Trump punta alla Groenlandia: trattativa lampo o rischio scontro per il controllo strategico dell’Artico

Indice dei Contenuti:
Diplomazia e piani di acquisto
Donald Trump valuta l’acquisto della Groenlandia come opzione prioritaria sul tavolo della Casa Bianca, puntando sulla via diplomatica per prevenire attriti con la Danimarca e con gli alleati europei. La proposta, che sarà illustrata ai rappresentanti danesi dal segretario di Stato Marco Rubio, viene presentata come strumento per rafforzare la sicurezza nazionale nell’Artico e contenere le ambizioni di Cina e Russia.
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In conferenza stampa, la portavoce Karoline Leavitt ha ricordato che l’idea di acquisire l’isola è storicamente radicata nella dottrina statunitense, sostenendo che l’area artica è cruciale per la proiezione strategica degli USA. Il team per la sicurezza nazionale sta valutando i contorni operativi di un eventuale accordo, con l’obiettivo dichiarato di consolidare la postura americana nella regione.
L’amministrazione non esclude scenari alternativi qualora la trattativa fallisse, pur ribadendo che la prima scelta resta la diplomazia. La narrativa dell’Esecutivo lega l’iniziativa alla necessità di scoraggiare presunte mire militari e infrastrutturali di potenze rivali nell’Artico, presentando l’acquisto come leva preventiva e di deterrenza.
Cornice legale e presenza militare Usa
Un accordo bilaterale del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca già consente a Washington di ampliare la propria impronta militare in Groenlandia, riducendo la necessità di un trasferimento di sovranità. Il patto autorizza a “costruire, installare, mantenere e gestire” infrastrutture, ospitare personale e controllare movimenti di navi e aeromobili sull’isola.
Secondo il New York Times, la cornice legale offre mano libera operativa agli USA, rendendo superflua sia l’acquisizione formale sia l’ipotesi di un uso della forza. L’assetto permette di modulare rapidamente presenze e capacità senza passaggi proprietari o negoziati complessi.
Il ricercatore Mikkel Runge Olesen del Danish Institute for International Studies sottolinea che l’attuale accordo garantisce ampia libertà d’azione americana. In questo scenario, un’eventuale compravendita apparirebbe più tortuosa sul piano giuridico e politico rispetto all’impiego degli strumenti già disponibili, inclusa la gestione di basi e traffici strategici nell’Artico.
Resistenze di Groenlandia e Danimarca
La leadership della Groenlandia respinge l’ipotesi di cessione: il premier Jens-Frederik Nielsen ha ribadito che “il nostro Paese non è in vendita”, riflettendo un sentimento largamente condiviso. Un sondaggio recente indica che circa l’85% dei residenti si oppone a un’acquisizione da parte degli Stati Uniti, mentre resta aperta la via a scambi commerciali e investimenti senza cessioni di sovranità.
Sul piano istituzionale, la Danimarca non dispone dell’autorità per vendere l’isola: la competenza sulla scelta di autodeterminazione è in capo ai groenlandesi, che possono indire un referendum di indipendenza. La cornice legale locale rafforza la centralità del consenso popolare su ogni modifica dello status.
Secondo il ricercatore Mikkel Runge Olesen, l’opzione d’acquisto risulta più complessa e politicamente impraticabile rispetto al mantenimento degli attuali accordi, anche perché la società groenlandese preferisce rapporti economici plurali. L’interesse esterno per risorse e logistica artica non si traduce, per le autorità dell’isola, nella cessione di controllo territoriale e politico.
Reazioni internazionali e rischi geopolitici
Le capitali europee osservano con crescente allarme. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato che gli Stati membri UE preparano una risposta coordinata a qualsiasi forma di pressione sulla Groenlandia, con un piano condiviso in fase avanzata.
Anche oltremanica emergono critiche: Nigel Farage, leader di Reform UK, definisce “oltraggioso” l’uso della forza per sottrarre l’isola alla Danimarca. La linea comune punta a disinnescare un precedente che minerebbe norme e stabilità nell’Artico.
Le argomentazioni sull’urgenza strategica legata a Cina e Russia appaiono fragili agli analisti: l’area resta marginale per Pechino sul piano operativo, mentre Washington dispone di strumenti legali e militari già adeguati. L’eventuale ricorso alla coercizione aggraverebbe tensioni transatlantiche e rischi di escalation.
FAQ
- Perché si parla dell’acquisto della Groenlandia?
Per un presunto rafforzamento della sicurezza USA nell’Artico e come deterrenza verso Cina e Russia. - I groenlandesi sono favorevoli alla cessione?
No, circa l’85% dei residenti risulta contrario e la leadership ribadisce che il Paese non è in vendita. - La Danimarca può vendere la Groenlandia?
No, la decisione spetta ai groenlandesi, che possono scegliere tramite referendum di autodeterminazione. - Esiste già una presenza militare USA sull’isola?
Sì, un accordo del 1951 consente a Washington ampia operatività militare in Groenlandia. - L’UE come reagirebbe a pressioni o minacce?
I partner europei preparano una risposta coordinata, come indicato dal ministro Jean-Noël Barrot. - L’uso della forza è considerato realistico?
È giudicato rischioso e ingiustificato da esponenti europei e analisti, data la cornice legale già favorevole agli USA.
Reazioni internazionali e rischi geopolitici
Le cancellerie europee intensificano il coordinamento. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato di un piano condiviso tra gli Stati membri UE per reagire a ogni forma di pressione sulla Groenlandia, segnalando una linea comune di deterrenza diplomatica.
A Londra, l’opposizione arriva anche da figure sovraniste: Nigel Farage (Reform UK) ha definito “oltraggiosa” l’ipotesi di un ricorso alla forza contro la Danimarca, evocando il rischio di un precedente destabilizzante nell’area artica.
Gli analisti ridimensionano la narrativa sull’urgenza militare legata a Cina e Russia: per Pechino il ruolo dell’isola resta marginale, mentre Washington dispone già di strumenti legali e operativi per proiettare presenza senza escalation.
La prospettiva di coercizione alimenta frizioni transatlantiche e timori di contagio normativo. L’eventuale uso della forza incrinerebbe l’architettura di sicurezza europea, acuendo il confronto con alleati e rivali e complicando la gestione delle rotte artiche.
In parallelo, la recente azione della Guardia costiera USA contro la petroliera Marinera per violazioni sull’embargo venezuelano mostra capacità di enforcement senza necessità di cambi di sovranità, rafforzando l’argomento contro misure estreme.
Nel quadro attuale, il rischio principale è l’innesco di un’escalation politico-diplomatica: reazioni coordinate dell’UE, diffidenza nordatlantica e contraccolpi su cooperazione artica potrebbero tradursi in costi reputazionali e strategici per gli USA.




