Trump sottovalutato: il dibattito sui suoi meriti nascosti nella scena politica internazionale si riaccende vigorosamente

Indice dei Contenuti:
I (non pochi) meriti di Trump l’incompreso
Trump al WEF, tra provocazioni e dati macro
A Davos, arrivato in ritardo per un guasto all’Air Force One, Donald Trump si presenta come leader di un’America che guida la corsa all’intelligenza artificiale, mentre avverte che l’Europa sta imboccando una strada pericolosa. Denuncia l’impatto dell’immigrazione illegale di massa, il lassismo delle frontiere e la crescita di un’islamizzazione che, a suo dire, altera la fisionomia di intere città europee. La spia più inquietante è il riemergere dell’antisemitismo, tanto che – secondo il Telegraph – la sua amministrazione valuterebbe asilo per ebrei britannici in fuga dal Regno Unito.
Sul palco del World Economic Forum, nella prima edizione senza Klaus Schwab ma con l’influente Larry Fink di BlackRock, il presidente rivendica un boom economico interno: inflazione quasi nulla, mercati sui massimi e confini “impenetrabili”. Cita una crescita del Pil del quarto trimestre verso il 5,4%, quasi il doppio delle stime del Fondo monetario internazionale, e rilancia sull’obiettivo di spingere ancora più in alto l’espansione.
Nel pacchetto di misure sbandierate compaiono la riduzione dei dipendenti federali, l’abolizione delle tasse sulle mance e una deregolamentazione aggressiva, presentate come antidoto alle rigidità che frenano il vecchio continente.
Energia, Venezuela e lo scarto con l’Europa
Tra i leader che a Davos parlano di transizione verde, Emmanuel Macron in testa, la voce americana spinge in direzione opposta: trivellazioni, petrolio, ritorno del “drill baby drill”. Trump rivendica la “operazione Maduro” e annuncia che tutte le grandi compagnie petrolifere starebbero convergendo sul Venezuela, trasformandolo nel nuovo perno energetico dell’emisfero occidentale. Il messaggio implicito è che la sicurezza energetica non può reggersi solo su rinnovabili e target climatici.
Il confronto con l’Unione europea è impietoso: oltre 250 ordini esecutivi firmati in dodici mesi da un lato; dall’altro un apparato normativo che soffoca la competitività, tra comitati, procedure e rinvii infiniti. A rimarcarlo è il segretario al Tesoro Scott Bessent, che esorta Bruxelles ad attuare davvero il rapporto sulla competitività curato da Mario Draghi. I manager tech americani, afferma, trovano più semplice investire in Cina che in Europa, segnale di un mercato ingessato.
Anche sul piano istituzionale il paragone è duro: un appuntamento alla Casa Bianca si ottiene in tre giorni, con Ursula von der Leyen occorrono mesi. Il risveglio sul dossier difesa, dopo la scossa impressa alla Nato e la guerra in Ucraina, arriva tardi e a fatica.
Diplomazia muscolare e dossier caldi
In politica estera, l’amministrazione punta su una diplomazia di forza. Su Ucraina e Medio Oriente la strategia è chiara: pressione massima, margini negoziali minimi per gli avversari. Verso Turchia e Qatar, considerati sponsor chiave di Hamas, la Casa Bianca esercita una leva tale da contribuire alla liberazione degli ostaggi israeliani del 7 ottobre 2023 e alla convocazione della Conferenza per la pace di Sharm el Sheikh, snodo cruciale nel conflitto di Gaza.
Sul fronte ucraino, l’aver imposto un cambio di narrazione – dagli aiuti militari senza fine alla ricerca di un accordo – è uno dei risultati più visibili. Parallelamente, i bombardamenti sui siti nucleari iraniani hanno inferto un colpo significativo al programma atomico di Teheran, aprendo uno spazio per un possibile nuovo assetto regionale. In Venezuela, la cattura di Nicolás Maduro viene presentata come preludio a una fase democratica, modello che l’amministrazione vorrebbe replicare in Iran e a Cuba.
Il filo conduttore è l’idea che il potere si misuri sulla capacità di “fare”: dossier aperti, obiettivi dichiarati, azioni rapide. Per l’Europa, che discute di Groenlandia e spedisce pochi soldati simbolici al circolo polare, il rischio è restare spettatrice in un mondo che premia chi muove per primo.
FAQ
D: Perché la linea di Trump sull’immigrazione preoccupa l’Europa?
R: Collega flussi illegali, insicurezza e antisemitismo crescente, accusando i governi europei di aver perso il controllo delle frontiere.
D: Quali risultati economici rivendica la Casa Bianca al World Economic Forum?
R: Crescita del Pil oltre il 5%, inflazione contenuta, mercato del lavoro forte e riduzione della burocrazia federale come motore dello slancio Usa.
D: In che cosa si traduce la strategia energetica americana rispetto al Venezuela?
R: In apertura massiccia alle major petrolifere nel paese e in una politica di sfruttamento intensivo degli idrocarburi come leva geopolitica.
D: Perché le aziende tecnologiche trovano difficile operare in Europa?
R: Citano regole frammentate, tempi decisionali lunghi e poca prevedibilità normativa rispetto a Stati Uniti e Cina.
D: Qual è l’effetto della pressione Usa su Hamas, Turchia e Qatar?
R: Ha contribuito a ottenere la liberazione di ostaggi israeliani e a far partire un percorso negoziale su Gaza.
D: Che ruolo hanno avuto i raid contro le infrastrutture nucleari iraniane?
R: Hanno rallentato il programma atomico degli ayatollah, aumentando il margine negoziale occidentale.
D: Come è cambiato l’approccio internazionale al conflitto in Ucraina?
R: Si è passati dal solo invio di armi a un dibattito più esplicito su formule di cessate il fuoco e accordi di sicurezza.
D: Qual è la fonte giornalistica di partenza di questa ricostruzione?
R: L’analisi si basa su un articolo di taglio opinionistico pubblicato su un quotidiano italiano, rielaborato con criteri di sintesi e SEO giornalistica.




