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Crisi nello Stretto di Hormuz: cosa serve davvero per riaprirlo
Il 4 marzo 2026 l’Iran ha dichiarato ufficialmente chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Nel tratto di mare tra Iran e Oman, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha attivato una complessa strategia anti-accesso che mette a rischio navi commerciali e militari. Dal 28 febbraio almeno dieci mercantili sono stati colpiti, mentre il Centcom statunitense ha reagito con migliaia di sortite e oltre 7.000 obiettivi colpiti. La crisi esplode nel 2026 perché le capacità anti-mine occidentali in zona sono drammaticamente insufficienti, proprio mentre Donald Trump invoca una “Hormuz Coalition” e la presenza navale di Cina e Russia complica ogni calcolo strategico. La posta in gioco è globale: sicurezza energetica, libertà di navigazione e credibilità militare degli Stati Uniti e dei loro alleati.
In sintesi:
- Lo Stretto di Hormuz è chiuso dall’Iran, con rischio diretto per il 20% del petrolio mondiale.
- La dottrina iraniana A2/AD sfrutta mine, droni, missili e barchini veloci difficili da neutralizzare.
- Gli Usa hanno poche capacità anti-mine operative nella regione, mentre gli alleati esitano a intervenire.
- La Cina osserva e influenza la crisi, mentre Asia ed Europa cercano rotte alternative e riserve.
Dottrina iraniana, limiti Usa e calcoli degli alleati nello Stretto
La Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha sviluppato nel Golfo Persico una strategia A2/AD per alzare il costo del transito marittimo senza scontro diretto con la US Navy.
Mine (5.000-6.000 secondo stime), droni Shahed, veicoli di superficie non pilotati, barchini veloci e missili anti-nave costieri trasformano i 33 chilometri dello Stretto in un imbuto letale.
Tra il 28 febbraio e il 12 marzo almeno dieci navi commerciali sono state attaccate, mentre il Centcom ha distrutto oltre 100 unità navali iraniane e infrastrutture per la produzione di mine, senza però eliminare droni e Usv lanciabili da coste e isole. L’ex contrammiraglio Mark Montgomery individua cinque condizioni operative per riaprire lo Stretto: ridurre la minaccia a un rischio “gestibile”, sorveglianza ISR continua su un raggio di 50 miglia per lato e 100 nell’entroterra, presenza costante di velivoli armati con razzi Apkws contro droni, elicotteri anti–fast boat e lo schieramento di 10-14 cacciatorpediniere Aegis per la scorta.
Il vero tallone d’Achille è la guerra alle mine. Le ultime quattro navi cacciamine classe Avenger sono state ritirate nel gennaio 2026, sostituite solo sulla carta da Littoral Combat Ship con moduli anti-mine cronicamente in ritardo. Secondo una stima del Washington Institute, per bonificare una massiccia campagna di minamento servirebbero fino a 16 navi specializzate: oggi nell’area, nel migliore dei casi, ce n’è una.
Conseguenze globali, ruolo cinese e futuri equilibri energetici
All’appello di Donald Trump per una “Hormuz Coalition” hanno risposto tiepidamente quasi tutti. Germania e Lussemburgo hanno respinto l’ipotesi, Gran Bretagna e Francia parlano di cooperazione limitata, Giappone e Australia restano defilati. L’Unione Europea valuta l’estensione della missione Eunavfor Aspides allo Stretto, ma servirebbe unanimità e un mandato molto più robusto.
La presenza navale cinese nelle esercitazioni “Maritime Security Belt 2026” con Iran e Russia conferma l’interesse di Pechino a monitorare in tempo reale la Quinta Flotta Usa. Navi commerciali che si dichiarano “China&Crew” nei dati Ais per evitare attacchi mostrano quanto l’ombrello cinese sia percepito come protettivo. Lo stesso Segretario al Tesoro Scott Bessent ammette che Washington accetta il transito di navi iraniane, indiane e cinesi, segnale che un blocco totale è politicamente insostenibile.
Nel medio periodo, Arabia Saudita ed Emirati rafforzano gli oleodotti che aggirano Hormuz, mentre Giappone e Corea del Sud attingono alle riserve strategiche e aumentano l’uso del carbone. Ma nessuna infrastruttura alternativa può sostituire integralmente lo Stretto; finché l’Iran potrà rendere il rischio “insostenibile”, la riapertura pienamente sicura dipenderà da una combinazione oggi mancante: capacità anti-mine credibili e una volontà politica collettiva ancora fragile.
FAQ
Perché lo Stretto di Hormuz è così strategico per l’energia mondiale?
Lo è perché attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e quote rilevanti di gas del Qatar, zolfo ed elio, rendendolo un choke point essenziale.
Quanto è concreta la minaccia delle mine iraniane nello Stretto?
È molto concreta: l’Iran possiede 5.000-6.000 mine. Anche poche decine, posate in corridoi larghi 3 km, bastano a bloccare o rallentare la navigazione commerciale.
Quali paesi hanno migliori capacità anti-mine per intervenire a Hormuz?
Dispongono di capacità significative Giappone, Corea del Sud, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito, ma l’impiego dipende da decisioni politiche sensibili.
Gli oleodotti sauditi ed emiratini possono sostituire lo Stretto di Hormuz?
Possono solo compensare parzialmente. L’East-West Pipeline saudita movimenta circa 5 milioni di barili/giorno, troppo poco rispetto ai volumi che normalmente transitano via Hormuz.
Qual è la fonte delle informazioni riportate in questo articolo sulla crisi di Hormuz?
Le informazioni derivano da un’elaborazione congiunta di contenuti Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborati dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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