Venezuela, la verità scomoda: le mosse nascoste che hanno acceso la miccia dell’attacco

Escalation delle pressioni militari ed economiche
Stati Uniti e Venezuela sono entrati in rotta di collisione dopo mesi di pressione coordinata su più fronti, costruita con metodo e scandita da azioni crescenti sul piano militare ed economico. L’obiettivo dichiarato da Washington era indebolire il potere di Nicolás Maduro, accusato di governo autoritario e di legami con il narcotraffico, in un contesto di isolamento diplomatico e crisi economica strutturale di Caracas.
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Il primo segnale di svolta è arrivato a settembre, quando le forze statunitensi hanno iniziato a colpire piccole imbarcazioni al largo delle coste venezuelane, indicate dall’intelligence come vettori del traffico di droga. In pochi mesi i target neutralizzati sono diventati 35, con oltre 110 morti. Operazioni giudicate da numerosi esperti di diritto internazionale come illegali e dalla dubbia efficacia strategica nel contrasto al narcotraffico, considerando che il flusso principale verso gli Stati Uniti transita via terra dal Messico, non via mare dal Venezuela. Questa discrepanza ha alimentato l’interpretazione di una manovra mirata a destabilizzare il regime, più che a ridurre la droga diretta negli USA.
Parallelamente, in autunno Washington ha concentrato un dispositivo navale imponente al largo del Venezuela, definito dal presidente Donald Trump «un’enorme armata». Il gruppo comprende una portaerei, decine di unità d’attacco, navi da carico e mezzi per operazioni speciali, per oltre 15mila tra marinai e militari dispiegati. Una forza non adeguata a una invasione di terra, come sostenuto da Maduro in autunno, ma più che sufficiente a sostenere azioni mirate come quelle eseguite nella notte tra venerdì e sabato.
L’offensiva si è estesa al cuore dell’economia venezuelana. A dicembre la marina statunitense ha iniziato ad abbordare e sequestrare petroliere in entrata e in uscita dai porti del paese. Per un produttore dipendente in modo quasi totale dalle esportazioni di petrolio, la stretta sui traffici marittimi equivale a un colpo diretto alle entrate fiscali e alla capacità di approvvigionamento di valuta estera. Alla leva militare si è così affiancata una pressione economica strutturata: oltre all’embargo sul petrolio, gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni unilaterali, incrementando l’isolamento finanziario e commerciale di Caracas.
In questo quadro, la narrazione ufficiale americana ha continuato a insistere sulla necessità di colpire i flussi di droga e di sostenere la legalità internazionale. Tuttavia, l’architettura delle misure adottate – dal pattugliamento aggressivo in mare alla proiezione di potenza navale, fino all’asfissia economica – rivela una strategia di logoramento pensata per erodere la tenuta del potere di Maduro, riducendo al contempo i margini di manovra del governo venezuelano sui mercati energetici e nelle sue relazioni esterne.
La combinazione di attacchi mirati, presenza militare continuativa e sanzioni finanziarie ha creato un continuum di pressione, calibrato per limitare l’escalation incontrollata ma sufficiente a spingere il confronto politico verso un punto di rottura. La scelta di colpire nodi logistici sensibili e asset economici vitali ha convertito il teatro marittimo in uno strumento di coercizione strategica, con effetti diretti sul ciclo commerciale del petrolio venezuelano e indiretti sulla stabilità interna del paese.
Droni, sequestri e sanzioni: le tappe verso l’attacco
La fase preparatoria all’operazione culminata nella notte tra venerdì e sabato si è articolata in una sequenza di azioni progressive, calibrate per comprimere la capacità di risposta di Caracas e incrinare l’architettura di potere di Nicolás Maduro. Il perno operativo è stato l’uso di droni per colpire infrastrutture portuali e logistiche, l’abbordaggio selettivo di petroliere in transito e un ampliamento del regime di sanzioni volto a isolare il Venezuela sui mercati energetici e finanziari.
Verso la fine di dicembre, i primi bombardamenti con droni hanno preso di mira alcuni porti strategici venezuelani. Si è trattato di operazioni limitate rispetto all’attacco successivo, ma sufficienti a testare le difese, saggiare i tempi di reazione e degradare componenti cruciali della catena logistica marittima. L’obiettivo tattico era duplice: interrompere i flussi in uscita di greggio e derivati, e restringere i canali di approvvigionamento in entrata, compresi ricambi e attrezzature per la manutenzione degli impianti energetici.
In parallelo, la marina statunitense ha intensificato l’abbordaggio e il sequestro di petroliere dirette da e verso i porti venezuelani. Il blocco selettivo delle rotte ha generato strozzature immediate: noli più elevati, aumento dei premi assicurativi, riallineamento delle rotte con triangolazioni più complesse e costose. Per un’economia che dipende quasi totalmente dalle esportazioni di petrolio, ogni nave fermata rappresenta un colpo diretto alle entrate in valuta pregiata e alla liquidità del governo.
Sul piano finanziario, Washington ha rafforzato l’embargo e ampliato il pacchetto di sanzioni, colpendo società di comodo, intermediari e reti commerciali utilizzate per eludere i divieti. La chiusura dei canali bancari e l’inasprimento dei controlli di conformità hanno reso più oneroso e rischioso ogni tentativo di monetizzare il petrolio venezuelano, spingendo gli acquirenti residuali verso margini di sconto crescenti e contratti meno trasparenti. L’isolamento ha così consolidato l’effetto dei raid con droni e dei sequestri in mare, trasformando la pressione in una spirale di costi e inefficienze per Caracas.
Alla componente militare ed economica si è aggiunto un profilo clandestino. La taglia portata a 50 milioni di dollari per informazioni utili alla cattura di Maduro, ricercato negli Stati Uniti per traffico di droga, e il mandato alla CIA per condurre operazioni sotto copertura in territorio venezuelano hanno aumentato l’incertezza interna. Pur in assenza di dettagli pubblici sulle attività effettivamente svolte, la combinazione di incentivi economici e intelligence ha alimentato il logoramento del quadro di sicurezza del regime e accentuato la pressione sui livelli intermedi del potere.
Nel complesso, la sequenza di droni, sequestri e sanzioni ha creato un contesto operativo favorevole all’azione di forza: test delle difese, interdizione delle rotte energetiche, prosciugamento delle entrate e intimidazione selettiva delle reti di comando. Una metodologia che, pur presentata come contrasto al narcotraffico, ha avuto come effetto principale l’erosione della resilienza istituzionale del Venezuela e la preparazione del terreno all’attacco successivo.
Obiettivi strategici e calcoli politici degli Stati Uniti
La giustificazione ufficiale degli Stati Uniti si è concentrata sul contrasto al narcotraffico proveniente dal Venezuela, un argomento ribadito con forza dall’amministrazione di Donald Trump. Tuttavia, il peso marginale delle rotte marittime venezuelane nel flusso di droga diretto verso il mercato nordamericano ridimensiona questa narrativa e segnala un disegno più ampio: usare la pressione combinata militare, economica e clandestina per indebolire il potere di Nicolás Maduro e orientare gli equilibri regionali.
L’interesse sulle risorse energetiche rientra nel quadro, ma non ne è il perno. Le immense riserve di petrolio venezuelano restano un fattore strategico, benché gli Stati Uniti non dipendano dalle forniture di Caracas grazie all’autosufficienza energetica. Più che una corsa al greggio, la leva energetica è stata impiegata come strumento di coercizione: strozzare le esportazioni per comprimere liquidità, potere di spesa e consenso interno del governo venezuelano, riducendone al minimo la capacità di costruire alleanze e attivare canali d’influenza.
Sul piano politico, il rovesciamento del gruppo di potere guidato da Maduro avrebbe un valore simbolico e operativo: ribadire l’egemonia statunitense nel continente e consolidare un asse regionale più allineato a Washington. In questo contesto si inserisce l’ipotesi di favorire un’alternativa di opposizione, come quella rappresentata da María Corina Machado, con l’obiettivo di legittimare un cambio di regime in chiave di ripristino democratico e di riordino del sistema istituzionale. La prospettiva rafforzerebbe la rete di governi affini nell’area, tra cui quelli di Javier Milei in Argentina e di Nayib Bukele in El Salvador, delineando un blocco politico e securitario coeso.
Il calcolo strategico tiene insieme più livelli: deterrenza verso attori ostili, contenimento delle reti economiche del regime, e dimostrazione di forza per uso interno e internazionale. L’azione militare calibrata, non orientata all’invasione ma alla neutralizzazione selettiva di capacità e rendite, si intreccia con l’uso di sanzioni e strumenti di intelligence. Il potenziamento della taglia fino a 50 milioni di dollari per la cattura di Maduro, unito al mandato alla CIA per operazioni sotto copertura, ha mirato a incentivare defezioni e fratture all’interno dell’apparato statale e militare.
Nel breve periodo, l’obiettivo è forzare un punto di rottura: ridurre la resilienza finanziaria e logistica di Caracas, comprimere l’agibilità internazionale del paese e alimentare l’incertezza nelle élite, fino a renderle più permeabili a un cambio di leadership. Nel medio periodo, l’operazione serve a riaffermare la capacità statunitense di modellare gli esiti politici nella regione, scoraggiando interferenze esterne e ridefinendo le regole del gioco su sicurezza, energia e commercio. La scelta di presentare l’intervento come iniziativa contro il narcotraffico, pur fragile sul piano empirico, risponde all’esigenza di costruire una cornice legale e comunicativa spendibile presso l’opinione pubblica e gli alleati.
Resta un’incognita il costo politico e diplomatico di questa strategia. Le accuse di illegalità rivolte agli attacchi in mare e la natura extraterritoriale delle misure economiche espongono Washington a critiche sul rispetto del diritto internazionale. Ciononostante, l’amministrazione ha mostrato di considerare accettabile il rischio reputazionale, nella convinzione che l’effetto cumulativo di droni, sequestri e sanzioni possa infrangere la tenuta del sistema di potere venezuelano senza precipitare in un conflitto terrestre su larga scala.
FAQ
- Qual è il vero obiettivo degli Stati Uniti in Venezuela?
Indebolire il potere di Nicolás Maduro attraverso una combinazione di pressione militare, economica e clandestina, riaffermando l’influenza di Washington nel continente. - La lotta al narcotraffico è una motivazione concreta dell’operazione?
È la giustificazione ufficiale, ma il peso limitato delle rotte venezuelane nel traffico verso gli Stati Uniti ne riduce la centralità strategica. - Il petrolio venezuelano è al centro della strategia USA?
Conta come leva di pressione: colpire le esportazioni di petrolio riduce risorse e influenza di Caracas, più che garantire approvvigionamenti agli Stati Uniti. - Perché non è stata tentata un’invasione terrestre?
La postura militare è calibrata per colpi mirati e interdizione, evitando i costi e i rischi di un’occupazione su larga scala. - Che ruolo hanno sanzioni e CIA nella strategia?
Le sanzioni prosciugano liquidità e accesso ai mercati; il mandato alla CIA mira a favorire defezioni e destabilizzare le catene di comando. - Quali benefici politici interni cerca Washington?
Dimostrare forza e capacità di leadership internazionale, offrendo un messaggio di efficacia decisionale all’opinione pubblica e agli alleati regionali.




