Big Tech sotto accusa per la sorprendente mossa sulle violenze ICE

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Silicon Valley tra etica e potere politico
Nel pieno delle tensioni a Minneapolis, la presa di posizione di alcuni leader tech, a cominciare da Tim Cook di Apple, ha mostrato il nuovo volto, per molti ambiguo, della Realpolitik digitale. Cook si è detto “addolorato” per le vittime delle operazioni della polizia anti–immigrazione e ha invocato una “de–escalation” al presidente Donald Trump, ma poche ore dopo la morte di Alex Pretti è stato visto alla Casa Bianca per la proiezione di un documentario sulla First Lady Melania Trump.
Questa sovrapposizione tra dichiarazioni morali e prossimità al potere illustra il delicato equilibrio che i colossi della Silicon Valley cercano di mantenere. Per decenni, le big tech hanno promosso un’immagine di motori del progresso, dell’inclusione e dei diritti civili, ma oggi la realtà è segnata da contratti federali, dazi internazionali e infrastrutture critiche come i data center per l’IA.
Il risultato è una forma di “Realpolitik tecnologica” che, dietro al linguaggio inclusivo, punta a preservare margini di profitto e accesso ai tavoli del potere. Per alcuni osservatori è un necessario pragmatismo; per altri, l’ennesima dimostrazione di come il capitalismo delle piattaforme sappia adattarsi a qualunque scenario politico pur di non mettere in discussione il proprio modello di business.
In questo contesto, anche la comunicazione pubblica assume una valenza strategica. Ogni parola, ogni tweet, ogni email interna vengono calibrati per inviare segnali multipli a pubblici diversi: investitori, dipendenti, utenti e governo federale. L’apparente empatia verso le vittime delle violenze si sovrappone al timore di perdere accesso a fondi pubblici, commesse per la sorveglianza e agevolazioni fiscali. Così, la distanza tra retorica progressista e pratiche operative si allarga, mentre le comunità più colpite dalla repressione restano spettatrici di un dialogo in cui hanno poca voce.
Dietro ai comunicati di condanna degli abusi dell’ICE, resta spesso in ombra la domanda centrale: fino a che punto le aziende sono disposte a rinunciare a profitti e vantaggi competitivi per allinearsi davvero ai valori che dichiarano di difendere? E chi pagherà il prezzo di un eventuale scontro aperto con l’esecutivo, in un’epoca in cui i confini tra potere politico e infrastrutture digitali si sono fusi?
Sam Altman, Big Tech e il doppio registro sul potere
Nel clima teso del Minnesota, il messaggio interno di Sam Altman, CEO di OpenAI, ai dipendenti è diventato un caso emblematico del doppio registro comunicativo delle Big Tech. Da un lato, Altman ha definito l’azione dell’ICE “troppo oltre”, richiamando il “dovere di ogni americano” di respingere gli abusi del governo. Dall’altro, ha bilanciato le critiche lodando Trump come “leader forte”, appoggiando l’espulsione dei “criminali violenti” e prendendo le distanze da una collocazione “di sinistra” dell’azienda.
Questa strategia sfumata è interpretata da molti analisti come un modo per evitare di compromettere rapporti cruciali con Washington. OpenAI dipende da contratti federali, infrastrutture cloud e commesse legate all’IA, mentre Apple è esposta ai dazi su Cina e supply chain globali. Esporsi frontalmente contro l’amministrazione federale potrebbe tradursi in ritorsioni regolatorie o economiche.
Il risultato è una forma di equilibrismo che scontenta entrambe le parti: chi chiede una rottura netta con le politiche repressive, e chi vorrebbe dalle aziende un sostegno pieno all’ordine pubblico. Per i lavoratori tech più politicizzati, soprattutto nelle grandi città costiere, la distanza tra i loro valori e le scelte dei vertici si fa sempre più evidente.
All’interno delle aziende, questo genera fratture culturali profonde. I team che lavorano su modelli di intelligenza artificiale o sistemi di analisi dati sanno che le loro tecnologie possono essere impiegate tanto per la medicina di precisione quanto per la sorveglianza di massa. Le lettere aperte, le petizioni e, in alcuni casi, le dimissioni pubbliche, sono diventate strumenti di pressione interna per spingere i board a introdurre linee rosse etiche sui clienti e sugli usi consentiti.
Ma i consigli di amministrazione, spesso legati a fondi di investimento e grandi committenti pubblici, continuano a vedere nel settore della sicurezza e dei servizi federali una fonte stabile di crescita. È qui che la retorica sul “migliorare l’umanità” si scontra con i fogli Excel dei ricavi: l’IA che promette inclusione e diritti convive con la stessa IA venduta a chi pattuglia confini, carceri e quartieri marginalizzati.
Meta, Palantir e la nuova geografia della sorveglianza
Mentre alcuni CEO tentano di mantenere una posizione intermedia, altre aziende sono accusate di aver abbracciato senza resistenze il nuovo corso securitario. Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, è stata accusata da utenti e dipendenti di aver oscurato contenuti legati all’ICE e alle proteste di Minneapolis, inclusa una lista pubblica di agenti federali coinvolti nelle operazioni. Episodi che sollevano interrogativi sul ruolo delle piattaforme nel controllare, filtrare o amplificare il dissenso politico.
Parallelamente, nella stessa industria monta una protesta interna. Su IceOut.tech oltre un migliaio di dipendenti di Microsoft, Amazon, Google, Palantir, Uber, Spotify e Anthropic hanno firmato una lettera pubblica per chiedere la fine delle violenze e l’uscita dell’ICE dalle strade. Tra i più critici c’è Dario Amodei, fondatore italiano di Anthropic, che ha definito i fatti di Minneapolis “un orrore” e ribadito che la sua azienda ha senso solo se le sue tecnologie servono a migliorare l’umanità.
Ma le stesse tecnologie, sviluppate tra San Francisco e Palo Alto, sono già nelle mani delle agenzie federali. Il caso di Palantir è simbolico: l’azienda fondata da Peter Thiel, figura di riferimento dei repubblicani, ha sviluppato l’app “Elite”, che integra dati governativi, medici e di geolocalizzazione per identificare immigrati irregolari e supportare gli agenti nelle operazioni di arresto. Un esempio di utilizzo intensivo dei dati pubblici per finalità di controllo sociale su larga scala.
Per gli esperti di diritti digitali, questi sistemi configurano una nuova geografia della sorveglianza: banche dati interoperabili, algoritmi predittivi, tracciamenti in tempo reale. Il confine tra sicurezza e repressione, tra prevenzione e abuso, diventa sempre più sottile e delegato a codici opachi, spesso coperti da segreto industriale o di stato.
Mentre le aziende continuano a parlare di “innovazione responsabile”, sul terreno, nei quartieri dove operano le unità speciali dell’ICE, le comunità migranti vivono l’altra faccia dell’innovazione: quella che ricorda più Orwell che la Silicon Valley romantica dei garage. A decenni dalla pubblicazione di “1984”, lo scenario di una sorveglianza pervasiva non è più un monito letterario, ma una linea di business in rapida espansione.
FAQ
D: Perché i CEO tech intervengono sulle violenze a Minneapolis?
R: Per tutelare l’immagine pubblica e rassicurare dipendenti e utenti, senza compromettere i rapporti con il potere politico.
D: Cosa rappresenta il caso di Tim Cook alla Casa Bianca?
R: Un esempio di distanza tra dichiarazioni morali e prossimità pragmatica al potere esecutivo.
D: Qual è la posizione di Sam Altman su ICE e Trump?
R: Critica gli eccessi dell’ICE ma definisce Trump un “leader forte”, adottando una linea di equilibrio politico.
D: Perché i contratti federali sono così rilevanti per le Big Tech?
R: Garantiscono ricavi stabili in settori chiave come cloud, IA, difesa e sicurezza nazionale.
D: Di cosa è accusata Meta nel contesto di Minneapolis?
R: Di aver oscurato contenuti e liste di agenti ICE, limitando la visibilità del dissenso.
D: Che cos’è IceOut.tech?
R: Un sito che ospita una lettera aperta firmata da dipendenti di diverse aziende tech contro le violenze e il ruolo dell’ICE.
D: Come funziona l’app Elite di Palantir?
R: Integra dati governativi e di geolocalizzazione per individuare immigrati irregolari e supportare le operazioni di arresto.
D: Qual è la principale fonte per queste informazioni?
R: Le ricostruzioni giornalistiche pubblicate da testate specializzate come l’articolo originale di Carolina Milanesi del 27 gennaio 2026.




