Ambasciatore italiano richiamato da Roma a Berna, dietro le quinte inattese

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L’ambasciatore d’Italia a Berna: “ho avuto istruzioni di continuare a lavorare da Roma”
Diplomazia sotto pressione
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, ha confermato di aver ricevuto precise indicazioni di proseguire il proprio lavoro da Roma, nel pieno della crisi diplomatica legata alla tragedia di Crans-Montana. Nel colloquio con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, al diplomatico è stato chiesto di concentrare ogni sforzo sul coordinamento politico e giudiziario con le autorità elvetiche. L’intervento alla trasmissione “Cinque minuti” ha dato voce al disagio dell’opinione pubblica italiana, di fronte a ricostruzioni ritenute frammentarie e lente. Le istituzioni puntano ora a trasformare l’indignazione in pressione diplomatica strutturata, con tempi e obiettivi verificabili.
Le autorità federali svizzere, secondo quanto riferito dallo stesso rappresentante italiano, avrebbero reagito “con sorpresa e sgomento” alla durezza delle posizioni espresse dalla politica e dal popolo italiani. La divergenza di percezione tra Roma e Berna rende più complesso il dialogo, ma non lo interrompe: entrambi i governi sono consapevoli che la gestione del caso avrà effetti di lungo periodo sul clima bilaterale. In questo quadro, la scelta di mantenere il diplomatico operativo dall’Italia è un segnale di forte centralizzazione del dossier, che viene trattato come priorità strategica della politica estera nazionale.
L’azione delle istituzioni italiane si inserisce in un contesto emotivo altissimo, alimentato dalle testimonianze dei familiari delle vittime e dalla copertura costante dei media. Ogni passaggio investigativo, ogni comunicazione ufficiale e ogni esitazione delle autorità locali vengono analizzati al microscopio, sia sul piano tecnico sia su quello simbolico.
Indagine con squadra comune
Nel mandato affidato al rappresentante diplomatico emerge un obiettivo operativo: costruire in tempi brevi una reale collaborazione tra magistrature italiana e svizzera. L’indicazione politica è quella di superare la gestione separata delle indagini e di arrivare, nel minor tempo possibile, all’istituzione di una squadra investigativa comune, in linea con gli strumenti di cooperazione giudiziaria europea e internazionale. Questo modello condiviso dovrebbe garantire raccolta prove coordinata, scambio immediato di informazioni e una ricostruzione più solida delle responsabilità individuali e strutturali.
La richiesta di una task force binazionale arriva in un momento in cui la fiducia dei cittadini nei confronti delle versioni ufficiali è fragile. Per l’Italia, una cornice investigativa comune è anche una risposta alle accuse di opacità e lentezza nella comunicazione dalla località turistica elvetica. Sul piano giuridico, il lavoro congiunto permetterebbe di armonizzare standard probatori, perizie tecniche e audizioni dei testimoni, riducendo al minimo i vuoti procedurali che spesso emergono nei casi transfrontalieri.
Dal punto di vista diplomatico, la creazione di un gruppo di inchiesta misto rappresenterebbe un banco di prova per la capacità di Roma e Berna di trasformare uno shock bilaterale in un’occasione di rafforzamento istituzionale. Una gestione percepita come lenta o difensiva potrebbe incrinare ulteriormente i rapporti, mentre un’azione rapida e coordinata sarebbe letta come segnale di rispetto concreto verso le famiglie colpite.
Le voci delle famiglie
Alla stessa trasmissione ha preso la parola Carla Scotto, madre di Riccardo Minghetti, una delle vittime dell’incendio al locale Le Constellation. La donna ha definito “incomprensibile” quanto accaduto a Crans-Montana, sottolineando i ritardi nel riconoscimento delle salme. Secondo il suo racconto, in diversi casi le ustioni non sarebbero state così gravi da rendere impossibile l’identificazione in tempi più rapidi, alimentando il sospetto di carenze organizzative e procedurali. Il dolore privato si è così trasformato in denuncia pubblica, con un impatto forte sul dibattito italiano.
Le parole dei familiari hanno messo in luce non solo la dimensione umana della tragedia, ma anche le criticità nella gestione post-emergenza: comunicazioni frammentarie, informazioni discordanti e sensazione di distanza tra apparati istituzionali e cittadini coinvolti. Questi elementi contribuiscono a spiegare il clima di scontento che ha colpito la diplomazia, spingendo le autorità italiane a chiedere maggiore trasparenza agli interlocutori svizzeri.
Per gli esperti di cooperazione giudiziaria, casi come questo dimostrano la necessità di protocolli condivisi su identificazione, assistenza alle famiglie e comunicazione pubblica. La dimensione mediatica, amplificata da programmi televisivi di largo ascolto, obbliga istituzioni e inquirenti a un equilibrio delicato tra riservatezza investigativa, tutela della privacy e diritto all’informazione tempestiva e verificata.
FAQ
D: Perché il rappresentante italiano in Svizzera lavora attualmente da Roma?
R: Ha ricevuto indicazioni politiche di concentrarsi sul coordinamento con governo e magistratura italiani per gestire il caso e le relazioni con le autorità elvetiche.
D: Qual è la priorità nelle relazioni con la Svizzera dopo la tragedia?
R: Costruire una cooperazione giudiziaria effettiva, con scambio rapido di informazioni e procedure condivise sulle indagini.
D: Che cos’è una squadra investigativa comune?
R: È un gruppo misto di inquirenti di due o più Paesi che lavora congiuntamente su uno stesso caso, condividendo prove, analisi e strategie investigative.
D: Come hanno reagito le autorità svizzere alle critiche italiane?
R: Secondo il diplomatico, hanno mostrato sorpresa e sgomento per la durezza delle prese di posizione politiche e popolari in Italia.
D: Quali sono le principali contestazioni delle famiglie delle vittime?
R: Ritardi nel riconoscimento delle salme, comunicazioni poco chiare e percezione di scarsa attenzione alla dimensione umana della tragedia.
D: Chi è Carla Scotto e perché la sua testimonianza è rilevante?
R: È la madre di una delle vittime, Riccardo Minghetti; la sua denuncia sui tempi di identificazione ha dato voce al malessere dei familiari.
D: Quale ruolo hanno i media italiani in questa vicenda?
R: Programmi come “Cinque minuti” amplificano le richieste di verità, spingendo istituzioni e inquirenti a maggiore trasparenza e rapidità.
D: Qual è la fonte giornalistica originale delle dichiarazioni citate?
R: Le affermazioni del rappresentante italiano e di Carla Scotto provengono dall’intervento televisivo riportato dai principali quotidiani italiani, tra cui RAI – Cinque minuti e la relativa rassegna stampa.




