Nuova intesa commerciale UE‑USA: cosa prevede davvero l’accordo
L’Unione Europea ha raggiunto nei giorni scorsi un’intesa commerciale con gli USA che evita l’imposizione di dazi americani al 25% su auto e camion europei, minacciati dall’amministrazione Trump a partire dal 4 luglio. L’accordo, collegato all’intesa di Turnberry (Scozia) dell’agosto 2025, interessa l’intero mercato unico europeo e ridefinisce dazi su beni industriali, agricoli e ittici. In gioco ci sono i rapporti economici tra due blocchi che valgono complessivamente centinaia di miliardi di euro di scambi annui.
L’intesa è criticata perché considerata squilibrata a favore di Washington, ma accettata da Parlamento europeo e Consiglio UE per scongiurare un nuovo shock industriale in Europa, già indebolita da un ventennio di crescita lenta e crescente dipendenza dalle esportazioni verso USA e Regno Unito.
In sintesi:
- Stop ai dazi USA al 25% sulle auto europee in cambio di ampie concessioni tariffarie UE.
- Washington mantiene dazi più alti su acciaio, alluminio e prodotti chiave rispetto al pre‑2025.
- L’UE azzera dazi sui beni industriali USA e promette più investimenti diretti negli Stati Uniti.
- I dati sui servizi, distorti dal ruolo dell’Irlanda, sottostimano l’avanzo reale UE con gli USA.
I contenuti dell’accordo e il ruolo di Bruxelles e Washington
L’intesa non è paritaria. Gli USA manterranno i propri dazi al 15% su varie categorie e al 50% su acciaio e alluminio, con una semplice promessa politica – non giuridicamente vincolante – di valutarne in futuro la riduzione al 15%. Si tratta comunque di livelli superiori a quelli in vigore prima del Liberation Day del 2 aprile 2025.
In cambio, l’UE azzererà i dazi sui beni industriali americani e ridurrà in modo significativo le tariffe su prodotti agricoli e ittici. Ancora più rilevante è l’impegno europeo a promuovere nuovi investimenti privati e istituzionali negli Stati Uniti, in apparente contraddizione con gli obiettivi del Rapporto Draghi sulla competitività, che punta a trattenere capitale e produzione in Europa.
Parlare semplicemente di “sudditanza” di Bruxelles verso Washington è riduttivo: il negoziato riflette piuttosto l’indebolimento strutturale dell’Europa, costretta a difendere l’accesso ai mercati esteri a fronte di una base industriale e tecnologica meno dinamica di quella americana.
Dipendenza europea da USA e UK e distorsione dei dati sui servizi
Nel 2025 l’UE ha esportato beni e servizi per circa 3.980 miliardi di euro, importandone per 3.667 e registrando un avanzo complessivo di 312 miliardi. Il motore di questo surplus è l’anglosfera: il saldo con gli USA è stato positivo per circa 20 miliardi e quello con il Regno Unito ha sfiorato i 107 miliardi, a fronte di un deficit con la Cina oltre i 350 miliardi. Senza la domanda di Washington e Londra, la crescita del Pil europeo sarebbe prossima allo zero.
Il dato ufficiale sul commercio con gli USA, però, è fuorviante. L’UE esporta ogni anno verso gli Stati Uniti circa 200 miliardi in più di quanto importi in beni, ma registra un forte disavanzo nei servizi (‑178 miliardi) che riduce l’avanzo totale a soli 20 miliardi.
Questa fotografia è alterata dal ruolo dell’Irlanda, dove molte multinazionali americane hanno la sede legale per motivi fiscali. I servizi digitali acquistati da sussidiarie irlandesi risultano scambi intra‑UE, mentre le royalties trasferite alle case madri vengono contabilizzate come importazioni di servizi dagli USA. Al netto di queste operazioni, il disavanzo europeo nei servizi si ridurrebbe drasticamente e l’avanzo commerciale complessivo con Washington è stimato nell’ordine di 170‑180 miliardi annui, dato che avrebbe potuto rafforzare la posizione negoziale europea.
Un divario strutturale con gli USA che condiziona i futuri negoziati
Dietro all’accordo emerge un trend di lungo periodo. Nel 1990 il Pil pro‑capite delle tre principali economie UE – Germania, Francia e Italia – era solo del 10% inferiore rispetto a quello americano. Nel 2025 il gap è arrivato al 74% nominale, pari a circa il 41% in termini reali.
In 35 anni il Pil pro‑capite è cresciuto nell’UE di appena lo 0,6% medio annuo, contro l’1,3% degli Stati Uniti. A ciò si aggiunge la diversa composizione della domanda: le famiglie americane consumano oltre il 68% del Pil (63% nel 1990), mentre nell’UE la quota è scesa dal 55% a meno del 53%.
L’Europa ha perseguito una strategia export‑led, comprimendo la domanda interna e rendendosi strutturalmente dipendente dai mercati esteri, in particolare da USA e Regno Unito. In questo contesto, la capacità di Bruxelles di imporre condizioni equilibrate nei negoziati commerciali resta limitata. Il rischio è che ogni futura intesa, anche quando evita shock immediati, consolidi un posizionamento periferico dell’Europa nelle catene globali del valore.
FAQ
Cosa prevede l’ultimo accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti?
L’accordo prevede il ritiro dei dazi USA al 25% sulle auto europee, in cambio dell’azzeramento dei dazi UE sui beni industriali americani e ampie aperture su prodotti agricoli e ittici.
Perché l’Europa è considerata in posizione di debolezza nel negoziato con Washington?
L’Europa dipende fortemente dalle esportazioni verso USA e Regno Unito, ha crescita pro‑capite strutturalmente più bassa e minore dinamismo tecnologico, fattori che limitano il suo potere contrattuale nei negoziati commerciali bilaterali.
Per quale motivo i dati sui servizi UE‑USA risultano considerati distorti?
I dati sono distorti perché molte multinazionali statunitensi sono registrate in Irlanda: i flussi intra‑UE e le royalties verso le case madri vengono contabilizzati come importazioni di servizi dagli USA, gonfiando artificialmente il deficit.
Qual è oggi il ruolo di USA e Regno Unito per l’export dell’Unione Europea?
USA e Regno Unito rappresentano i principali mercati di sbocco per l’industria europea: l’avanzo con Londra sfiora 107 miliardi, quello reale con Washington viene stimato oltre 170 miliardi l’anno.
Da quali fonti sono state ricavate le informazioni principali su accordo e dati economici?
Le informazioni derivano da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione.



