europa. L’infrastruttura legacy continua a pesare, ma rappresenta anche il principale bacino potenziale di efficienza da ottenere con il cloud.
Secondo Bas Kniphorst, evp & managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Europe, le pmi che reagiscono meglio alle incertezze stanno già modernizzando i sistemi chiave, sfruttando il cloud per efficienza e flessibilità e puntando su competenze digitali. Azioni prioritarie sono *“l’automazione dei flussi di lavoro e il processo decisionale basato sui dati”*, considerate leve immediate per liberare valore e preparare il terreno alla futura adozione massiva dell’Ia.
A livello europeo, oltre il 61% delle pmi indica il costo come principale ostacolo tecnologico. L’Italia spicca per la quota di imprese che non pianificano a breve upgrade in ambiti strategici come intelligenza artificiale, automazione dei workflow, cybersecurity e pagamenti digitali, in netto contrasto con mercati più dinamici quali Belgio, Paesi Bassi e Spagna.
L’intelligenza artificiale inizia comunque a trovare applicazioni concrete: customer support automatizzato, raccolta dati, analisi previsionali. Il 29% delle pmi italiane utilizza l’Ia quotidianamente e il 37% settimanalmente, livelli simili a Spagna e Germania.
Nonostante ciò, solo il 48% prevede di adottare nuovi strumenti di Ia nei prossimi dodici mesi, con timori concentrati su sicurezza dei dati, costi di implementazione e scarsità di profili tecnici interni. Come sottolinea Tomàs Font, vicepresidente e direttore generale di Wolters Kluwer Tax & Accounting Europe South Region, dare priorità a cloud, cybersecurity e Ia orientata ad automazione e reportistica è decisivo per preservare la competitività nel mercato europeo sempre più digitale.
Il nodo competenze resta centrale: il 28% delle pmi segnala difficoltà nell’assumere e trattenere personale, mentre il 47% indica il gap di skill digitali e tecniche come ostacolo diretto all’adozione tecnologica.
Per colmare questo divario, le imprese italiane ricorrono massicciamente all’outsourcing di funzioni ad alta specializzazione o forte compliance: il 41% esternalizza il payroll, il 38% i servizi legali, il 31% la contabilità, il 16% la rendicontazione. L’81% dichiara un livello di fedeltà elevato o molto elevato verso i propri consulenti, segno che questa scelta è strutturale e non contingente.
Sul fronte regolatorio, le pmi italiane risultano fra le meno ottimiste in Europa. Pur sentendosi “abbastanza informate” nel 54% dei casi, ben il 17% si considera scarsamente preparato in materia di compliance, contro il 6% del Regno Unito e l’1% dei Paesi Bassi. Il contesto economico aggrava lo scenario: il 33% individua la situazione macro come principale ostacolo, il 29% soffre pressioni sul cash flow e il 46% indica il bilanciamento tra qualità e crescita tra le tre sfide principali dei prossimi dodici mesi.
Prospettive: come trasformare lo stallo digitale in vantaggio competitivo
Il quadro tracciato da Wolters Kluwer mostra pmi italiane resilienti ma in rischio di “trappola dell’incrementale”: tanta sopravvivenza operativa, poca scalabilità digitale. Per trasformare l’attuale prudenza in vantaggio competitivo servirà una strategia combinata: incentivi all’investimento tecnologico, formazione mirata sulle competenze digitali, semplificazione normativa e un ecosistema di consulenti capaci di guidare le imprese verso Ia, automazione avanzata e analytics.
Se i prossimi dodici mesi vedranno una vera accelerazione su cloud, cybersecurity e intelligenza artificiale applicata ai processi core, l’Italia potrà chiudere il gap con i Paesi europei più dinamici e rafforzare la competitività delle sue pmi sui mercati internazionali.
FAQ
Qual è il principale freno alla trasformazione digitale delle pmi italiane?
Il principale freno è rappresentato dai costi: il 61% delle pmi europee, incluse quelle italiane, indica gli investimenti tecnologici come ostacolo prioritario rispetto ad altre voci di spesa.
Quanto sono diffuse le soluzioni cloud nelle pmi italiane?
Le soluzioni cloud sono adottate totalmente dal 30% delle pmi italiane, mentre il 40% opera in modalità ibrida. Il 16% resta ancora interamente on-premise, una delle quote più alte in Europa.
Come stanno utilizzando oggi l’intelligenza artificiale le pmi italiane?
L’Ia è già usata dal 29% delle pmi ogni giorno e dal 37% settimanalmente, soprattutto per customer support automatizzato, raccolta dati e analisi previsionali, con approccio comunque prudente.
Perché l’outsourcing è così diffuso nelle pmi italiane?
L’outsourcing è diffuso perché consente di compensare la carenza di competenze digitali interne, ridurre oneri normativi e amministrativi e accedere rapidamente a specialisti in payroll, legale, contabilità e rendicontazione.
Da quali fonti è stato elaborato questo articolo sul rapporto Wolters Kluwer?
L’articolo è stato elaborato sulla base di una sintesi congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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